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Two Guns

 "Nel deserto di New York". Cinquantadue storie per vivere un anno, seppur virtualmente, nella Grande Mela. Racconto numero 50
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Mi chiamo Andrew Hart e a scuola sono il migliore della mia classe. Era il migliore anche mio padre, e prima di lui mio nonno, che si chiamava come me.

In famiglia siamo stati educati a studiare, a lavorare sodo e amare il nostro paese, perché non c’è nulla di più importante di essere buoni cittadini. Lo abbiamo imparato tutti dal nostro capostipite, il mio bisnonno Richard.

Era un agente federale, e al tempo del proibizionismo divenne una leggenda per come riuscì a sgominare contrabbandieri e distillatori d’alcool. Gli indiani e i fuorilegge ne erano terrorizzati e lo chiamavano “Two Guns”: usava le armi con grande facilità, ma erano tempi in cui non si poteva andare tanto per il sottile, l’importante è essere dalla parte della legge. Era talmente ammirato che il presidente Coolidge lo volle come guardia del corpo per i suoi viaggi nei paesi del west. Lo elogiò in pubblico come americano da prendere a mo…

Mi chiamo Andrew Hart e a scuola sono il migliore della mia classe. Era il migliore anche mio padre, e prima di lui mio nonno, che si chiamava come me.

In famiglia siamo stati educati a studiare, a lavorare sodo e amare il nostro paese, perché non c’è nulla di più importante di essere buoni cittadini. Lo abbiamo imparato tutti dal nostro capostipite, il mio bisnonno Richard.

Era un agente federale, e al tempo del proibizionismo divenne una leggenda per come riuscì a sgominare contrabbandieri e distillatori d’alcool. Gli indiani e i fuorilegge ne erano terrorizzati e lo chiamavano “Two Guns”: usava le armi con grande facilità, ma erano tempi in cui non si poteva andare tanto per il sottile, l’importante è essere dalla parte della legge. Era talmente ammirato che il presidente Coolidge lo volle come guardia del corpo per i suoi viaggi nei paesi del west. Lo elogiò in pubblico come americano da prendere a modello.

Oggi a scuola mi hanno assegnato un compito sul personaggio della mia famiglia di cui sono più fiero, ed ho voluto celebrare lui, il bisnonno che ha dedicato tutta la propria vita a far affermare la legge.

Ho trovato molte foto che a casa non avevo mai visto: portava sempre le due pistole, e guardava l’obiettivo con aria di sfida. Era molto scuro di capelli, chissà perché questo non me l’immaginavo, e non c’è fotografia in cui sorrida.

Quando scopriva le distillerie le distruggeva con una furia che spaventava i suoi collaboratori, e ne demolì interamente una con una mazza da baseball. Pare che quella volta abbia urlato qualunque improperio, e persino pianto contro chi si ostinava a costruire la propria vita con il crimine.

Alla fine del proibizionismo divenne invece silenzioso e triste, e dopo tre anni d’inattività cominciò a lavorare come giudice di pace, ma non gli piacque affatto.

Morì che non aveva sessanta anni, ma forse era già morto quando distrusse l’ultima distilleria. O forse molti anni prima.

Ho scoperto infatti che il vero cognome della nostra famiglia non è Hart: è stato proprio lui ad inventarlo, prendendolo da un attore del cinema muto che faceva i film western. Il vero nome del mio bisnonno era Vincenzo Capone, ma lo cambiò perché non voleva avere nulla a che fare con il fratello Al.