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I fascismi che avvelenano questo tempo

Anna Foa, storica ed esperta di memoria della Shoah 
La mancanza di una destra seria, l’indifferenza di fronte al razzismo. E poi il rischio di una modifica costituzionale antidemocratica ma anche l’eredità del padre Vittorio. Parla la storica Anna Foa  
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Nell’album di famiglia figurano ben due Costituenti, il padre Vittorio Foa — indimenticabile protagonista di Giustizia e Libertà e dell’azionismo — e il nonno materno Michele Giua, un professore universitario allontanato dall’accademia per essersi rifiutato di iscriversi al partito di Mussolini. Se gli anni di carcere sotto il fascismo costituissero un blasone, la casa di Anna Foa sarebbe piena di cimeli. Ma alla storia-museo la studiosa preferisce una memoria inquieta che riaffiora nei momenti di crisi. «Fino all’anno scorso ero convinta di aver fatto i conti con il mio passato famigliare, di averlo definitivamente sistemato nella mia testa, come se fosse una storia conclusa. E invece in questi mesi sono sempre più presa dalle memorie, dal bisogno di interrogare chi mi ha preceduto, da identificazioni con quel che accadde prima del fascismo».

Nata letteralmente dalla Resistenza — la madre Lisetta era incinta di lei …

Nell’album di famiglia figurano ben due Costituenti, il padre Vittorio Foa — indimenticabile protagonista di Giustizia e Libertà e dell’azionismo — e il nonno materno Michele Giua, un professore universitario allontanato dall’accademia per essersi rifiutato di iscriversi al partito di Mussolini. Se gli anni di carcere sotto il fascismo costituissero un blasone, la casa di Anna Foa sarebbe piena di cimeli. Ma alla storia-museo la studiosa preferisce una memoria inquieta che riaffiora nei momenti di crisi. «Fino all’anno scorso ero convinta di aver fatto i conti con il mio passato famigliare, di averlo definitivamente sistemato nella mia testa, come se fosse una storia conclusa. E invece in questi mesi sono sempre più presa dalle memorie, dal bisogno di interrogare chi mi ha preceduto, da identificazioni con quel che accadde prima del fascismo».

Nata letteralmente dalla Resistenza — la madre Lisetta era incinta di lei quando fu arrestata nel 1944 dalla banda Koch — Anna Foa è diventata una storica, autrice di libri importanti sulla storia degli ebrei e sulla memoria della Shoah. Ha appena consegnato alla Laterza le bozze del suo ultimo libro sugli ebrei in Italia che definisce anche “storia della mia vita”. «Da piccola credevo di essere ebrea perché mia nonna paterna mi metteva di profilo e mi diceva: con quel naso i nazisti ti avrebbero spedito subito ad Auschwitz. Avevo dieci anni e non capivo. Poi quando ne ho avuto molti di più ho scoperto di non essere ebrea perché mia madre non lo era. E a quel punto ho scelto di diventarlo. Mi sembrava di aver chiuso un cerchio. Ma io continuo a chiudere cerchi e poi riaprirli». Ora dalla sua casa di Formia, dove a lungo è vissuto il padre Vittorio, non nasconde le sue inquietudini sul passaggio storico che stiamo vivendo.

Quali memorie famigliari la sollecitano in questi giorni?
«Mi torna alla mente un racconto che mi fece mio padre Vittorio. A quattordici anni, nel 1924, rientrava in Italia dalla Francia quando a Bardonecchia gli andò incontro suo padre, un vecchio liberale. “Qui le cose vanno molto male”, gli disse. Quella frase — “qui le cose vanno molto male” — mi risuona moltissimo nella testa perché allora c’era ancora la possibilità che la storia prendesse un’altra direzione. Il fascismo poteva essere battuto dai suoi avversari».


Avverte un’analogia tra l’attuale passaggio e l’avvento del fascismo?
«No, non è un’analogia storica. Ha ragione Giovanni De Luna quando dice che oggi è cambiato tutto e che il regime fascista appartiene all’irripetibilità del Novecento. Però io oggi avverto un clima di incertezza e sperdimento che mi riporta a quel momento. Dopo l’assassinio di Matteotti, nel giugno del 1924, sembrava che Mussolini fosse in difficoltà. E invece quel delitto politico segnò la svolta autoritaria verso la fascistizzazione del paese. C’era stata la possibilità di una sollevazione da parte della società civile. Ma le cose andarono diversamente, con la sconfitta di quel riformismo socialista che ci avrebbe potuto portare da tutta un’altra parte».


Percepisce oggi l’annuncio di una svolta, come se fossimo a un bivio?
«Se vincesse questa destra, politicamente e culturalmente estranea alla Costituzione, sarebbe sì una svolta preoccupante. La mancanza di una destra decente era un chiodo fisso di mio padre. “Ci vorrebbe una buona destra”, mi diceva Vittorio, una destra affidabile come lo era stata la Destra storica nell’Ottocento. E invece da noi prevalgono gli estremismi, i populismi, i sovranismi. Così oggi avverto i segni di un rotolamento obbligato in quella direzione. Una sensazione che mi disturba molto anche da storica: mi piace insegnare ai miei studenti che la storia ha sempre tante possibilità, non è mai necessaria. E invece oggi stiamo rotolando di necessità. Come se la storia avesse perduto la sua libertà».


