Bruno Vidoni, il fotografo che inventò le fake news
di Michele Smargiassi , di Michele SmargiassiL'unico a non divertirsi quel giorno fu Giorgio, perché lui era simpatizzante del Manifesto, ma gli toccò la parte del feroce parà britannico. Non ci fu niente da fare, perché Bruno Vidoni non tollerava obiezioni: i falsi, diceva, sono una cosa seria. Lavorarono sodo, in quel vicolo di Pieve di Cento, provincia di Ferrara, dopo averlo affrescato di graffiti indipendentisti, essersi vestiti con divise comprate ai mercatini e aver imbracciato armi vere trovate chissà dove. Verso sera, il reportage fotografico sulla sanguinosa battaglia fra cattolici e protestanti era pronto. Poche settimane dopo uscì sulle pagine di una prestigiosa rivista, Fotografia Italiana, ammiraglia della fotografia impegnata, col titolo "L'odio brucia l'Irlanda". Era l'agosto del 1973. L'espressione fake news non esisteva ancora. Allora fu chiamata "una beffa". Nessuno, nella furiosa polemica che seguì il suo svelamento, cap&…
L'unico a non divertirsi quel giorno fu Giorgio, perché lui era simpatizzante del Manifesto, ma gli toccò la parte del feroce parà britannico. Non ci fu niente da fare, perché Bruno Vidoni non tollerava obiezioni: i falsi, diceva, sono una cosa seria. Lavorarono sodo, in quel vicolo di Pieve di Cento, provincia di Ferrara, dopo averlo affrescato di graffiti indipendentisti, essersi vestiti con divise comprate ai mercatini e aver imbracciato armi vere trovate chissà dove. Verso sera, il reportage fotografico sulla sanguinosa battaglia fra cattolici e protestanti era pronto. Poche settimane dopo uscì sulle pagine di una prestigiosa rivista, Fotografia Italiana, ammiraglia della fotografia impegnata, col titolo "L'odio brucia l'Irlanda". Era l'agosto del 1973. L'espressione fake news non esisteva ancora. Allora fu chiamata "una beffa". Nessuno, nella furiosa polemica che seguì il suo svelamento, capì invece che era l'alba di una nuova era, quella della postverità.
È davvero incomprensibile che nessuno abbia mai riconosciuto il ruolo di precursore e profeta delle fake news (ma di quelle deliberatamente omeopatiche e pedagogiche) a questo mite, eclettico, sarcastico professore di educazione artistica alle scuole medie, un visionario che ha esplorato la zona crepuscolare fra il sogno e la realtà, una di quelle genialità che hanno sempre reso assai poco provinciale la provincia italiana. Forse perché non volle mai abbandonare la cittadina del Guercino, Cento, e la sua bella casa nobiliare di via Gennari 35; infatti è ancora lì, in spirito, ventidue anni dopo la morte, dove sua moglie, Marina Ferriani, ha restaurato e aperto, "tutto a mie spese, neanche un centesimo dallo stato", una singolare casa-museo d'artista che ha una storia tutta da raccontare.
La storia di un artista appartato ma colto, ironico, uno scrittore, storico, soprattutto pittore che già coi pennelli in mano gioca sottilmente con la mimesi e la parodia; non ha un suo stile, ne ha dieci: metafisico, surrealista, pop, un giorno si inventa un pittore inesistente, il futurista Romolo Fabbi, il mercato dell'arte ci casca, lo trovate ancora quotato sul web, eppure le sigle su quei tre biplani dipinti in eroica battaglia aerea, se lette di seguito, fanno "VI-DO-NI".
Adora particolarmente la fotografia, magnifico veloce giocattolo che fabbrica la realtà più che riprodurla; bazzica i circoli fotoamatoriali ma ne sorride, e decide di prendersene gioco: nel '69 vince un concorso con un reportage sulla vestizione di un torero, una cosa epica in stile W. Eugene Smith, ma non è Siviglia, è la trattoria Da Encio, dietro casa, tutto recitato, compresa la ballerina di flamenco, e poi sul muro cosa diavolo ci fa una icona russa? È la sacra immagine di Santa Bladina, venerata a Cento, a cui sono dedicati decine di ex voto, ovviamente anche questo tutto inventato da Vidoni, santa compresa.
Insomma, questo genio beffardo non poté non incontrare e mettersi in combutta con un altro genio beffardo della fotografia italiana, Ando Gilardi, storico e critico pestifero, che sulla sua rivista Photo13, nel 1971, gli pubblicò "Dalla zona del fuoco di paglia", un durissimo reportage fotografico dalla Cambogia, con cinici marine americani che sfogliano Playboy davanti ai cadaveri dei musi gialli o fumano ghignando fra bambini insanguinati; ma non è il Mekong, è il fiume Reno, dietro casa.
Un'amica viaggiatrice portò con sé le foto in Inghilterra e da lì le spedì a Colombo in una busta con un bel francobollo britannico, da parte di un certo Roger Walker, fotografo ignoto ma evidentemente talentuoso, perché quelle foto erano strepitose, coraggiose, impressionanti, colte nel vivo dell'azione. Il servizio, abbiamo detto, uscì sulla rivista di Colombo (ahilui, fatalità) il 1° aprile del '73, e dopo poco venne ovviamente sbugiardato in termini feroci da Gilardi: il primo dei professionisti, infierì, può essere ingannato dall'ultimo dei dilettanti.
Rispose il beffato accusando il colpo, ma con orgoglio: "D'accordo, siamo stati ingannati. Ma è filosofia da vigliacchi pensare che tutte le foto drammaticissime di questo genere sono state prefabbricate". Aveva intuito che le fake news non cercano di far passare qualcosa per vero, ma di demolire la fiducia che qualcosa di vero possa esistere.
Molti anni dopo, generosamente, Colombo disse di avere perdonato la "beffa". Ma era, appunto, molto di più. Era un esperimento di falsificazione contestuale che precedeva di almeno un decennio quelli, oggi molto celebrati, di Joan Fontcuberta.
Vidoni, questo dadaista appartato, questo situazionista sconosciuto, continuò per qualche tempo a divertirsi con le "inattendibilità del vero", fabbricò altre guerre verosimili, smise quando fu sconsigliato di mettere in mostra un finto reportage sul terrorismo (con tanto di spia infiltrata), nel 1980, per il rischio che fosse preso sul serio anche quello. Si ritirò nel ritratto, nel nudo, usò le fotografie per preparare i suoi dipinti e illustrare i suoi romanzi.
La cura omeopatica del falso a mezzo di falsi non funzionò. La fotografia, che già lo aveva fatto fin dalla nascita, da allora ha continuato a mostrare ciò che non può dimostrare e, come una Cassandra al contrario, anche se dice il falso viene creduta. Se c'è una fotografia, vuol dire che è vero, dovete fidarvi. Parola di Roger Walker.