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La scrittrice Yevgenia Belorusets: "Le mie donne ucraine che cercano ordine e bellezza anche nella guerra"

Yevgenia Belorusets 
Il suo nuovo libro, da poco edito in Italia, si intitola "La donna con l'ombrello rotto e altre storie ucraine" ed è un ritratto collettivo di una nazione segnata dalla sua storia e dalla guerra. Fotografa e attivista oltre che scrittrice, qui riflette sulla ricchezza culturale del suo Paese. E sulla forza di andare avanti anche nelle situazioni più estreme
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In uno dei racconti più intensi de La donna con l'ombrello rotto e altre storie ucraine di Yevgenia Belorusets, la protagonista è la proprietaria di una fioreria di Donesk; vive dei suoi fiori e con i suoi fiori. È convinta che chi compra da lei desideri non tanto rose, ranuncoli o dalie, ma la promessa di splendore che i loro nomi portano con sé. Un giorno, dopo l'inizio delle ostilità nel 2014, la fioraia sparisce. "La casa dove viveva è distrutta. Il suo negozio riadattato in un magazzino di fascicoli propagandistici. I suoi clienti abituali da un pezzo hanno lasciato la città". In questa storia breve c'è lo spirito di Belorusets, fotografa e scrittrice ucraina, che all'ultima Biennale di Venezia ha presentato il suo diario di guerra per parole e immagini; i suoi resoconti sono stati pubblicati durante il primo periodo del conflitto anche sul tedesco Spiegel.

Ora è tornata a Kiev, e dalla…

In uno dei racconti più intensi de La donna con l'ombrello rotto e altre storie ucraine di Yevgenia Belorusets, la protagonista è la proprietaria di una fioreria di Donesk; vive dei suoi fiori e con i suoi fiori. È convinta che chi compra da lei desideri non tanto rose, ranuncoli o dalie, ma la promessa di splendore che i loro nomi portano con sé. Un giorno, dopo l'inizio delle ostilità nel 2014, la fioraia sparisce. "La casa dove viveva è distrutta. Il suo negozio riadattato in un magazzino di fascicoli propagandistici. I suoi clienti abituali da un pezzo hanno lasciato la città". In questa storia breve c'è lo spirito di Belorusets, fotografa e scrittrice ucraina, che all'ultima Biennale di Venezia ha presentato il suo diario di guerra per parole e immagini; i suoi resoconti sono stati pubblicati durante il primo periodo del conflitto anche sul tedesco Spiegel.

Ora è tornata a Kiev, e dalla capitale ci spiega come è nato questo suo primo libro. Pubblicato in Ucraina nel 2018, è un ritratto collettivo delle donne del Donbass dopo lo scoppio del conflitto in quella zona nel 2014; le sue storie narrano la guerra e la fuga in altre città, soprattutto a Kiev, dove ciascuna delle sue protagoniste deve ricominciare da capo. Tutto è dolorosamente reale ma con una venatura magica che ricorda le atmosfere di Casa di giorno, casa di notte della premio Nobel polacca Olga Tokarczuk. Come se fantasmi del passato e sogni per il futuro, conscio e inconscio si mescolassero continuamente. Aspettando che ciò che la scrittrice chiama più spesso crimine o omicidio piuttosto che guerra, giunga a qualcosa che somigli alla fine.

Lei è rientrata da poco a Kiev. Che impressione le ha fatto la sua città?

"Mancavo da quattro settimane e posso dire che è più sicura di quanto non fosse tempo fa. Si percepisce che abbiamo intrapreso un viaggio, passo dopo passo, verso qualcosa che mi azzarderei a chiamare normalità, non fosse per le sirene che suonano ogni notte, molti locali e negozi chiusi e il fatto che non c'è molta gente per strada. Non posso paragonare questi giorni a nessuna altra stagione estiva a Kiev, ma la città è bellissima, bellissima e triste. Nella nostra memoria collettiva è inciso ciò che è accaduto qui durante la Seconda guerra mondiale, e noi tutti abbiamo sempre vissuto con la convinzione che bisognasse impedire che una simile catastrofe accadesse di nuovo. E invece è accaduto".  

L'impossibilità di prevedere gli eventi gioca un ruolo importante nel libro. Lei scrive che persino la scrittura sfugge al controllo del suo autore, così come la fotografia. Cosa intendeva?

"In una fotografia, a meno che non si tratti di un'immagine pubblicitaria, ci sono sempre dettagli non controllabili della realtà che rientrano all'interno della cornice. Lo stesso avviene nella scrittura, dove continuamente lascio che emerga qualcosa che io, l'autrice, non posso dominare".