Quali sono questi segnali?
«Accadono fatti seri, in Europa e in Italia: dalla guerra in Ucraina alla caduta del governo Draghi agli avvelenamenti che colpiscono ex fedelissimi di Putin. Ma è come se il nostro paese fosse immerso in una profonda e irredimibile indifferenza, quello stesso torpore che è stato fotografato dall’assurdo assassinio di Alika Ogorchukwu, l’ambulante nigeriano di Civitanova Marche: siamo diventati tutti spettatori di cose che non ci riguardano».


E invece ci riguardano da vicino.
«Sono convinta che se la vittima avesse avuto la pelle bianca, la vicenda avrebbe preso un’altra piega. Dicono: non c’era un movente razzista. Probabilmente è vero, se ci riferiamo a una consapevole ideologia razzistica. Ma pongo una domanda: una mano nera si può posare su un braccio bianco o si ha paura che quel corpo bianco venga contaminato?».


Sta dicendo che siamo diventati razzisti senza saperlo?
«La maggior parte delle persone intolleranti non sa di essere razzista. Bisogna cercare il razzismo che è in noi. E soprattutto bisogna reagire. Queste sopraffazioni accadono a danno dei più fragili, non solo di pelle nera ma anche disabili: non è un caso che Alika portasse una stampella. Nella mentalità collettiva circolano umori violenti, non mediati dalla consapevolezza, che stanno diventando dominanti. È questo il clima moralmente deteriorato che mi fa paura. Ed è il clima su cui fa leva la destra sovranista».

Lei ha studiato il genocidio e la storia degli ebrei, che è anche la sua storia. Che impressione le fa Orbán che teorizza la razza europea contro il miscuglio con altre stirpi? Torniamo al primato del sangue?
«Lo trovo agghiacciante. Questo è razzismo puro, consapevole e conclamato, che andrebbe immediatamente condannato. Ma che fa la nostra destra che dice di non essere razzista e di richiamarsi ai valori d’un sano conservatorismo? Non ho letto una presa di distanza. Come puoi continuare a essere amico di Orbán quando propaganda teorie di questo genere? A me non preoccupano tanto i legami di Giorgia Meloni con i reduci mussoliniani che vanno a Predappio. Mi preoccupa di più il suo legame con il razzista Orbán, con l’estrema destra xenofoba di Vox, con il leader nazionalista polacco Kaczynski. E mi domando se non ci stiamo avviando anche noi in quella direzione».

Questa estate del 2022 sarà studiata nei libri di storia?
«Potrebbe essere studiata come un momento spartiacque, se davvero una destra elettoralmente vittoriosa vorrà mettere mano alla Costituzione. Finché resta integra la Carta siamo ancora nell’ambito di una civiltà democratica liberale. Ma se viene demolito il suo patrimonio, l’Italia supera il confine netto tracciato dai Costituenti».

Teme anche per la tenuta dell’Unione Europea?
«Con la guerra ucraina si è aperta una nuova fase della storia. Per oltre sette decenni, con la parentesi del conflitto nell’ex Jugoslavia, abbiamo creduto che le guerre fossero finite nel nostro continente. Mio padre Vittorio guardava all’Europa con meraviglia ed entusiasmo. “Ma ti rendi conto?”, mi diceva. “L’Europa s’è scannata nelle due guerre mondiali e ora c’è l’Unione Europea!”. Noi l’abbiamo data per scontata. Ma se prevarranno i regimi illiberali, non sappiamo neppure che cosa resterà dell’Unione».

Nell’attuale clima sente minacciata anche la memoria della Shoah?
«Sì, anche per la memoria avverto un rischio. Il 27 gennaio rappresenta per l’Europa una data simbolica che ci ricorda quali sono le nostre radici: l’Europa nasce dal rifiuto del nazismo e del fascismo, dell’antisemitismo, del razzismo. La giornata della memoria è per gli europei un ancoraggio saldo alla propria storia. Io temo che non subito ma nei prossimi anni, in un panorama radicalmente mutato, questa nostra memoria rischi di perdere senso e valore».

Le viene mai da domandarsi: ora cosa direbbe mio padre Vittorio o cosa direbbe mia madre Lisetta?
«Me lo domando ogni giorno. A mia madre ho pensato tanto durante la guerra ucraina. Conosceva bene l’Unione Sovietica e mi ha insegnato che bisogna appoggiare sempre il dissenso e mai i regimi. Quanto a Vittorio, sarebbe più ottimista di me. Lui mi direbbe: ma vedi tutto nero, sforzati di vedere un futuro più luminoso. Avrebbe ragione, ma io ora davvero non ci riesco».