Leggere Pamuk per capire oggi la Turchia
di Fernando Gentilini , di Fernando GentiliniLa parola d'origine araba hüzün vuol dire tristezza, malinconia, vanità, oppure rimpianto per la gloria perduta, per il trovarsi in un limbo fisico o culturale e varie altre cose. Orhan Pamuk, dalle prime pagine di Istanbul, la sceglie per raccontare il sentimento di una città. Per spiegarsi come i suoi abitanti, nel corso degli ultimi due secoli, abbiano costruito su di essa il proprio universo mentale. Si prova hüzün davanti a un konak in rovina, a un selciato che scompare sotto l'asfalto, a quei "musei di una cultura sognata e mai vissuta" che sono gli appartamenti arredati all'occidentale... E soprattutto si prova hüzün a sentirsi sospesi tra due mondi diversi, senza mai appartenere completamente né all'uno e né all'altro.
Nei palazzi sul Bosforo, decrepiti e sontuosi, Pamuk vede l'…
La parola d'origine araba hüzün vuol dire tristezza, malinconia, vanità, oppure rimpianto per la gloria perduta, per il trovarsi in un limbo fisico o culturale e varie altre cose. Orhan Pamuk, dalle prime pagine di Istanbul, la sceglie per raccontare il sentimento di una città. Per spiegarsi come i suoi abitanti, nel corso degli ultimi due secoli, abbiano costruito su di essa il proprio universo mentale. Si prova hüzün davanti a un konak in rovina, a un selciato che scompare sotto l'asfalto, a quei "musei di una cultura sognata e mai vissuta" che sono gli appartamenti arredati all'occidentale... E soprattutto si prova hüzün a sentirsi sospesi tra due mondi diversi, senza mai appartenere completamente né all'uno e né all'altro.
Nei palazzi sul Bosforo, decrepiti e sontuosi, Pamuk vede l'emblema di un processo storico inesorabile, durante il quale la civiltà e la cultura ottomane, poco alla volta, sono passate sotto l'influenza occidentale ed europea, pur mantenendo intatta la loro potenza evocativa e simbolica. Anche davanti ad essi si prova hüzün, e poi si riprova nel libro infinite altre volte, specialmente nelle pagine dedicate ai "quattro scrittori tristi di Istanbul" che Pamuk sceglie come modelli e angeli custodi - Kemal, Tanpinar, Hisar e Koçu - i quali proprio come lui, a un certo punto, furono tutti folgorati dalla letteratura europea e soprattutto francese: da Flaubert fino a Gide o Valéry, passando per Nerval, Gautier, Mallarmé...
Ci sono però due domande che vengono in mente leggendo oggi questo libro pubblicato nel 2003 (da allora in Turchia sono cambiate tante cose!): la prima è chi e cosa rappresenti Pamuk, ovvero che tipo di cittadinanza abbiano le sue opere nel Paese profondo, cioè non tanto a Istanbul, Izmir o Ankara, quanto tra i recessi più remoti dell'altopiano anatolico; la seconda, inevitabile, consiste nel chiedersi se l'eredità laica, filo-occidentale e modernista di Atatürk, che ha segnato la storia della Turchia del Novecento, sia qualcosa di irreversibile oppure no. Se cioè la Turchia repubblicana, sul piano interno e della collocazione internazionale, sia una realtà acquisita per sempre oppure un'anomalia passeggera e destinata a non sopravvivere alla furia dell'uragano Erdogan.
Con ogni probabilità, chi leggeva Istanbul vent'anni fa non si poneva certe domande. Dopo tutto la Turchia stava nella Nato, avrebbe iniziato di lì a poco i negoziati di adesione con l'Unione europea, era un Paese stabile nonostante le tentazioni golpiste, che si stava modernizzando, un Paese con un apparato pubblico di tutto rispetto e un'economia che cresceva insieme al tenore di vita della popolazione. Quando insomma agli inizi del XXI secolo Orhan Pamuk si accingeva a ricevere il Nobel per la letteratura, la Turchia era un Paese che prometteva riforme sostanziose al suo interno e "zero problemi con i vicini", su cui insomma si poteva avere fiducia o se non altro sperare.
