Nel rifugio di Ella Maillart, la grande viaggiatrice
di Antonio Politano , di Antonio PolitanoChandolin (Alpi svizzere). Stava qui dall'ultima alla prima neve, il tempo lungo della primavera e dell'estate. Di fronte, un orizzonte vasto, libero. Sullo sfondo, una corona di montagne di quattromila metri, con il Cervino "asse del mondo, luogo perfetto" (così lo definiva). A Chandolin, villaggio delle Alpi svizzere a duemila metri, uno degli abitati più alti d'Europa, nella valle d'Anniviers sopra il Rodano. Oggi, una strada che zigzaga tra gli chalet, boschi di larici, pochi alberghi, piste e sentieri, via vai discreto di sciatori e camminatori, aria pura.
Ella Maillart lo aveva scoperto nel 1946, di ritorno in Europa dopo cinque anni passati in India a "ricercare il significato del mondo, il comune denominatore di ognuno di noi", mentre quasi ovunque dilagava la Seconda guerra mondiale. E alla fine di una lunga stagione di viaggi, durata circa venti anni: soprattutto verso Oriente, nelle "grandi solitudini" e "im…
Chandolin (Alpi svizzere). Stava qui dall'ultima alla prima neve, il tempo lungo della primavera e dell'estate. Di fronte, un orizzonte vasto, libero. Sullo sfondo, una corona di montagne di quattromila metri, con il Cervino "asse del mondo, luogo perfetto" (così lo definiva). A Chandolin, villaggio delle Alpi svizzere a duemila metri, uno degli abitati più alti d'Europa, nella valle d'Anniviers sopra il Rodano. Oggi, una strada che zigzaga tra gli chalet, boschi di larici, pochi alberghi, piste e sentieri, via vai discreto di sciatori e camminatori, aria pura.
Ella Maillart lo aveva scoperto nel 1946, di ritorno in Europa dopo cinque anni passati in India a "ricercare il significato del mondo, il comune denominatore di ognuno di noi", mentre quasi ovunque dilagava la Seconda guerra mondiale. E alla fine di una lunga stagione di viaggi, durata circa venti anni: soprattutto verso Oriente, nelle "grandi solitudini" e "immensità" dell'Asia, tra nomadi, pellegrini, contadini, cavalieri, deserti, altopiani, vallate segrete, regni nascosti.
Nel 1948 si era fatta costruire uno chalet, rimasto intatto da quando Ella se ne è andata venticinque anni fa: le pareti foderate di libri, vecchi bauli, mandala, statuette induiste, una testa di Buddha, un ritratto della sua gatta, la tenda arancione ancora sulla veranda. "Ci piaceva mantenere quell'atmosfera", mi dice Anneliese Hollmann, amica devota, erede della casa e custode della sua memoria. Si erano conosciute nel 1972, meditando insieme.
Quante cose è stata Ella Maillart, nel secolo che ha attraversato (1903-1997): viaggiatrice, giornalista, scrittrice, fotografa, sciatrice, velista, guida. Voleva l'avventura, una vita piena, dar seguito ai sogni. Da bambina, scrisse, "vivevo insieme all'eroe del libro che stavo leggendo". Non le bastava l'esistenza "regolare" che l'avvolgeva in Svizzera, la città, Ginevra.
L'apprendistato per il suo spirito vitale era stato lo sport, praticato per rafforzare una costituzione fragile con risultati eccellenti: la navigazione (fino a partecipare alle regate olimpiche del 1924 a Parigi, unica donna nella categoria individuale), lo sci (rappresentando la Svizzera ai mondiali dal 1931 al 1934), l'hockey su prato (fondando il primo club femminile della Svizzera romanda).
