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Storie di Storia / 9. Diamanti. Le pietre del desiderio

24 minuti di lettura

Il nono numero di Storie di Storia, la newsletter de La Repubblica, è dedicato al Diamante, una delle pietre più desiderate al mondo e la più preziosa esistente in natura. Questo minerale, la cui bellezza è nell’unicità in cui riflette la luce, trova origine nel mantello della Terra. Già dal III secolo a. C., nell’antica India, rappresentava il simbolo del soprannaturale perché considerato dono degli Dei. Possedere un diamante era segno di potenza, garantiva invincibilità nelle guerre e immunità dalle malattie, intensificava l’energia dell’individuo. Accanto a storie leggendarie, leggerete di diamanti insanguinati, utilizzati dopo essere stati estratti da bambini schiavi per finanziare guerre. Oggi le pietre preziose tornano d’attualità. L’invasione russa all’Ucraina ha spinto l’Unione europea, gli Stati Uniti, l’Australia, il Regno Unito…

Il nono numero di Storie di Storia, la newsletter de La Repubblica, è dedicato al Diamante, una delle pietre più desiderate al mondo e la più preziosa esistente in natura. Questo minerale, la cui bellezza è nell’unicità in cui riflette la luce, trova origine nel mantello della Terra. Già dal III secolo a. C., nell’antica India, rappresentava il simbolo del soprannaturale perché considerato dono degli Dei. Possedere un diamante era segno di potenza, garantiva invincibilità nelle guerre e immunità dalle malattie, intensificava l’energia dell’individuo. Accanto a storie leggendarie, leggerete di diamanti insanguinati, utilizzati dopo essere stati estratti da bambini schiavi per finanziare guerre. Oggi le pietre preziose tornano d’attualità. L’invasione russa all’Ucraina ha spinto l’Unione europea, gli Stati Uniti, l’Australia, il Regno Unito, il Canada e tanti altri paesi a proporre di far togliere ai diamanti provenienti dalle miniere della Federazione Russa la certificazione “conflict-free”. Una decisione che se attuata potrebbe togliere alla Russia il primato di più grande produttore di diamanti e mettere a rischio il 25% della produzione mondiale. Buona lettura.

 

RACCONTI

Le lacrime degli Dei

STORIE E LEGGENDE DELLE PIETRE PIÙ DESIDERATE AL MONDO

Di Marco Letizi e Ciro Paolillo

Pigott? Il mistero del diamante perduto è il titolo del libro di cui Storie di Storia, per gentile concessione della De Luca Editori d’Arte, pubblica alcuni estratti.

© De Luca Editori d’Arte, Roma

 

Il Gran Mogul

UNA MERAVIGLIA DI 787 CARATI. IL PIÙ GRANDE DIAMANTE MAI TROVATO IN INDIA

India. Miniera di Raulconda, Distretto del Sultano di Golconda, 1653

Nel timido albeggiare di quella mattina, Raju, insieme a tanti altri suoi confratelli nella miseria, si recò a scavare nelle pozze alluvionali di Raulconda, come avrebbe fatto ogni giorno fino alla successiva stagione dei monsoni. Era figlio di un povero guardiano di elefanti e sin da bambino si era guadagnato quel poco di riso che bastava a lui (e ora anche a sua moglie e ai loro quattro figli), scavando con mezzi rudimentali e pericolosi nelle fosse alluvionali al servizio del sultano, alla ricerca di diamanti, il cui valore enorme per lui non aveva significato alcuno. La stagione dei monsoni era finalmente terminata e la violenza dei venti e della pioggia avevano lasciato il passo al caldo torrido e all’elevata umidità, che rendevano faticosa ogni azione, finanche respirare. Mentre Raju setacciava nell’acqua della pozza più profonda, uno strano luccichio attirò la sua attenzione: era una pietra, più grossa di un pugno. Avvezzo a trovare diamanti che non superavano la misura di un’unghia, stava per liquidarla come semplice quarzo di poco valore. Ma potevano i riflessi del sole e dell’acqua torbida averlo ingannato? Forse era ancora intontito dal sonno. Con circospezione, senza dare modo ai suoi compagni di percepire che qualcosa di strano stesse avvenendo, maneggiò i contorni della pietra, sfruttando, per così dire, la sua “professionalità” di scavatore. Allora comprese. I monsoni non avevano solo portato distruzione, non avevano solo disgregato le gialle rocce vulcaniche: avevano anche deciso di consegnargli, in quel preciso giorno, un diamante di inaudite dimensioni. Poteva esserne sicuro, ora che tastava la tipica superficie poliedrica. Iniziò a fantasticare: il cibo quotidiano e abbondante per i suoi familiari, un palazzo a Madras – “la” città –, un futuro che andasse più in là del mero domani. Non più dolore per il suo corpo, non più lavoro. Si sentiva come un animale indennizzato dell’umanità sottrattagli per tutta la vita. Ma un’atavica tristezza scese a sfregiare questo idillio: come “intoccabile”, appartenente all’ultimo gradino della scala sociale, sarebbe mai riuscito ad essere accettato dagli altri? «C’è tempo per chiederlo agli dei», concluse. «Ora il futuro è la pietra: nasconderla e portarmela via». Era questo il suo piano: recuperare la pietra, scappare di nascosto, contattare qualche mercante in città per vendere il suo diamante. Neanche per un istante badò al tormento dei suoi cari, ai sospetti, alle dicerie delle malelingue. Per di più, se i guardiani dei lavoratori l’avessero sorpreso a trafugare un diamante, per lui sarebbe stata la morte, preceduta da torture e sofferenze. Ancora dolore. Forse l’avrebbero bruciato, per permettergli di rinascere, oppure lo avrebbero fatto sbranare dalle bestie, per condannarlo a una morte eterna. Ma tra la reincarnazione e l’eternità, Raju scelse il presente e con esso il rischio. Avendo cura di mantenere sul volto la vacuità della sua consueta espressione, nascose la pietra sotto uno strato più duro di fango, memorizzò il punto, e continuò a lavorare come ogni giorno. «Questa pietra è un regalo per me», pensò Raju, «è il mio tesoro, è un patto con gli dei». Quella notte, vinte le ore di comprensibile agitazione, riuscì infine ad addormentarsi. (…). Mentre era ancora buio, si alzò e uscì dalla sua capanna: ogni notte sarebbe stata un tormento se non avesse agito subito. I suoi occhi iniziarono ad abituarsi all’oscurità e le sue gambe si mossero velocemente: doveva fare in fretta. Giunto al fiume, iniziò a scavare nelle acque limacciose. Non ebbe bisogno di scavare anche nella sua memoria. Ricordava bene dove fosse il diamante e lo estrasse dal suo nascondiglio. Sembrava l’unica cosa visibile in quella notte silente. Puntò verso la giungla, il coltello in una mano, la pietra nell’altra. Non doveva pensare per non smarrire la generosa incoscienza del coraggio. Prese un ramo non troppo grande e lo strinse tra i denti, poi con il coltello iniziò a incidere la coscia destra lungo quindici, interminabili, centimetri riuscendo comunque a non gridare. Il ramo era in procinto di cedere, il sangue usciva copioso. Poi, sempre senza fermarsi per evitare di crollare, ripose quella pietra tremenda nella coscia e per prevenire le infezioni ricoprì la ferita con un muschio che cresceva alla base dei funghi, ancora numerosi dopo la stagione delle piogge. Per ultimo, cinse forte la coscia con una foglia di banano, lasciò cadere il ramo e si sedette un istante a riposare. Fu allora che il dolore lo investì, nella gamba e dentro la testa. Ma ormai lo aveva sconfitto. L’unico dazio sarebbe stata un’altra notte insonne nella sua capanna. Nei giorni seguenti condusse la solita vita, lavorando dall’alba al tramonto. Stare sotto quell’infernale calura, con brividi di freddo e dolori lancinanti, era un tormento, e lo era ancor più non potervi dare sfogo con nessuno. Di notte poi erano i demoni che insidiavano la sua coscia e con attrezzi infernali la sventravano, mentre lui assisteva in uno stato di dolorosa ma catatonica impotenza. Otto mesi impiegò la ferita per richiudersi, e così, quando i monsoni tornarono ad incombere nuovamente su ogni cosa, ponendo fine ai lavori stagionali alla miniera, Raju abbandonò per sempre Golconda, diretto a Madras, per cercare di imprimere una svolta alla sua vita. 

