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Roxanne

"Nel deserto di New York". Cinquantadue storie per vivere un anno, seppur virtualmente, nella Grande Mela. Racconto numero 43
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Mamma dove sei? Dove sei, mamma? Dov’è la tua mano che stringe la mia e dice con me puoi parlare, figlia mia, a me puoi dire tutto.

Perché non ho la forza di credere che ci rivedremo quando non saremo più su questa terra, come dicevi quando mi insegnavi le preghiere? Perché non riesco a credere che in questo momento mi stai ascoltando?

Dove sei mamma mia adorata, solo oggi mi rendo conto di quanto mi manchi.

Quando sono andato a trovare il medico palpitavo dall’emozione, ma ho visto subito che c’era qualcosa che non andava. All’inizio ha fatto tutto un discorso sulla trisomia 21 e poi su una terza copia di un cromosoma, ma poi ha capito che era arrivato il momento di parlare chiaro: il feto è affetto da sindrome down, signora.

A quel punto siamo rimasti in silenzio, poi lui ha detto che si vede già tutto, nell’ecografia, e che non ci sono margini di errore. Mi spiace molto, signora.

Mamma, io mi ero emoziona…

Mamma dove sei? Dove sei, mamma? Dov’è la tua mano che stringe la mia e dice con me puoi parlare, figlia mia, a me puoi dire tutto.

Perché non ho la forza di credere che ci rivedremo quando non saremo più su questa terra, come dicevi quando mi insegnavi le preghiere? Perché non riesco a credere che in questo momento mi stai ascoltando?

Dove sei mamma mia adorata, solo oggi mi rendo conto di quanto mi manchi.

Quando sono andato a trovare il medico palpitavo dall’emozione, ma ho visto subito che c’era qualcosa che non andava. All’inizio ha fatto tutto un discorso sulla trisomia 21 e poi su una terza copia di un cromosoma, ma poi ha capito che era arrivato il momento di parlare chiaro: il feto è affetto da sindrome down, signora.

A quel punto siamo rimasti in silenzio, poi lui ha detto che si vede già tutto, nell’ecografia, e che non ci sono margini di errore. Mi spiace molto, signora.

Mamma, io mi ero emozionata quando avevo visto quelle immagini, mi ero portato a casa le foto. Non sapevo cosa dicevano in realtà.

Vedevo solo la forma del bambino e il cuore che pulsa. È un maschio.

Il medico capisce benissimo il mio stato d’animo, ha avuto tanti casi come questi. Non è più come una volta, signora la scienza ha fatto grandi progressi. Ora esistono sono scuole e istituti specializzati, e suo figlio avrà una vita relativamente normale.

Relativamente, mamma.

Ha aggiunto che in America il novantasette per cento delle donne a cui viene diagnosticato un bambino come il mio sceglie di interrompere la gravidanza, e che lui sarà a mia assoluta disposizione, una volta che avrò deciso. Perché è una scelta unicamente mia.

Io vorrei averti qui adesso, mamma, perché saresti con me qualunque cosa io scelga.

Non riesco a chiudere occhio, e da quel momento penso solo all’avverbio relativamente. Mi insegue di notte, quando vado al lavoro, quando cerco di distrarmi. Quando vedo una persona totalmente normale.

E penso sempre a chi sono, mamma, ai valori ai quali mi hai educata, al fatto che tu ce l’hai fatta da sola, e questo è stato il più bello degli esempi. Vorrei avere la tua forza, mamma, la tua saggezza.

Mi chiedo perché debba succedere a me una cosa del genere.

E mi chiedo chi sia questa creatura che porto in grembo.

Sean non ha alcun dubbio, bisogna interromperla subito, questa gravidanza.

Ma lui dubbi ne ha sempre pochi. Mi ha detto che un’esistenza relativa non è una vera vita. E che metteremmo al mondo un infelice.

Io invece ci penso sempre a questa creatura che non è ancora nata ed è già malata, che ancora non è venuta al mondo e già mi fa piangere.

Ho pensato di dargli un nome, qualunque sia la mia scelta.

Ma poi mi sono detta che questa è una decisione sbagliata perché se non verrà al mondo è meglio che non abbia un nome. Perché quel nome mi inseguirebbe tutta la vita, anche quando lo porta qualcun altro.

Vorrei il tuo Dio da cui pregare, mamma, forse lui mi capirebbe. E mi amerebbe sempre, così mi hai insegnato, mamma, qualunque cosa io faccia.

Sean mi chiede solo quando è il giorno dell’intervento, dice che non mi capisce, che vivo ancora nel medioevo. Poi quando vede che sto male mi abbraccia e sussurra che mi sarà accanto, ma dobbiamo andare avanti.

Avremo tante belle cose, Roxanne, e il figlio che avremo sarà felice e normale: nei paesi più civili non esistono più persone con la sindrome down.

Ma io quel giorno non voglio fissarlo, perché Richard o Anthony o Steve o Andrew ha il diritto di vivere almeno qualche altro giorno nel mio grembo.