Contemporaneamente, aveva cercato il proprio posto nel mondo. Era stata insegnante di francese in Galles, mozzo tra Dover e Dieppe, allieva archeologa a Creta, modella per uno scultore a Parigi, comparsa sui set di Berlino ai tempi di Marlene Dietrich. Lì, entrando in contatto con emigrati russi, scatta la fascinazione per l'Est. Vuole andare a Mosca. Le viene l'idea di fare dei reportage. La vedova di Jack London la aiuta, con 50 dollari, a partire. La Russia dei Soviet diventa, nel 1930, il terreno delle sue inchieste iniziali. Soggiorna nella capitale, viaggia a piedi nel Caucaso, al ritorno riesce a pubblicare il resoconto delle sue avventure, il suo primo libro Tra la gioventù russa.
Per la sua sete di assoluto e intensità, di "cose da vedere, da capire", il viaggio era la risposta. Aveva compreso come fare: raccontare per viaggiare. Ma faceva molta fatica a scrivere, scriveva per necessità. Secondo Nicolas Bouvier, che le tributava una sorta di culto, era tra quei "viaggiatori che scrivono" spesso più interessanti da leggere degli "scrittori che viaggiano", per la freschezza dell'osservazione, la precisione del linguaggio, l'umiltà, la capacità di restituire quella forma di felicità che si può sentire abbandonandosi alla grande deriva del viaggio. Il "reportage era un pretesto, un alibi", come dichiarò in un'intervista alla televisione svizzera.
Per "andare a vedere la bellezza del mondo, sapere qualcosa sul perché si vive". D'altronde, alibi in latino significa altrove. Non aveva grandi risorse economiche, ma era "ricca in tempo" e audacia. Voleva conoscere "popoli non toccati dalla nostra civilizzazione industriale", "esser parte del vento, del sole, della natura". E la prospettiva cominciò ad allargarsi. Venne il tempo delle lunghe peregrinazioni ed esplorazioni "senza desiderio di tornare", sperando che "il viaggio potesse prolungarsi per tutta la vita".
Nel Turkestan sovietico, nel 1932, fino alle Montagne Celesti, Samarcanda, il Deserto delle Sabbie Rosse. Nella Manciuria occupata dai giapponesi, nel 1934. Da Pechino al Kashmir nel 1935 - attraverso Xinjiang, Karakorum, Pamir - in compagnia di Peter Fleming (fratello di Ian inventore di James Bond); una traversata leggendaria dell'Asia centrale (a dorso di cammello, in treno, a piedi, su camion, a cavallo) descritta in Oasi Proibite, terminata con un acuto rimpianto verso l'"ignoto smisurato" che si era chiuso dietro di loro. Da Ginevra a Kabul nel 1939, un altro attraversamento epico, questa volta a bordo di una Ford V8, insieme ad Annemarie Schwarzenbach, narrato in La via crudele. Annemarie rientrò (per morire qualche mese dopo), Ella rimase in Oriente, approdando in India del Sud, a cercare la "pienezza del presente".
Immersioni, incontri che riversò in cronache asciutte, senza autocompiacimenti, alla maniera di un'etnologa (Edt le sta meritoriamente ripubblicando in occasione del venticinquesimo anniversario della scomparsa, da Vagabonda nel Turkestan a Crociere e carovane).
Ella tornò in Occidente dopo la fine della guerra. Aveva "bisogno di vivere in una comunità primitiva" che trovò a Chandolin, a distanza dalla modernità che invadeva le valli, e che faceva pensare alla sacralità delle alte vallate e montagne di Tibet e Himalaya. "Si raggiungeva solo a piedi, risalendo il sentiero tra i larici", racconta Christiane Crettaz - nata qui - che mi accompagna nella visita del borgo vecchio. A quell'epoca non esisteva strada, arriverà nel 1959, come i trattori a rimpiazzare i muli (si legge in Regards sur Chandolin, Editions Zoé).