 

I tremiti e gli incubi erano passati da tempo, ma la gamba continuava a fargli male, regalandogli una andatura incerta e infelice, quasi un riflesso del suo stato interiore. Raju iniziò a frequentare ogni bettola di Madras, alla ricerca disordinata di un contatto con qualche mercante occidentale. Aveva saputo che un esperto francese, un certo Tavernier, era arrivato dall’Occidente per acquistare diamanti. Parigi infatti era divenuta il più importante cliente europeo per l’acquisto di diamanti, anche grazie al cardinal Mazzarino, loro grande estimatore; sotto Luigi XIV, fu lui ad istituire una scuola di taglio con artigiani italiani. La potenza economica francese non poteva però sottostare alla mercé dei commercianti portoghesi, che non rifornivano la corte di diamanti di rilevanti dimensioni e per di Nicolas più vendevano le pietre provenienti dall’India a prezzi altissimi. Così, il cardinal Mazzarino aveva deciso di mandare in India un uomo di fiducia e di prestigio, nonché esperto di diamanti, monsieur Tavernier appunto, che rimase nel paese per trent’anni, rifornendo la corte francese di splendide pietre. Nella sua candida ingenuità, Raju raccontava di possedere un diamante di proporzioni gigantesche e di essere disposto a cederlo in cambio di una nuova vita. Per sua buona sorte, nessuno sembrava disposto a credergli. Ma una sera, la sua storia fu ascoltata da un servitore di Amir Jumla, il primo ministro del sultanato di Golconda, cui non appena ne ebbe l’occasione, un mese dopo, egli riferì ogni cosa. Figlio di un povero mercante d’olio di Ispahan, Amir Jumla era riuscito in pochi anni a crearsi un’immensa fortuna commerciando in diamanti. Grazie alla sua competenza, era stato nominato ministro delle finanze dal sultano di Golconda, Abdullah Qutb Shah. Conservando per sé le pietre più preziose e consegnando al sultano solo quelle di minor valore, Amir Jumla aveva potuto accumulare un’ingente fortuna e crearsi un esercito personale, composto da cinquemila cavalieri, ventimila fanti e trecento elefanti. Lo stesso sultano temeva le sue efferatezze e il suo tradimento, che puntualmente avvenne, infatti, di lì a poco, quando Amir Jumla si mise al servizio del Mogol Shah Jahan. Prima di questi eventi, una notte, circa due mesi dopo l’arrivo a Madras, Raju si aggirava per le vie del porto, ormai senza più alcuna speranza. Come avrebbe potuto riprendere il lavoro nel fango sapendo di possedere una fortuna all’interno della sua gamba? L’aria fresca della sera non riusciva a sollevare il suo umore. Mentre si trascinava zoppicando tra intricate viuzze, due uomini al servizio di Amir Jumla lo aggredirono. Dopo averlo legato, lo trascinarono su un carretto e lo coprirono con delle stuoie di cocco. Viaggiarono per molte lune, ma Raju non sapeva dove stessero andando, né cosa volessero da lui quegli individui. Quando sostavano per riposare o ristorarsi, nessuno gli rivolgeva la parola. Anzi, se osava chiedere qualsiasi cosa, riceveva solo ceffoni, e così si risolse al silenzio per tutto il resto del viaggio. Dopo dieci giorni, in prossimità di un grande palazzo, Raju venne fatto scendere dal carretto. «Posso slegarti? Non mi darai problemi, vero?» disse uno dei suoi angeli custodi, quello con l’aria più minacciosa. «Non opporrò resistenza, vorrei solo sapere dove mi trovo» riuscì a rispondere Raju, troppo stanco e indolenzito anche solo per parlare. «Questo palazzo è del primo ministro Amir Jumla. Ricordati di inchinarti alla sua presenza». E Raju, scortato dai due uomini lungo le enormi stanze, quando arrivò al cospetto dell’insigne dignitario si inchinò. Fantasticò che tutto quel lusso e quelle ricchezze presto sarebbero state anche sue. «Forse ha saputo che ho una pietra preziosissima e mi ha fatto portare qui perché vuole acquistarla», pensò. «Così tu avresti un diamante molto grande e prezioso. Come ti chiami?» chiese Amir Jumla guardandolo dall’alto in basso. Ai lati del suo trono si trovavano due guardie. «Il mio nome è Raju. Sì, possiedo una gemma come non se ne sono mai viste» rispose continuando a capo chino. Era sicuro che non sarebbe riuscito a guardare negli occhi il suo interlocutore. «Bene, Raju. Vuoi dirmi dove tieni nascosto questo tesoro?». «Io… io ve lo dirò, e ve lo mostrerò anche, ma solo quando mi direte quanto siete disposto a pagarlo», riuscì a dire in un sussulto d’orgoglio. Il primo ministro sorrise, anche se Raju non poteva vederlo. Si alzò e scese i trenta gradini tra il trono e il pavimento. Lì si fermò. «Io adoro le pietre preziose, le ho sempre amate. Mi piace studiare la loro storia. Sai che i greci chiamavano il diamante “adámas”, l’inconquistabile? Sai perché? Perché nessuno sapeva come tagliarlo. Quando Marco Polo…». «Conosco la storia di Marco Polo! So che portò i diamanti in Occidente» intervenne Raju, e per la prima volta alzò il capo. Vide il primo ministro avvicinarglisi, poteva scrutarlo dal basso. Decise subito che quel volto sorridente gli ispirava fiducia, anche se i suoi occhi, neri come le tenebre più fitte, incutevano solo timore. (…) «Ti mostrerò la pietra. Ho bisogno di un coltello, ma non temere, non farò male a nessuno». Una guardia gli consegnò una lama e rimase lì vicino per assicurarsi che non avesse cattive intenzioni. Raju, senza alcuna esitazione, si incise la carne ed estrasse dalla coscia il diamante. Urlò di dolore e di soddisfazione: finalmente qualcuno, vedendolo, gli avrebbe prestato fede e l’avrebbe ricoperto d’oro. Amir Jumla non credette ai propri occhi e si ritrasse di un passo, sconvolto dalla grandezza della pietra, che, benché sporca di sangue, emanava una luce verde, trasparente. Tutto si svolse molto velocemente: Amir Jumla estrasse la scimitarra e la conficcò nel corpo di Raju. Egli lasciò cadere il diamante e cadde a sua volta con un’espressione di stupore. Ciò che vide, prima di chiudere gli occhi per sempre, fu lo scintillio del più grande diamante della storia indiana, quello stesso diamante che aveva causato la sua fine. Amir Jumla si piegò e recuperò la pietra. La fissava reggendola in mano, sperando che potesse parlargli, che lo aiutasse a scegliere fra due strade. Se l’avesse portata ad Abdullah Qutb Shah, questi l’avrebbe certamente ringraziato e l’avrebbe tenuto in più alta considerazione. Ma se l’avesse venduta, le sue ricchezze sarebbero notevolmente aumentate, così come il suo potere. Lentamente il diamante lo ispirò e Amir Jumla iniziò a formulare un piano diabolico.

 

