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Aleksandar Hemon: “Anche l’ironia può curarci dalla guerra”

Lo scrittore bosniaco, ospite a Mantova, spiega il rapporto tra conflitti e letteratura: “Narrare aiuta”
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Aleksandar Hemon va giù dritto, non infioretta quello che dice. Mette sul tavolo le cose, chiare, nette. Un ricordo, poi un altro, flashback. Hemon ha raccontato Sarajevo attraverso la storia della sua famiglia, costretta a fuggire quando nel 1992 è scoppiata la guerra. Sono passati trent’anni, lo scrittore allora ne aveva 28 e per un caso non si trovava lì. Il conflitto in Ucraina riapre quelle ferite: «È un genocidio, ci sono massacri, fosse comuni. Tutto mi ricorda le devastazioni della Bosnia». Da allora è negli Stati Uniti, inizialmente a Chicago, ora vive a New York. Al Festivaletteratura di Mantova, dove interviene con Federica Manzon, la sua editor, Hemon parla del suo magnifico libro, un memoir doppio, da una parte la storia dei genitori, dall’altra la sua: due volumi in uno e due copertine, I miei genitori/Tutto questo non ti appartiene (Crocetti). Nel chiostro di Palazzo Ducale rimangono poche sedie vuote. Lo incont…

Aleksandar Hemon va giù dritto, non infioretta quello che dice. Mette sul tavolo le cose, chiare, nette. Un ricordo, poi un altro, flashback. Hemon ha raccontato Sarajevo attraverso la storia della sua famiglia, costretta a fuggire quando nel 1992 è scoppiata la guerra. Sono passati trent’anni, lo scrittore allora ne aveva 28 e per un caso non si trovava lì. Il conflitto in Ucraina riapre quelle ferite: «È un genocidio, ci sono massacri, fosse comuni. Tutto mi ricorda le devastazioni della Bosnia». Da allora è negli Stati Uniti, inizialmente a Chicago, ora vive a New York. Al Festivaletteratura di Mantova, dove interviene con Federica Manzon, la sua editor, Hemon parla del suo magnifico libro, un memoir doppio, da una parte la storia dei genitori, dall’altra la sua: due volumi in uno e due copertine, I miei genitori/Tutto questo non ti appartiene (Crocetti). Nel chiostro di Palazzo Ducale rimangono poche sedie vuote. Lo incontriamo prima dell’incontro in un ristorante a pochi passi da Piazza Castello, e scopriamo le sue tante vite: giornalista, poeta, cantante, dj in erba, professore di scrittura a Princeton e sceneggiatore. È perfino nella squadra che ha scritto di Matrix 4.

Può ricordare quel terribile giorno del 1992 in cui è cambiata la sua vita?
«Mi trovavo fortuitamente a Chicago, ero un giovane giornalista che partecipava a un tour organizzato. Mi trovai spiazzato, vennero bloccati i voli e rimasi lì a vivere nell’Ukrainian Village della città, senza soldi. Mi venne in soccorso la chiesa ucraina. Poi piano piano trovai qualche lavoretto, cominciai col fare il cameriere. Guardavo la guerra in televisione».

Come mai nel quartiere ucraino?
«Il ramo paterno della mia famiglia viene dalla Galizia, nell’Ucraina dell’ovest. Il pensiero della guerra mi atterrisce. Pochi giorni fa ho sognato che insegnavo ai miei figli a sfuggire al fuoco dei cecchini».

Nel libro racconta la diaspora della sua famiglia come conseguenza del conflitto.
«I miei genitori arrivarono in Canada con tre valigie. Eravamo una famiglia di classe medio-alta, ora non sono né ricchi né poveri, i nostri beni sono questi ricordi. Stanno bene, hanno una bella casa vivono un sentimento di perdita, si sentono esiliati dalla vita di prima».

Un album di famiglia che attraversa la storia europea.
«Non è un museo del passato, è un modo per legare traumi personali e collettivi. Come spiegano gli psicologi, gli shock creano una frattura tra prima e dopo. Ho provato a ricucirla».