"Ella era una gran solitaria che aveva sempre gente attorno, era una presenza forte in paese, dava libri ai bambini, faceva serate di proiezioni di foto, voleva aprirci al mondo", continua Christiane. "Scriveva articoli, preparava conferenze. Riceveva chi veniva a farle visita, a chieder consigli. Aveva dei meravigliosi occhi blu, come sua madre danese" (ancora luminosi quando la vidi a Saint-Malo nel 1994, a 91 anni, sul palco del Festival Etonnants Voyageurs). Georges Duvaud, marinaio e skipper in pensione, fa parte dell'Associazione Les Amis d'Ella Maillart. Abita in uno chalet appena sopra quello di Ella. Anche lui dopo una vita passata per mare, in viaggio, si è ritirato tra le montagne per "l'aria sana, la solitudine, la calma, il panorama". Con Ella si erano conosciuti per caso ed erano diventati grandi amici: "Ti aspettavo da vent'anni", gli disse.
Condividevano la passione per la navigazione, il desiderio di vedere il mondo, il sogno di vivere in barca tra gli arcipelaghi dei Mari del Sud che Ella aveva coltivato con Miette de Saussure, la sua più cara amica, con cui aveva navigato a lungo, da ragazze, sul lago di Ginevra e nel Mediterraneo (sogno infranto quando Miette decise di sposarsi).
Georges rivela divertito che riuscì anche a portarla a fare un viaggio lungo mesi nei Caraibi, quando Ella aveva 88 anni. Si rabbuia ricordando l'ultima volta che la vide, poco prima che morisse: gli chiese di essere portata al sole, l'aveva presa in braccio e si era accorto che era leggerissima, non pesava più niente. Morì nel 1997, a 94 anni. Ella scelse di far disperdere le sue ceneri davanti allo scenario del Calvaire, un punto panoramico sulla valle, un luogo propizio alla contemplazione che ogni giorno raggiungeva a piedi, per affacciarsi e "ascoltare il silenzio". La processione girò attorno alla croce, con accompagnamento di flauti e tamburi, un sacerdote sparse le ceneri.
L'Espace Ella Maillart, ricavato in un'antica cappella del Cinquecento, accoglie un'esposizione permanente che ricostruisce il suo percorso fuori dal comune. Gli oggetti provengono soprattutto dal piccolo appartamento che Ella aveva a Ginevra: lo zaino leggendario, la macchina da scrivere portatile, la Leica, le medaglie e coppe dello sci, gli stivali, il cappello dell'Asia centrale, le tessere della Société des Explorateurs Français e della Royal Geographical Society, il passaporto e una selezione di foto che evocano la sua vita e i suoi viaggi.
L'intero archivio fotografico è a Losanna: 25mila negativi, 12mila fotografie originali, 4mila diapositive, una trentina di album, nella collezione di Photo Elysée, oggi dentro Plateforme 10, il neonato distretto delle arti della città. "La sorte mi ha dato degli occhi che amano vedere", diceva Ella. Fotografava per ricordare, prendeva appunti visivi. "Le sue foto hanno un aspetto narrativo molto marcato, servivano a illustrare i suoi testi", conferma Pascale Pahud, curatrice del fondo fotografico Maillart.
Per Aude Seigne, giovane scrittrice svizzera, Ella "ha mostrato un'audacia nella vita e una tenacia nella scrittura esemplari" e "ha dovuto far prova di un'immensa dolcezza per entrare in certi territori e costumi, qualità complementari e necessarie" in chi viaggia e scrive. "Ha veramente lottato per condurre il genere di vita che voleva", ribadisce Anneliese Hollmann, "soprattutto a quell'epoca e per una donna".
Il suo insegnamento? "Il coraggio, lo spirito di libertà, l'apertura per l'altro, altri popoli, altri uomini. Era il contrario del nazionalismo". Alla fine era tornata sulle montagne di casa. In riva al lago, dove tutto era cominciato: il suo senso per l'avventura, la sua emancipazione. Nella Pasqua del 1993, racconta Georges, c'era una giornata magnifica; così pensò di andarla a prendere al suo appartamento. Ella non voleva; ma la convinse a seguirlo e le fece fare un ultimo giro in barca a vela che le parve un regalo. Ora la boucle est bouclée, gli disse Ella quel giorno, il cerchio si è chiuso.