Tutta la corte era riunita in una sala del palazzo del Mogol. Alla fine della cerimonia si sarebbe tenuto un imponente banchetto con musica e balli. L’occasione era solenne: Amir Jumla, inchinato davanti al trono del Mogol, stava per offrirgli un dono preziosissimo, accompagnato dal rullo del tamburo e dai fumi degli incensi. Le sue mani, alzate sopra la testa, facevano da trono a un diamante, che vi si adagiava imperioso. Secondo la tradizione, al di là dello stesso oggetto e della sua magnificenza, questa offerta simboleggiava il conferimento del privilegio dell’invincibilità in battaglia e dell’immunità verso qualunque malattia, ossia gli attributi di un vero dio in terra. Il Mogol, come in estasi, accompagnato dal boato della folla, che aumentava di intensità, prese la gemma e la sollevò verso il cielo guardandola rapito. «Ringrazio Allah per questo dono e per il potere che mi concede! Da qui in avanti questo diamante sarà conosciuto come Gran Mogol!». Da allora, anche l’autorità e l’influenza di Amir Jumla crebbero, dandogli modo di mettere in atto il piano che aveva così accuratamente studiato. Risiedeva a corte un celebre maestro veneziano, Ortensio Borgis, che aveva importato in India la sua arte di tagliare i diamanti con la loro stessa polvere per conferirvi maggiore brillantezza. Una notte, egli sentì bussare alla porta dei suoi appartamenti e, meravigliato per l’ora tarda, andò ad aprire con circospezione. Vide un uomo incappucciato che gli chiese di poter entrare. «Chi siete?», chiese Borgis spaventato. L’uomo entrò di prepotenza e poi si tolse il cappuccio, rivelando il suo volto. Era Amir Jumla. Intimò ad un ormai rassegnato Ortensio di sedersi intorno al tavolo che dominava l’ambiente. Una candela illuminava la stanza. «Come mai il cappuccio? E cosa volete da me a quest’ora?». «Nessuno deve sapere che sono venuto qui. Devo affidarvi un compito molto importante che solo voi con la vostra abilità potete portare a termine». «Non credo di potervi aiutare. Sono molti anni che vivo in India e il mio sogno è quello di tornare nella mia Venezia a godermi la vecchiaia. Sono riuscito a mettere diecimila rupie da parte e tra pochi giorni m’imbarcherò su una nave della Serenissima che mi riporterà a casa». «Sapete che ho regalato al Mogol un diamante di grandi proporzioni?» domandò Amir Jumla che non sembrava dare alcun peso alle parole di Borgis. «Ho sentito parlare di un diamante di ben novecento “rati” [787,50 carati], ma in base alla mia esperienza ciò mi sembra impossibile», replicò Ortensio. La candela si stava consumando e allora si alzò per prenderne un’altra. L’accese badando a non volgere mai le spalle al suo sgradito ospite. Temeva che da quella aggressiva visita notturna avrebbe ricevuto solo guai. «Potete essere certo che le proporzioni sono quelle, l’ho regalato io stesso. Vi offrirete di tagliare la gemma. Grazie alla vostra competenza accetteranno subito. Dal grezzo ricaverete tre pietre: una più grande la consegnerete al Mogol e le altre due le darete a me. In cambio riceverete centomila rupie» disse Amir Jumla e si alzò. Per lui il colloquio era concluso. Ma Borgis lo bloccò sulla soglia. «Io sono sempre stato un uomo onesto, mai avido. Questo lavoro è rischioso, potrebbe mettere in pericolo la mia vita... e poi... io sono in partenza. Non accetto questo incarico e neanche il vostro compenso per quanto generoso». «Non avete capito. Io non vi sto chiedendo niente, vi sto solo dando un ordine. Altrimenti la vostra vita finirà stanotte stessa e potrete dire addio alla vostra amata Venezia» replicò Amir Jumla che, tiratosi su il cappuccio, aprì la porta e sparì nella notte, non lasciando a Ortensio il tempo di obiettare. Dopo pochi giorni, Ortensio Borgis venne ricevuto dal Mogol e ottenne il compito di lavorare per dare nuova vita al Gran Mogol. Quando ritornò al suo laboratorio con la pietra, ebbe modo finalmente di osservare quel diamante. Era effettivamente maestoso, una piccola parte di stella, un capolavoro del creato. Le sue mani tremavano, la sua mente pur esperta era confusa, non riusciva a trovare la giusta serenità per lavorare. Poteva realmente violare un dono così grande? Per mesi amò quella pietra, la tenne fra le mani, la studiò, cercò di capirla, finché lei stessa si offrì a lui, gli chiese di minimizzare i suoi difetti e si lasciò vincere. Al termine del lavoro aveva ricavato tre magnifiche pietre: una rosa, grande e rotonda, “a forma di mezzo uovo di acqua purissima”, come ci tramanda il Tavernier, con una delicata colorazione verde-azzurra, una lieve intaccatura alla base e un altrettanto piccolo cristallo interno del peso totale di 280 carati; una grande rosa ovale, pervasa da un vago grigiore, con una sfaccettatura mal definita nella parte superiore e con due sfaldature, una più grande e una più piccola, del peso di 186,16 carati, nella parte inferiore; infine, una magnifica goccia sfaccettata alla maniera indiana di 47,50 carati, che emanava una luce intensa, quasi abbagliante. Ortensio era soddisfatto del suo lavoro, da grande maestro aveva trasmesso vita alla materia, era riuscito a dare il contributo umano alla creazione della natura. Si inorgoglì al pensiero che la sua opera avrebbe superato il tempo dei mortali, affidando il suo nome alla Storia. Consegnò, come da accordi, le due pietre a Amir Jumla e la più grande al Mogol. Quest’ultimo, però, rimase molto deluso dal suo lavoro a causa dell’eccessiva perdita di peso del diamante. Lo fece fustigare e gli sequestrò tutti i suoi averi. La notte stessa Ortensio si trovò da solo nelle sue stanze, prosciugato d’ogni energia vitale. Tutto era finito: non avrebbe più potuto rivedere l’amata Laguna. Nel buio più assoluto, senza neanche il conforto di un raggio lunare tra le persiane, gli sembrò di scorgere il beffardo fantasma della pietra grezza che gli aveva rubato l’anima. «Ora comprendo perché i greci e i romani chiamavano i diamanti “lacrime degli dei”», annotò all’albeggiare nel suo diario. (…). Il sole si ergeva ormai alle altezze della volta celeste quando Ortensio Borgis ingerì una grande quantità di polvere di diamanti e pose fine ai suoi giorni.


La collocazione attuale del Gran Mogul è sconosciuta e alcuni ritengono che il diamante Orlov o il Koh-i-noor possano essere stati tagliati da questa pietra dopo la sua perdita in seguito all'assassinio del suo proprietario, N?der Sh?h, nel 1747. (Fonte Britannica.com).

 

