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Orlando Furioso, fantastico come la realtà

Orlando sull'ippogrifo in un'incisione di Gustav Doré 
Lo scrittore svela le molte connessioni tra il mondo e la fantasia nell’opera di Ariosto. Come in una grande sala di specchi
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Parliamo in una sala di specchi oscuri. Ciò che esprimiamo a parole sembra evocare dall’ombra il suo opposto che, a sua volta, richiama il proprio buio riflesso. Non c’è nulla che non sia correlato. Per definire il fantastico bisogna quindi definire il reale e il reale presuppone la conoscenza del fantastico.

La realtà di un italiano del Cinquecento è ovviamente diversa da quella dei nostri tempi catastrofici e forse lo stesso valeva per uno spagnolo o un portoghese dello stesso secolo. Le sfere celesti di Platone erano reali nell’universo tolemaico; viaggiare nello spazio era una fantasia, appannaggio solo degli eroi, dei maghi e degli antichi dei. Per noi oggi la realtà cosmologica è quella fino a poco tempo fa solo immaginaria dei romanzi di fantascienza. Nell’epoca delle fake news e di photoshop la distinzione tra realtà e fantasia è ancor più sfumata.

Gli specchi della percezione continuano a…

Parliamo in una sala di specchi oscuri. Ciò che esprimiamo a parole sembra evocare dall’ombra il suo opposto che, a sua volta, richiama il proprio buio riflesso. Non c’è nulla che non sia correlato. Per definire il fantastico bisogna quindi definire il reale e il reale presuppone la conoscenza del fantastico.

La realtà di un italiano del Cinquecento è ovviamente diversa da quella dei nostri tempi catastrofici e forse lo stesso valeva per uno spagnolo o un portoghese dello stesso secolo. Le sfere celesti di Platone erano reali nell’universo tolemaico; viaggiare nello spazio era una fantasia, appannaggio solo degli eroi, dei maghi e degli antichi dei. Per noi oggi la realtà cosmologica è quella fino a poco tempo fa solo immaginaria dei romanzi di fantascienza. Nell’epoca delle fake news e di photoshop la distinzione tra realtà e fantasia è ancor più sfumata.

Gli specchi della percezione continuano a mutare e noi tutti, a un certo punto della nostra vita, ci troviamo all’interno del palazzo incantato di Atlante, alle prese con illusioni che percepiamo consciamente come realtà. La realtà, come sappiamo, si costruisce partendo da quella che reputiamo la nostra esperienza personale e dall’esperienza altrui, ricevuta (e accettata). Ma anche la fantasia ricorre agli stessi strumenti. Realtà e fantasia, il mondo reale e il mondo dei sogni, risiedono entrambi negli occhi di chi guarda. Victor Hugo ha riassunto questo concetto in La fin de Satan: “So che inferno c’è nelle pupille degli occhi ”.


Ciò che per Orlando è reale sta quindi “nella pupilla dell’occhio”. Il palazzo di Atlante è solo la somma di questo connubio di realtà, la realtà concepita e quella percepita. La fantasia è solo esterna al libro, al di là della pagina, negli occhi del lettore, un’ombra nata dalle idee preconcette di realtà di quest’ultimo. Ariosto difende deliberatamente questo paradosso:


“Quantunque il simular sia le più volte
ripreso, e dia di mala mente indici,
si trova pur in molte cose e molte
aver fatti evidenti benefici”


Senza dubbio il palazzo di Atlante rappresenta l’ostinato persistere dell’illusione fantastica, ma anche il persistere del reale, è il luogo in cui la natura caleidoscopica del mondo si fissa in una sembianza che congela il desiderio in realtà. Nel poema dell’Ariosto ciò che immagini di vedere, di desiderare, lo ottieni. Nel palazzo incantato Orlando vede Angelica in fuga perché è Angelica che cerca; vede i valorosi cavalieri Ruggiero, Gradasso, Iroldo, Brandimarte e Prasildo, perché nella sua mente sono i rivali. E a loro volta essi vedono Angelica in fuga perché è ciò che anche loro desiderano. Tuttavia la realtà appare in varie sfumature, Ruggiero ad esempio ode nella voce che Orlando intende come un grido d’aiuto da parte di Angelica quella della sua amata Bradamante.

La realtà, la fantasia, il testo sono gli stessi, è la lettura che ne facciamo a livello individuale che è selettiva e divisiva: nel palazzo di Atlante sono tutti Pierre Menard. Solo Astolfo sfuggirà alla fantasia suonando il corno, vero, che crea l’illusione di terrore. L’ “orribil suono” è più reale della realtà stessa.


Nella realtà di Ariosto, una realtà immaginata dal poeta che diventa personaggio della propria fantasia (e quindi una fantasia anche nella realtà logica del poema) sono presenti, accanto a molti altri elementi reali, i libri della sua biblioteca. Dopo tutto Ariosto è un poeta letterato, un funzionario di corte, un esimio rappresentante di quell’Umanesimo di cui coniò il tanto abusato termine. Nelle pagine dei suoi libri Ariosto (al pari dei suoi contemporanei) ha letto cose che ritiene reali e altre che considera fantasie.