Le sue storie sono una successione di ritratti femminili. Perché questa scelta?

"Ho scritto questo libro dopo un reportage fotografico nell'Est dell'Ucraina, nel Donbass. In quel viaggio ho incontrato persone di ogni tipo: spesso erano donne che non volevano essere fotografate o non volevano parlare apertamente. Ma quando parlavano, il loro punto di vista mi aiutava a vedere i diversi strati della realtà, e i molti modi in cui la società ucraina stava cambiando. Non volevo scrivere un libro sulle donne, poi mi sono accorta che la maggior parte delle voci che mi erano rimaste in mente erano femminili.

I suoi personaggi vivono in bilico tra pericolo e speranza. Cosa c'è di autobiografico in ciò che ha scritto?

"L'incertezza economica e politica ha una profonda influenza sulle persone, fa sentire vulnerabili e soli. Ma in Donbass, e tra chi si era rifugiato a Kiev, mi affascinava la capacità di andare avanti con la vita quotidiana anche in una situazione estrema, di aver cura degli altri e di ciò che li circondava: tenere le città pulite, dare un ordine e una bellezza all'esistenza. L'Ucraina è un paese che attraversa da tempo un processo di cambiamento: ci siamo chiesti per anni chi saremo, come vivremo, e le risposte sono state molto diverse. In questo senso, tutti i testi riflettono in qualche modo la mia esperienza ma non sono prettamente autobiografici. Vivo in parte a Kiev e in parte in Germania: andare all'estero mi è servito per guardare il mio lavoro e il mio Paese da lontano, per metterlo in prospettiva. È importante per chi fa cultura in modo politico".

Fare politica con le foto e la scrittura è mai stato pericoloso?

"Nel 2012 una delle mie mostre, di tema femminista, fu attaccata da un gruppo di estrema destra; in quegli anni, prima del cambio di governo, i gruppi di estrema destra erano molto ostili ai movimenti lgbt, per esempio. Inoltre, poiché appartengo a un gruppo di attivisti che si occupa di proteggere il patrimonio storico e architettonico di Kiev dalla speculazione, sono finita in tribunale varie volte. Ci eravamo opposti a un progetto di sviluppo edilizio appoggiato dall'ufficio da Yanukovich, il presidente che ha lasciato l'Ucraina dopo le rivolte di piazza Maidan. Non so se fosse pericoloso. Ora sappiamo che cosa è veramente il pericolo".

Torniamo al cambiamento. La guerra ha compattato la società ucraina come appare dall'esterno?

"La guerra sta compattando la nostra società perché cerchiamo di sopravvivere a un omicidio. Mi chiedo se si possa considerare un prezzo accettabile da pagare. E soprattutto: può una società essere unita in tutto e per tutto, o piuttosto è normale che una nazione sia composta da molte realtà interconnesse?".

Lei definisce l'Ucraina un continente...

"Prima di questa guerra l'Ucraina era un paese con molte tradizioni, lingue, idee differenti, legate a culture cittadine molto diverse: ciascuna città era una realtà a sé. Storicamente, ci sono anche tante culture del lavoro: quella agricola, quella industriale, quella delle miniere, quella dei villaggi di montagna. E io spero che tutte queste differenze possano tornare in superficie e vivere di nuovo".

Lei che posto occupa in questo mosaico di culture?

"Sono nata a Kiev nel 1980 in una famiglia di origine ebraica. Se qualcuno dei miei nonni o bisnonni fosse rimasto in città durante la guerra sarebbe morto nella strage di Babi Yar, ma furono evacuati e si salvarono. Io sono cresciuta nell'Unione Sovietica e l'antisemitismo faceva parte della politica sovietica. La mia famiglia è stata segnata da queste due esperienze. Quando ero bambina essere ebrei era un dato di fatto ma non un argomento di cui discutere. Crescendo, mi sono confrontata con la complessità del passato e ho deciso che da artista non avrei lavorato direttamente su questo aspetto della mia identità. Sarebbe stato troppo pesante emotivamente e psicologicamente. Tuttavia so che è presente in ciò che faccio".

Cosa farà ora?

"Sono tornata perché mio padre non sta bene e non può viaggiare, volevo stargli vicino. E poi volevo vedere cosa sta succedendo. Credo e spero che lentamente l'Ucraina sarà in grado di stabilizzare la situazione, di ridurre la guerra a una sola zona, con l'aiuto della diplomazia internazionale. E poi che possa trovare una via verso la pace".

Il libro

Yevgenia Belorusets

La donna con l'ombrello rotto e altre storie ucraine

(Piemme, pagg. 192, euro 14,90)