De Beers

LA GRANDE CORSA AL DIAMANTE

La sede della De Beers è un enorme palazzo in stile vittoriano nel centro di Londra, che circonda tutta Charterhouse Square, come ad abbracciarla. Al suo interno, contiene semplicemente la più grande ricchezza del mondo. Tutto il grezzo estratto dalle miniere della De Beers, infatti, arriva tra queste mura per essere classificato secondo gradi di colore, purezza e grandezza in quattordicimila qualità differenti. A svolgere questo compito sono i selezionatori, un esercito di giovani che poi ripone tutto in un enorme caveau. Successivamente le pietre vengono distribuite tra centododici sightholders, clienti privilegiati di tutto il mondo, che vengono invitati a Londra dieci volte l’anno per prendere in visione, ognuno in un ufficio personale sulla scorta di un protocollo vecchio di cento anni, una scatola contenente grezzo di diamante che, a seconda della composizione, influisce sul prezzo della partita. Da questo privilegio rimangono esclusi tanti grandi operatori commerciali, che sono disposti ad aspettare una vita pur di entrare in questo club a numero chiuso. Chi ne fa parte, ogni quarantacinque giorni circa, accetta di acquistare alla cieca per milioni di dollari il grezzo che la De Beers decide di porre sul mercato secondo la legge della domanda e dell’offerta. La quantità del grezzo dipende anche dalla politica della Compagnia, che mira ad evitare l’oscillazione dei prezzi e anzi a fare in modo che si rivalutino ogni anno in base ai cicli economici. Perché ciò possa avvenire, intere squadre di esperti analizzano i periodi di espansione e di depressione delle curve economiche, nonché le nuove realtà che si affacciano sul mercato. Inoltre, in collaborazione con lo staff pubblicitario, decidono di aggredire commercialmente le varie nazioni in base alle opportunità. Tutti questi studi riescono a creare stabilità e fiducia nel mondo dei consumatori, i quali tra l’altro sovente ignorano la storia della più importante azienda del settore. Il primo diamante era stato scoperto da un ragazzo di quindici anni, figlio di contadini boeri, nel Sud Africa della seconda metà dell’Ottocento. Erasmus Jacobs, questo era il suo nome, mentre ripuliva un canale di scarico otturato, notò una pietra bianca che aveva la forma di due piramidi unite alla base. Egli la regalò alla sua sorellina per giocare a sottomuro, un passatempo molto in voga a quell’epoca. La forma appuntita della pietra costituiva un vantaggio, in quanto non le permetteva di rotolare, rimanendo molto vicina alla parete. Un fornitore della fattoria, collezionista di minerali, notò quella pietra e riuscì a farsela cedere dalla bambina. La fece poi analizzare da un esperto, che la classificò come diamante. Il suo peso fu certificato a 21,25 carati e le venne dato il nome di “Eureka”: era il primo diamante del Sud Africa. Da quel momento si scatenò una vera e propria corsa al diamante. Decine di migliaia di avventurieri si diressero alla volta del Vaal e dell’Orange. Nel 1871 intere comunità di cercatori raggiunsero anche il podere dei fratelli De Beers, spingendoli a venderlo, dal momento che non potevano fare nulla per impedire loro di scavare nel proprio terreno. Così esso venne ceduto per seimilatrecento sterline, dopo essere stato pagato cinquanta sterline (!) soltanto undici anni prima. Il luogo che i De Beers erano stati costretti ad abbandonare divenne il sito più famoso al mondo per l’estrazione di diamanti, Kimberley. Kimberley City nacque con l’invasione dei cercatori, che furono seguiti da banditi, venditori di pozioni, imbonitori; ben presto a loro servizio si costruirono banche, case da gioco, botteghe. La miniera di Kimberley venne poi abbandonata nel 1915 e divenne un’attrazione turistica dove si poteva ammirare la più grande buca che l’uomo avesse mai fatto. Su questo sito, ogniqualvolta che si operavano scavi per le fondamenta di nuovi palazzi, era ancora possibile rinvenire gemme. La corsa al diamante richiamò in Sud Africa personaggi come Barney Barnato e Cecil Rhodes, che posero le basi dei primi accordi tra i minatori. Ernest Oppenheimer, seguendo la strada lasciata da Cecil Rhodes, portò la De Beers ad acquistare tutta la produzione africana e a fondere in un’unica società, la DPA, tutti i grandi industriali di diamanti sudafricani. Fu sempre lui a creare la DTC, Diamond Trading Company, il cui compito era quello di raccogliere tutta la merce per classificarla e immetterla sul mercato tramite una sua consociata, la CSO, Central Selling Organization, verso compratori da essa selezionati. Ernest era così riuscito a concentrare nelle sue mani sia la produzione che la distribuzione. (…). Con questo egli inaugurò quel sistema di vendita che avrebbe fatto la fortuna della Compagnia e che è ancor oggi in vigore.

 

