L'incubo di Aoise, schiava nigeriana a Castel Volturno
di Raffaella De Santis , di Raffaella De SantisLa prima cosa è cambiare nome, cercare di dimenticare chi eri prima. Prima di arrivare in Italia su una barca dopo un viaggio lunghissimo vissuto con la speranza di una vita migliore. Il mio nome è Aoise (VandA edizioni, euro 18, pagg. 272) è un romanzo crudo (non potrebbe essere altrimenti visto il tema) che racconta la vita di una giovane nigeriana costretta in Italia a prostituirsi e attraverso lei il dramma di tante altre donne.
La storia è ambientata a Castel Volturno, in provincia di Caserta, ma potrebbe svolgersi ovunque. L’autrice è una magistrata, Marta Correggia, che si occupa di sfruttamento della prostituzione nella Procura di Santa Maria Capua Vetere e quindi è entrata in contatto con tante Aoise.
La narrazione si muove tra il presente e il passato di Aoise in Africa, raccontando come la ragazza dalla Nigeria sia arrivata in Libia e da lì nel nostro Paese. La rotta è quella che conosciamo: la Libia &egr…
La prima cosa è cambiare nome, cercare di dimenticare chi eri prima. Prima di arrivare in Italia su una barca dopo un viaggio lunghissimo vissuto con la speranza di una vita migliore. Il mio nome è Aoise (VandA edizioni, euro 18, pagg. 272) è un romanzo crudo (non potrebbe essere altrimenti visto il tema) che racconta la vita di una giovane nigeriana costretta in Italia a prostituirsi e attraverso lei il dramma di tante altre donne.
La storia è ambientata a Castel Volturno, in provincia di Caserta, ma potrebbe svolgersi ovunque. L’autrice è una magistrata, Marta Correggia, che si occupa di sfruttamento della prostituzione nella Procura di Santa Maria Capua Vetere e quindi è entrata in contatto con tante Aoise.
La narrazione si muove tra il presente e il passato di Aoise in Africa, raccontando come la ragazza dalla Nigeria sia arrivata in Libia e da lì nel nostro Paese. La rotta è quella che conosciamo: la Libia è il primo approdo di disperati che vengono rinchiusi in centri che sono veri e propri lager, dove sono costretti a subire violenze di ogni tipo. Un inferno denunciato anche da Papa Francesco che non ha avuto timore a parlare di “lager di detenzione”.
Quel viaggio a Aoise costa 50 mila euro, un debito da ripagare con la propria libertà. Alex Zanotelli, che firma la prefazione al romanzo, critica fortemente la politica migratoria europea che ha consentito ai libici di perpetrare un tale sistema di orrori.
Per le donne è ancora più dura. Questa è la storia di una di loro, una nigeriana che in Italia finisce in una casa di prostituzione per africani gestita da una maman. Per ripagare il debito dovrà prostituirsi dalle 15 alle 20 volte al giorno. Ogni prestazione costa 15 euro. Aoise scompare per fare posto a Erabon. Altro nome, altra identità.
Il romanzo racconta attraverso flashback anche l’antefatto. Prima di lasciare la sua famiglia Aoise viene sottoposta a un giuramento juju che la lega al risarcimento del prestito con la minaccia di perdere i suoi familiari. E’ Priest Wami a spiegarle come stanno le cose: “Se non adempi alla promessa fatta al mio santuario ci servirà il tuo sangue e quello dei tuoi cari. Posso usare il mio potere per distruggere qualunque cosa io voglia. Sono in grado di generare qualsiasi malattia in una persona. Se prometti, devi farlo, altrimenti il semidio Eshu manderà gli spiriti dei morti a uccidere te e la tua famiglia”.
Quella di Aoise è una delle tantissime storie di sfruttamento sulle quali chiudiamo gli occhi. Donne invisibili che ci vivono accanto e non vediamo, un nuovo schiavismo sul quale lucrano mafie locali africane e italiane. Aoise inizia a prendere coscienza della sua condizione dopo la cosiddetta strage di Castel Volturno: è il 18 settembre 2008 quando la camorra uccide a sangue freddo sei immigrati. La sommossa che segue è un fatto inedito nella storia dell’immigrazione italiana. Arriva poi a scuoterla Miriam Makeba, la cantante sudafricana che si batteva per i sudafricani liberi e che il destino ha fatto morire proprio a Castel Volturno dopo un attacco cardiaco su quel palco dove aveva voluto esibirsi come gesto contro la camorra e contro il razzismo. E dove si era esibita portando un messaggio: Freedom for Africa. Una libertà che per molti nel mondo continua ad essere una parola proibita.