“’l sciocco vulgo non gli vuol dar fede,
se non le vede e tocca chiare e piane.
Per questo io so che l’inesperienza
farà al mio canto dar poca credenza”


Non ci sono regole per distinguere tra fantasia e realtà: fede, auctoritas, vista e tatto, conferma dell’esperienza personale, la parola altrui, sono tutti elementi che colorano le descrizioni di persone e luoghi, di terre straniere ed eventi passati descritti in atlanti, cronache, romanzi cavallereschi e poemi epici. Lo stesso vale per i lettori del poema ariosteo: la città di Parigi e l’imperatore Carlo Magno sono reali (anche se forse non proprio come Ariosto li presenta); Melissa e Discordia non lo sono (a meno che non si leggano come simboli e metafore, come propose Galileo nel suo Postille all’Ariosto). A questo approccio bilaterale dobbiamo aggiungere una terza visione: ciò che è fantastico per noi è reale per i personaggi. Il libro magico di Astolfo (“quel ch’agl’incanti riparare insegna ”) è, ahimè, fantastico per noi, lettori scettici, ma di certo reale per Astolfo. Noi, a differenza di Astolfo, siamo come il povero Orlando che decifra i nomi di Angelica e Medoro scritti in arabo sui tronchi degli alberi della foresta e sulle pareti della grotta. I segni sono reali, ma noi vorremmo leggerli come fantasia.


A circa duemila quattrocento chilometri dal letto di morte di Ariosto (una distanza che l’Ippogrifo avrebbe coperto in un batter d’occhio) un ragazzo, Luis Vaz de Camões, avrebbe letto quelle avventure meravigliose e ne sarebbe rimasto affascinato per la vita intera.


I Lusiadi contiene molti riferimenti all’Orlando furioso, alcuni espliciti, altri impliciti, ma i due poemi epici differiscono in maniera notevole. Ariosto fa muovere costantemente il lettore tra la fantasia e la realtà: ciò che è reale per i suoi personaggi e fantastico per i suoi lettori (e forse per lui stesso). Camões ribadisce che tutto nel suo poema è reale, nulla è frutto di fantasia, neppure le antiche divinità.


Ariosto sa popolare le sue geografie di ogni genere di bestie, oggetti e avvenimenti fantastici, passando agevolmente dalla descrizione realistica di un’armatura o di un moschetto a un anello magico o a un destriero alato. Maghi, giganti, coccodrilli famelici, mostri marini, appaiono tutti senza un cenno di scusa, e l’arbitrarietà del caso ha pari importanza delle conseguenze materiali. Nell’Orlando furioso succede sempre qualcosa, fantastico o storicamente fondato che sia, perché la vita, per Ariosto, è una galassia di soli luminosi e di voraci buchi neri: ciò che è reale e ciò che appare tale, ciò che è fantasia e ciò che la sembra, coabitano. Nell’Orlando furioso non v’è certezza di dove ci troviamo, se non che siamo lì.


Con Camões è diverso. Il viaggio di Vasco da Gama è un dato di fatto, con tanto di naufragi, attacchi nemici, scoperte e rivelazioni. Le meraviglie che può contenere sono fantasie solo per occhi alieni, come i nostri a distanza di cinque secoli. Noi mettiamo in dubbio l’esistenza di sirene e unicorni, ma in base a un decreto dell’alto medioevo la corona portoghese aveva il diritto di tassare chiunque catturasse una sirena, e il Livro das ilhas fa riferimento a un editto del 1461 che proibiva ai privati cittadini il commercio di peperoncino, zibetti e unicorni. Il mondo di Camões è dolorosamente reale, a dispetto di ciò che potremmo pensare oggi delle sue antiche divinità litigiose e dei suoi bestiari fantastici, e il successo della gloriosa impresa di Vasco da Gama, predetto nell’ultimo canto del poema dalla ninfa che rivela il futuro dorato dell’esploratore portoghese, è indubbiamente radicato nella dura esperienza maturata dal poeta-soldato. Persino l’Isola degli amori, al termine dell’impresa sfugge al fragile regno dell’allegoria: per Vasco da Gama e i suoi marinai esausti, quella terra di meravigliosa di beatitudine venusiana è reale quanto il sentimento amoroso che deve ricompensare il coraggio dei pellegrini.


Un poema è specchio oscuro (o chiaro) dell’altro? Camões deve necessariamente darci una rassicurazione filosofica. “Nulla è impossibile,” dice al suo eroe (e ai suoi lettori) “Chi ha voluto ha sempre potuto. Sarete annoverati tra gli eroi e su questa isola di Venere accolti”. Ariosto, invece, non ha bisogno di una morale finale per il suo racconto. L’intero Orlando furioso è il trionfo della propria morale.


Traduzione di Emilia Benghi

L'evento

Sabato 6 agosto presso la Sala delle Volte nella Rocca Ariostesca in Garfagnana (Lucca) — Lina Bolzoni e Alberto Manguel terranno una conversazione su immagini e fantastico dell’Orlando Furioso. In queste pagine anticipiamo l’intervento di Manguel.