Per la verità, con il romanzo Neve, Pamuk aveva annunciato che i tempi stavano per cambiare già nel 2002 (il partito Giustizia e Sviluppo di Erdogan era stato fondato l'anno prima e avrebbe preso il potere nel 2003). Ed è per questo che le sue pagine restano in qualche modo profetiche. Il dubbio sull'irreversibilità dell'impianto kemalista, per tornare alla nostra domanda, ci assale fin dall'inizio, quando Ka, arrivato nella cittadina di frontiera di Kars, immersa nel Paese profondo, si rende conto che le sue certezze vacillano, e che nulla è acquisito per sempre. "È più giusto agire in nome della fede o in nome della legge?" chiede il terrorista islamico alla sua vittima, prima di giustiziarlo nella sala da tè. E in effetti il dilemma tra laicità e islam, verità e fede, democrazia e autoritarismo attraversa il romanzo dalla prima all'ultima pagina. Proprio come avviene nella Turchia di Erdogan, dove la sfida tra conservatorismo islamico e classi dirigenti - giudici, burocrati e militari - si fa ogni giorno più feroce.
Neve insomma anticipò il cambiamento, a cominciare dai giri di vite dopo le rivolte di Gezi Park nel 2013 e il tentato golpe del 2016. E il rigurgito neo-ottomano, autentico marchio di fabbrica di Erdogan anche in politica estera. Gli exploit dei giorni scorsi riguardano la mediazione tra Mosca e Kiev sul grano ucraino, le intese con Teheran sulla Siria e i mal di pancia su Svezia e Finlandia nella Nato. Ma negli ultimi anni la ritrovata postura imperiale di Ankara aveva già portato ad azioni militari in Siria e in Libia, ai raid in Iraq e a violazioni del diritto internazionale nel Mediterraneo orientale; senza dimenticare le mire nei Balcani, in Africa e in Asia centrale, i flirt con Pechino malgrado lo sposalizio con Washington, e poi la retorica filo-palestinese, il patto di ferro con i qatarini e quello ancora più "scellerato" con i talebani.
È quindi significativo che proprio all'impero ottomano, e a ciò che ancora rappresenta, Pamuk avesse dedicato Il mio nome è Rosso, nel 1998. Un noir ambientato nella Istanbul di fine XVI secolo, che in realtà è una riflessione su Oriente e Occidente in cui il primo finisce spesso per surclassare il secondo. Quell'impero è esistito davvero sembra volerci ricordare Pamuk, che sceglie le miniature come metafora della sua grandezza. E prima di diventare l'"uomo malato" d'Europa era stato una potenza politica, militare e culturale capace di influenzare profondamente l'Occidente. Peraltro, guai a dimenticarlo, una parte dell'Europa colta, romantica e cosmopolita ne aveva accolto la fine con un misto di malinconia, rimorso e rimpianto, il che, in un curioso gioco di specchi, ci riporta in un certo senso a quella parola turca di origine araba, hüzün, da cui siamo partiti.
Resta la domanda fatidica su cosa ci riserverà la Turchia del futuro, che fine faranno le riforme, i diritti civili e quelli delle donne, quale sarà la sua collocazione internazionale dopo le elezioni previste nel 2023. Erdogan, in queste ultime settimane, sembra irrefrenabile: nella questione del grano ucraino si è addirittura sostituito alle Nazioni Unite. Ma non dimenticherei i milioni di turchi per i quali la repubblica voluta da Atatürk, lungi dall'essere un'anomalia nella storia, voleva essere l'inizio di un'era senza più sultani né schiavi, basata su uno Stato di diritto che rende uguali i cittadini di fronte alla legge e rispetta i principi delle Nazioni Unite. Sarà un partita aperta, anche perché in Turchia le elezioni sono ancora una cosa seria. Sullo sfondo, ovviamente, la grande partita planetaria del nostro tempo, tra autocrazie e democrazie. E allora hüzün, anche qui, è la parola giusta.