Stalin e i diamanti

LA SCOPERTA DELLA MINIERA MIRNY IN SIBERIA

Verso la fine del 1947, Stalin in persona aveva ordinato una spedizione, nelle sconfinate terre siberiane della Yakutia, alla ricerca di giacimenti di diamanti. Infatti per l’Unione Sovietica, nel dopoguerra, i diamanti rappresentavano un obiettivo strategico di primaria importanza, tanto più che essa si trovava a dipendere completamente dalla De Beers, il gigante mondiale del commercio di queste pietre. Occorrevano diamanti per le ricerche petrolifere, per la produzione di parti meccaniche ad alta precisione, per la costruzione di aerei, armi da puntamento, missili, radar e tecnologie di ogni sorta. Stalin sapeva perfettamente che se il suo paese fosse stato messo sotto embargo a causa della guerra fredda, la ricostruzione postbellica non avrebbe avuto luogo. Allo stesso modo, era al corrente di come la De Beers avesse tenuto testa agli stessi Stati Uniti durante la guerra. Nel 1939, infatti, Roosevelt si era rivolto alla De Beers per ottenere 6,5 milioni di carati, necessari per costruire armi prima di entrare in guerra, ottenendo un rifiuto. Allora il presidente statunitense aveva chiesto a Churchill di impegnarsi a persuadere il presidente della De Beers, Ernest Oppenheimer, dietro la minaccia di non fornire più all’Inghilterra aerei da combattimento. Tutto ciò che gli Stati Uniti ne avevano ricavato era stato un milione di carati e un altro milione da depositare in Canada. Poiché l’intero sistema del monopolio del diamante dipendeva dal controllo delle riserve, Oppenheimer non intendeva consegnare la quantità richiesta agli Stati Uniti, in quanto, così facendo, avrebbe dato fondo ai suoi stock, causando il crollo di tutto il sistema messo laboriosamente in atto dalla sua famiglia. La giustificazione della De Beers riposava sulla convinzione che gli Stati Uniti possedessero una riserva sufficiente per il suo fabbisogno immediato, sicché avrebbero ricevuto diamanti su base mensile come da programmi. Nel frattempo, anche i nazisti necessitavano di continui approvvigionamento di diamanti per produrre quei missili balistici V2 che pensavano avrebbero fatto loro stravincere la guerra. I servizi segreti americani riuscirono a scoprire che i nazisti si rifornivano di diamanti dal Congo belga, le cui miniere erano sotto il controllo della De Beers. Li acquistavano a ventisei dollari al carato, trenta volte il loro prezzo di mercato. Gli Stati Uniti cercarono allora di interrompere gli scambi, allo scopo di bloccare la macchina da guerra di Hitler, ma fu tutto inutile. Così, per ritorsione, applicarono alla De Beers quelle leggi antitrust che fino al 2005 proibirono a tutti i suoi funzionari l’ingresso nel territorio statunitense. Stando così le cose, per evitare di cadere sotto il ricatto di una società privata in piena guerra fredda, Stalin incoraggiò spedizioni esplorative su tutto il vastissimo territorio sovietico, alla ricerca di coni vulcanici – detti anche “pipe” a causa della loro forma – contenenti diamanti. Ma fu soltanto nel 1955 che un giovane geologo, Yuri Khabardin, insieme al padre di Vladimir, Misha Ziman, fece pervenire al Cremlino via telegrafo un messaggio cifrato: “We are smoking the pipe of peace”. Era stata scoperta una grande pipa diamantifera. La miniera venne chiamata appunto Mirny cioè “pace”, e si estendeva per un diametro di milleduecentocinquanta metri e in profondità per mille metri. La sua collocazione era quantomeno problematica: si trovava in pieno circolo polare artico, la più vicina stazione della Transiberiana distava circa mille chilometri e l’acqua, necessaria per separare i diamanti dalla roccia, gelava all’istante. L’Unione Sovietica, dopo sforzi giganteschi per superare le avversità, riuscì a ricavare, a partire dal 1960, un quantitativo di due milioni di carati annui per uso industriale; soltanto in seguito iniziò a produrre anche diamanti ad uso gemma. Per capire gli sforzi enormi che si dovettero affrontare, con i problemi ambientali che complicavano il tutto, basti pensare che da 6,5 tonnellate di materia lavica si riesce ad estrarre un