Cultura

Thomas, come Jefferson

Thomas, come Jefferson
 "Nel deserto di New York". Cinquantadue storie per vivere un anno, seppur virtualmente, nella Grande Mela. Racconto numero 48
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Mi chiamo Thomas e credo nella felicità. Quando lo dico la gente mi guarda con condiscendenza, e io aggiungo che sono fiero di vivere in un paese che la felicità la celebra nella Dichiarazione d’Indipendenza. Chi crede nell’uguaglianza degli uomini, nella vita e nella libertà, deve credere anche nella ricerca della felicità, Jefferson lo ha scritto con chiarezza, e sono orgoglioso di avere il suo nome. Chiamatemi Thomas, quindi, Tom è un nome qualunque. 

Di mestiere faccio il critico cinematografico, e non capirò mai perché i film, per essere apprezzati, debbano esprimere un’idea triste dell’esistenza: c’è qualcosa di limitato e perverso nel cercare solo ciò che rispecchia il dolore, in modo da sentirsi parte di un’universale dell’angoscia.  

“Si, è vero, soffriamo, e mi piace che tu le lo dica.”

“La leggerezza è superficialità, e quando si va in profondità si scopre la tragedia.”

Il bello è che io credo nella felicità proprio perché so che la vita è un mistero pieno di dolore. E amo i film che non hanno altro fine che condividere un momento di gioia. Per questo la forma più alta di comicità è il nonsense: ribalta e nega il mistero doloroso della vita.

È triste che le commedie non vincano mai i premi, e quando il pubblico le ama sono guardate dall’alto in basso, come se si dovesse tornare presto a occuparsi di cose più serie. Non capirò mai perché gli uomini preferiscano sempre le tenebre.

Io credo che nessuno al mondo faccia del bene come chi regala buonumore e ottimismo, e quando ho iniziato a scrivere queste cose i miei colleghi sono rimasti sconcertati. All’inizio ridevano alle mie spalle, ma poi hanno cominciato a dirmi di tutto: ingenuo, sentimentale, diseducativo. Una volta hanno teorizzato che il mio atteggiamento era kitsch, come se credere nella felicità fosse di cattivo gusto.

Quando ribadisco la mia fede nella gioia, gli attacchi vengono spostati sulla mia competenza, ma si tratta di tattiche: la realtà che affermo è scandalosa, perché è felice.  

Io amo i film perché li vedo come un mezzo, non come un fine, è questo, agli occhi dei miei colleghi, è un'altra eresia. Non venero i loro simulacri di tristezza, abbelliti da una forma fallace, che si spegne quando si accendono le luci in sala. E preferisco chi tenta di rendere felice il mondo: la ricerca della giustizia la lascio agli illusi e ai moralisti.

Io i film non li separo mai dalla realtà, per questo li amo sino in fondo. E nelle storie che mi raccontano cerco sempre la luce, anche in quelle più tragiche.

So bene che la vita è un sacrificio a cui non possiamo sottrarci senza sentirci in colpa. E che è un dovere, un costo, un impegno.

So ancora meglio che è piena di dolore e bisogna guadagnarsela.

Ma io ho deciso di farlo con un sorriso.