Narrare è una forma di cura?
«Sono sopravvissuto e ora racconto. Narrare ci offre la possibilità di ridare un senso alla nostra vita, ci dà la libertà di decidere come raccontarla, è uno strumento evolutivo fondamentale per la sopravvivenza. Durante i bombardamenti a Sarajevo le persone cercavano di recuperare le loro fotografie dentro le case in fiamme. Non volevano salvare soldi o altro, volevano le immagini che testimoniavano la loro vita. Guarda questa ero io, guarda avevo una macchina, questo era il mio cane».

Nonostante tutto tra i suoi ricordi c’è posto per l’amore, la tenerezza e incredibilmente per l’umorismo.
«La prima volta che sono tornato a Sarajevo dopo la guerra, nel 1996, sono andato a trovare un po’ di amici. E più stavo lì e più raccoglievo storie. Uno di loro mi raccontò che durante l’assedio era uscito in cerca di cibo per la sua famiglia. Tornò con una patata. A quel punto la mise in mezzo al tavolo e tutti iniziarono a fissarla come fosse lo schermo della tv che non avevano. Ne parlava divertito. Un altro, con lo stesso tono, mi disse che con l’acqua di una sola bottiglia dovevano bere, lavarsi e scaricare il cesso».

Tra le sue pagine c’è anche tanta musica.
«Nel libro ci sono fotografie e c’è un capitolo dedicato alle canzoni di famiglia, quelle dei miei genitori».

E quelle della sua giovinezza, prima fra tutte “Heroes” di David Bowie. Racconta anche aver messo su la sua prima band a 12 anni insieme ai suoi amichetti Marka e Mirza.
«Canto ancora in una band ma quella è stata la prima. Con Marka continuiamo a incidere insieme. Ci mandiamo tracce, io da New York lui dalla California dove ora vive, che poi mixiamo insieme. Durante la pandemia ho iniziato a dedicarmi alla musica elettronica come producer, realizzo anche video. Mi sono esibito insieme a un dj proprio a Sarajevo lo scorso agosto durante un festival di cinema. Il mio prossimo libro sarà musicato».

In che senso?
«Uscirà negli Stati Uniti il prossimo gennaio. Si intitola The World and All That It Holds, racconta di un ebreo sefardita di Sarajevo che parla un sacco di lingue, lo ha musicato Damir Imamovic unendo canzoni tradizionali e altre composte per l’occasione».

A proposito di lingue, lei scrive ora in inglese.
«La mia famiglia si è dispersa in ogni angolo della terra, ho parenti perfino a Milano e mia sorella vive a Londra. La lingua bosniaca è la mia casa ma ho dovuto ricreare uno spazio linguistico in cui ricominciare. Il mio inglese però è diverso, risente di qualche mia aggiunta. La mia prima moglie, un’americana a mille carati la cui famiglia era arrivata dall’Inghilterra con la Mayflower, mi rimproverava, “noi non diciamo così”. E io: “adesso noi diciamo così” (sorride, ndr)».

Il suo stile per frammenti, ricorda Colum McCann.
«Colum è un mio amico, tra l’altro anche lui canta, canzoni irlandesi perlopiù. In ogni caso, questo è il mio modo per organizzare le esperienze, per ricostruire me stesso».

Alla base della sua scrittura c’è sempre una perdita?
«Questo non so dirglielo, certo più la storia è spezzata, più è distrutta, più raccontarla diventa un modo per rimetterla in contatto con il mondo. Non si tratta di nostalgia ma di usare e connettere frammenti della propria esistenza. Esattamente come può fare un dj».

Si sente americano?
«Questa è la mia nuova casa, ho impiegato molti anni per ottenere la cittadinanza, i miei figli sono americani ma questo Paese legittima la violenza e la possibilità di possedere armi, il suo concetto di autodifesa è ancora patriarcale. Sarajevo rimane l’unico posto in cui non devo spiegare chi sono».

È nel team di sceneggiatori di "Matrix 4", come vede il futuro?
«Nel film ci sono macchine che hanno preso il controllo del pianeta e coltivano gli umani come fossero baccelli da cui trarre energia. Sarò un pessimista, me ne scuso, ma mi sembra che stiamo lasciando annegare il pianeta».