solo carato, vale a dire la quinta parte di un grammo di diamante, di cui solo il 18 per cento può essere utilizzato a uso gemma. Nel 1963 l’Unione Sovietica concluse finalmente un accordo con la De Beers, secondo cui quest’ultima avrebbe venduto i diamanti a uso gemma ai russi. Sarebbe stato sciocco infatti presentarsi autonomamente sul mercato, in quanto ciò avrebbe solo causato la diminuzione del prezzo dei diamanti, fatto che non conveniva a nessuno, soprattutto ai russi che si rifornivano di valuta pregiata attraverso la vendita di diamanti. A un certo punto, però, i quantitativi di diamanti crebbero in maniera sproporzionata, raggiungendo i dieci milioni di carati. Allora, dal momento che provenivano da una miniera grande la metà di quella sudafricana di Finsch – che produceva a sua volta due milioni di carati – i geologi della De Beers chiesero di poter fare un sopralluogo per rendersi conto personalmente della situazione. Trascorse un anno prima che l’Unione Sovietica desse il permesso. Dopo essersi trasferiti a Mosca con un volo dell’Aeroflot, i geologi furono portati a divertirsi per una settimana tra fiumi di champagne e montagne di caviale. Poi, grazie ad un aereo privato, arrivarono a Mirny, ma qui ebbero una brutta sorpresa: il comandante li informò che, a causa delle peggiorate condizioni atmosferiche, sarebbero dovuti partire entro due ore. Visitarono la miniera per soli venti minuti, ma riuscirono comunque a comprendere che il sito non poteva sicuramente supportare quei ritmi di produzione. Il mistero continuava a non avere una spiegazione. Gli scienziati tornarono a Londra per raccontare le loro impressioni e si fece strada l’idea che i diamanti russi, vista l’uniformità del grezzo, potessero essere sintetici, cioè prodotti in laboratorio. I migliori tagliatori della De Beers ebbero allora l’incarico di studiare il grezzo russo, ma nessuno riuscì a trovare elementi tali da far classificare i diamanti come sintetici. Non riuscendo a svelare l’arcano, la De Beers continuò a ritirare quantità sempre crescenti di grezzo russo, allo stesso tempo però, per non inflazionare il mercato, diminuì la produzione in Namibia e aumentò le spese pubblicitarie in Asia e in America, cercando di allargare il mercato del diamante per smaltire questi grandi lotti. I diamanti provenienti dalla Russia erano tagliati in maniera perfetta e si diffuse l’ipotesi che avessero trovato un macchinario automatico in grado di lavorare le pietre in maniera uniforme. Questi diamanti vennero chiamati Silver Bears per il loro colore argentato. Nel 1970 la De Beers accettò la proposta dell’Unione Sovietica di far tagliare la produzione russa direttamente sul posto, concedendo l’immissione dell’80 per cento del grezzo prodotto. Si aprirono così degli uffici, i Russ Almaz, che iniziarono a far concorrenza a tutti i laboratori del mondo. Le taglierie si trovavano a Smolensk, circa centottanta chilometri a nord di Mosca. Le autorità russe, convinte dal costante flusso monetario in dollari, decisero di aprire enormi laboratori di taglio, incentivando la popolazione a frequentare le scuole apposite, che imponevano standard precisi sulla lavorazione. La verità dietro il mistero dell’enorme produzione russa era semplice: Yuri e Misha, dopo anni di stenti in Siberia alla ricerca di giacimenti di diamanti, costretti a far fronte a una natura avversa, avevano trovato la grande miniera. Nel corso degli anni, i due avevano scoperto decine di “pipe” diamantifere, molto più ricche delle stesse miniere sudafricane. Si convenne di mantenere il riserbo sulla faccenda, nascondendo la realtà dei fatti al mondo occidentale, per non causare il crollo del prezzo del diamante. Le autorità decisero di premiarli, anche per non rischiare di veder svelato il proprio segreto: Yuri, comunista ortodosso, ottenne una cattedra all’università di Leningrado; Misha, ebreo, ottenne la possibilità di trasferirsi a Smolensk con la sua famiglia in un appartamento con altre due famiglie ebree, nonché un impiego come geologo nella moderna scuola di taglio di diamanti che vi era appena stata costruita. 

 

LA STORIA

CULLINAN & KOH-I-NUR

I Diamanti della Corona

Prima della metà del XVIII secolo il subcontinente indiano è l’unica regione nota per la presenza di diamanti. Con la graduale sottomissione dell’India agli interessi britannici, beni preziosi e soprattutto gioielli iniziano a confluire nei forzieri britannici, sia sotto forma di bottini di guerra, sia come omaggio da parte dei tanti principi indiani desiderosi di ammansire i nuovi signori imperiali. Nel periodo tra il 1858 e il 1947 l’India è considerata «il gioiello della Corona dell’Impero britannico». Nel 1843 la regina Vittoria d’Inghilterra nomina la ditta Garrard & Co, Gioiellieri della Corona, con l’incarico di produrre i pezzi d’oro e d’argento a disposizione dei servizi della famiglia reale, nonché con l’obbligo di occuparsi del restauro e del mantenimento dei preziosi oggetti. Questa ditta avrebbe tagliato il famoso Koh-i-Noor, la cui storia è costellata di miti e aneddoti. «Vale metà di quanto speso ogni giorno nel mondo intero», la descrive il principe mogul Babur. Il guerriero iraniano Nadir Shah, che sottrae il diamante al tesoro mogul nel saccheggio di Delhi, nel momento in cui la ha tra le mani dice stupito: «Koh-i-Noor», «Montagna di luce», attribuendogli il nome con cui è ancora oggi conosciuto il diamante. Nadir Shah è ucciso e questa pietra leggendaria, passando da un sovrano all’altro, giunge al maragià Duleep Singh, sovrano del Punjab. Quando la regione è annessa alla Compagnia delle Indie Orientali nel 1849, il trattato che sigla la fine delle guerre anglo-sikh stabilisce: «La gemma chiamata Koh-i-Noor è ceduta alla regina d’Inghilterra». «È un trofeo di cui andare orgogliosi», afferma la regina Vittoria, quando la pietra raggiunge Londra. Dopo varie trasformazioni, dal diamante originale sono ottenute più gemme, utilizzate in più occasioni e forme da Vittoria. Alla sua morte entrano a far parte dei gioielli della Corona e una gemma è utilizzata l’ultima volta nel 1937 per la creazione della corona di Elisabetta, la regina Madre.

In un tardo pomeriggio del gennaio 1905, al tramonto, Frederick Welles, direttore di superfice della miniera Premier Mine, nella colonia del Transvaal – oggi Sudafrica – nota un oggetto luccicante sulla parete ascesa della miniera che catturava i fiochi raggi del sole. Sospetta che qualcuno abbia per scherzo infilato un pezzo di vetro, scala la parete…ed estrae un diamante enorme, il più grande diamante grezzo mai ritrovato, con un peso di 3.106,75 carati. La scoperta suscita clamore in tutto il mondo e a quella pietra preziosa viene dato il nome di Cullinan, in onore del presidente della miniera. A causa della superfice liscia su un lato, si sparge la notizia che il diamante faccia parte di una pietra ancora più grande e che esista “una seconda metà”, che non verrà però mai ritrovata. Si dice anche che Frederick Welles sia stato ricompensato con 10.000 dollari per quel ritrovamento, ma anche questa notizia non sarà mai confermata. Il diamante Cullinan è inizialmente esposto alla Standard Bank di Johannesburg prima di essere spedito in Inghilterra. La sicurezza rappresenta un problema ed è organizzata una nave civetta scortata, mentre il diamante autentico, dopo essere stato assicurato, è spedito via posta. Entrambi arriveranno a destinazione senza alcun problema. Raggiunta Londra si iniziano a cercare compratori, ma invano. Due anni dopo, nel 1907, dietro suggerimento del Primo Ministro generale Louis Botha, il Governo del Transvaal acquista la pietra dalla Premier Mine per 150.000 sterline. Il diamante è donato a re Edoardo VII per il suo 66° compleanno, quale “simbolo della fedeltà e del legame dei sudditi del Transvaal alla persona e al regno di Sua Maestà”. Il Cullinan è affidato a Scotland Yard fino al completamento delle negoziazioni per il suo taglio. L’anno dopo la pietra è portata ad Amsterdam per essere tagliata dalla celebre ditta Asscher dopo che un gruppo di persone – tra cui il direttore della miniera e tre membri della famiglia Asscher – riuniti nella Jewel House avevano deciso che il diamante sarebbe stato inserito nello scettro del Sovrano. Dai primi due tagli si ottengono tre pietre: le due più grandi diventano il Cullinan I (530,2 carati) e il Cullinan II (317,4 carati). Per le operazioni di taglio e levigatura si impiegano tre uomini che lavorano 14 ore al giorno per otto mesi. Produrranno nove grandi diamanti (Cullinan I-IX), 96 piccoli brillanti e 9 carati di frammenti grezzi, con una perdita di peso del 62,25 per cento. Il Cullinan I e II, sono chiamati “Stella d’Africa” e “Seconda Stella d’Africa”, donati formalmente al Re ed esposti nella Torre di Londra. La maggior parte delle altre pietre rimarrà agli Asscher quale ricompensa per il lavoro svolto. Edoardo VII acquista il Cullinan VI come regalo per la regina Alessandra, mentre le altre pietre sono acquistate dal Governo del Transvaal e poi donate alla regina Maria. Dopo la morte del Re, suo figlio Giorgio V farà inserire il diamante Cullinan I nello scettro del Sovrano e il Cullinan II nella fascia anteriore della Corona Imperiale di Stato. Oggi le pietre Cullinan III e IV, chiamati scherzosamente “le schegge” dai membri della Royal Family, fanno parte di una spettacolare spilla indossata dalla regina Elisabetta II.

 

IL TESTIMONE

BLOOD DIAMOND

“La Sierra Leone e i diamanti: una benedizione di Dio, diventata maledizione”

 

Ernest Sesay nativo di Bumbuna in Sierra Leone vive da anni nella capitale Freetown. Presiede la Family Home Movement, fondata da Padre Giuseppe Berton, oggi parte del network di organizzazioni di Fondazione AVSI, che riceve in affido bambini abbandonati e offre asilo a vedove di guerra, giovani tossicodipendenti e ragazze madri. Nel 1999, nei momenti terribili della guerra civile, Ernest è rapito dai ribelli del Fronte Rivoluzionario Unito (R.U.F.) che eliminavano gli studenti universitari e rapivano i bambini per farne dei guerriglieri. Riuscito a scappare entra nella Family Home dove oggi porta avanti il lavoro di Padre Berton, colui che ha cambiato la sua vita. È preside di quattro scuole con un totale di più di duemila studenti. Ha risposto alle domande di Storie di Storia dal suo ufficio di Freetown.

 

Che significato hanno i diamanti per la Sierra Leone?

«I diamanti sono la più grande ricchezza del mio Paese. Tutto il mondo pensa alla Sierra Leone quando pensa ai diamanti. Potrei dire che sono una benedizione di Dio, diventata maledizione. Questa ricchezza è stata sfruttata da tanti. Durante la colonizzazione inglese innumerevoli pietre preziose sono state portate via da qui, ma non c’è stato nessun arricchimento della nostra gente, tranne che per pochissimi. Anni dopo proprio i diamanti che avrebbero potuto cambiare le nostre vite sono stati tra le cause di una terribile guerra civile. Venivano utilizzati per comprare armi e per finanziare la guerra».

 

 Come diventano protagonisti della guerra civile?

«I grandissimi guadagni provenienti dalla vendita dei diamanti finanziava entrambi i contendenti nella guerra civile. Il controllo delle aree ricche di miniere era l’obiettivo dei belligeranti. Le pietre preziose servivano per l’acquisto delle armi. Sono stato in un centro di recupero per bambini soldato. Rapiti, drogati, addestrati, erano poi arruolati con la forza nelle milizie ribelli del R.U.F. Ricordo i loro racconti. Parlavano di elicotteri che atterravano nei loro campi e portavano armi e diamanti. Anche i soldati britannici che collaborarono alla sconfitta dei ribelli trovarono negli accampamenti tantissimi diamanti nascosti in bottiglie. Il diamante era l’unico grande strumento che potesse finanziare la guerra. Credo che il film Blood Diamond con Leonardo DiCaprio ricostruisca bene la questione».

 

Ha avuto un esperienza diretta con i diamanti?

«Fui rapito dai ribelli. Avevo 18 anni erano appena entrati a Freetown. Ero certo di essere ucciso. Un capo militare liberiano, molto conosciuto al tempo della guerra, mi prese stranamente in simpatia. Non so perché... Mi affidò una grande borsa, una valigetta di colore verde. Conteneva qualcosa di molto prezioso. Non sapevo cosa fosse, ma mi fu chiesto di portarla sempre con me. In qualsiasi luogo stesse o andasse questo militare, io dovevo essere con lui e custodire la borsa, persino mentre dormiva. Trascorsi così due settimane con lui. Un giorno attaccarono il campo in cui eravamo e io riuscii a mettermi in salvo scappando e nascondendomi in un bosco. Abbandonai quella borsa. Entrando in un villaggio venni a sapere da alcune persone che il capo militare liberiano e i suoi soldati erano disperati e mi cercavano per quella valigia convinti che l’avessi rubata. Fui fortunato, non mi trovarono, mi avrebbero certamente ammazzato. Non ho mai saputo cosa contenesse, ma resto convinto che ci fosse tutta la ricchezza di quell’uomo in diamanti».

 

Che ricordi hai dei racconti che ti facevano i bambini soldato?

«Proprio mentre ti parlo ho qui vicino a me un ragazzo chiamato Crazy… pazzo davvero. Ha una storia speciale. Aveva 10 anni il giorno in cui l’hanno rapito. Per farlo diventare un ragazzo senza paura, i ribelli lo drogano e lo fanno assistere al massacro di tutti i suoi parenti. Lo addestrano alla violenza più terribile. Diventa capo di una milizia e con altri ragazzi attacca il suo villaggio, brucia case, ammazza persone che conosce personalmente. Finita la guerra si rifugia nella giungla. Proviamo ad aiutarlo a reinserirsi nel suo villaggio, ma nessuno lo vuole. È a quel punto che lo accogliamo nel nostro centro e, anche se nei primi tempi continuava ad essere protagonista di risse, in sei, sette anni, siamo riusciti a recuperarlo con il nostro amore. Oggi è sposato, ha due figli, un lavoro. Viene spesso a trovarci e ogni tanto comincia a farsi rivedere nel suo villaggio. Non è possibile comprendere cosa abbiano vissuto questi ragazzi». 

 

Oggi qual è la realtà dei diamanti in Sierra Leone?

«Deludente. Ci sono compagnie da tutto il mondo che cercano ancora diamanti in Sierra Leone. Ma non c’è nulla di nuovo nella vita della popolazione, la vendita dei diamanti non cambia la loro esistenza. Ahimè… 

 

SEGNALAZIONI

Libro: Koh-i-nur. La storia del diamante più famigerato del mondo, di William Dalrymple e Anita Anand, Adelphi 2020.

 

Libro: Blood Diamonds: Tracing the Deadly Path of the World’s Most Precious Stones, di Greg Campbell, Westview Pr; 2002.

 

Film: Blood Diamond - Diamanti di Sangue. Diretto da Edward Zwick, con Leonardo DiCaprio, Djimon Hounsou, Jennifer Connelly. Stati Uniti d’America, 2006.

 

Museo: Diamond Museum Amsterdam. Fondato nel 2007 da Ben Meier della società olandese Coster Diamonds per presentare il mondo affascinante e mitico dei diamanti. E’ l’unico in Europa dedicato a questa pietra preziosa. Indirizzo: Paulus Potterstraat 8, 1071 CZ Amsterdam, Paesi Bassi - Telefono: +31 20 305 5300


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