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Javier Marías: i cinque romanzi da non perdere

(ansa)
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Sono sempre storie fantasmatiche – ombre, visioni che si annidano nella testa. Balsamiche, presaghe, qualche volta anche persecutorie. Tendono ad avvilupparsi, e la prosa di Javier Marías asseconda questo movimento: è compatta, sinuosa, stringe ogni pagina come in una morsa. Lo spessore psicologico è più decisivo delle trame, o meglio: ne è un diretto riflesso, forse un’estensione. Le trame, nei romanzi di Marías, sono le versioni dei fatti che la mente dei personaggi elabora, adultera, scombina, ricombina, tradisce nel tempo, riscrive. In una spirale infinita.

L’uomo sentimentale che dà il titolo a un romanzo del 1986, più che vivere una storia d’amore, la mette in scena. Un tenore catalano, una passione che si carica – più che di gesti effettivi – di memorie e supposizioni in assenza: «Consideri che non esiste vincolo più stretto di quello che annoda ciò che &egrav…

Sono sempre storie fantasmatiche – ombre, visioni che si annidano nella testa. Balsamiche, presaghe, qualche volta anche persecutorie. Tendono ad avvilupparsi, e la prosa di Javier Marías asseconda questo movimento: è compatta, sinuosa, stringe ogni pagina come in una morsa. Lo spessore psicologico è più decisivo delle trame, o meglio: ne è un diretto riflesso, forse un’estensione. Le trame, nei romanzi di Marías, sono le versioni dei fatti che la mente dei personaggi elabora, adultera, scombina, ricombina, tradisce nel tempo, riscrive. In una spirale infinita.

L’uomo sentimentale che dà il titolo a un romanzo del 1986, più che vivere una storia d’amore, la mette in scena. Un tenore catalano, una passione che si carica – più che di gesti effettivi – di memorie e supposizioni in assenza: «Consideri che non esiste vincolo più stretto di quello che annoda ciò che è finto, e ancora di più, ciò che non è mai esistito». In fondo, gli innamoramenti sono un corpo a corpo con ciò che immaginiamo, desideriamo, ci figuriamo dell’altro. Un plurale insolito e bellissimo che nel 2011 diventa un altro romanzo fortunato, in cui un espediente noir serve per mettere in discussione l’apparente grazia e compimento di una storia d’amore. Anche se il contatto con la verità è rimandato “sine die”, e l’autentica comprensione è una chimera: «Le persone si affannano a volte per capirsi tra loro, anche se nessuno in realtà è in grado di capire niente – cioè di vedere la totalità – di ciò che esiste né di ciò che non esiste». Forse per questo ha tanto rilievo nell’immaginazione di Marías l’atto dello spiare: “spionaggio”, quando diventa la professione che nelle tempeste politiche del ventesimo secolo ha avuto il suo peso; ma più in generale sorvegliare, origliare, supporre, pedinare. Nell’attesa, nella speranza ingannevole, che l’altro si riveli: in un passo falso, in un atto sconveniente, in un abbandono che, credendosi non visto, fa affiorare i desideri nascosti. O, per l’appunto, un’altra versione dei fatti. A Marco Cicala, che lo intervistava nel 2018 per il Venerdì di Repubblica chiariva di non essere un amante degli intrighi da spy-story. Paradossale, se si considera che i protagonisti dei romanzi più recenti, che compongono un dittico – Berta Isla e Tomás Nevinson –, sono invischiati in una vicenda di agenti segreti. «Se sono degli infiltrati – spiegava Marías – hanno qualche affinità con i romanzieri. Entrambi devono spogliarsi di sé per assumere un’identità diversa o addirittura opposta. E poi la spia mi permette di riprendere uno fra i miei temi prediletti, cioè l’impossibilità di conoscere qualcosa con assoluta certezza. A cominciare da sé stessi».

L’impossibilità di conoscere, ecco il grande tema: nel mutare, nello sfumare dei volti (Il tuo volto domani è il titolo – calcato da Shakespeare, come spesso ha scelto di fare – di una grande trilogia degli anni duemila); nel fluttuare e nel contraddirsi delle identità. Le prime, folgoranti pagine di Domani nella battaglia pensa a me (1994; per molti, in Italia, la scoperta di Marías) raccontano di un uomo che si ritrova morta fra le braccia la donna sposata e semisconosciuta con cui ha appena fatto sesso (a casa di lei): «Nessuno pensa mai che qualcuno possa morire nel momento più inopportuno anche se questo capita di continuo, e crediamo che nessuno se non chi sia previsto dovrà morire accanto a noi». Che cosa sa Victor di questa Marta? Quasi niente. In quel “quasi” – in quella esitazione, in tutte le forme dell’incertezza – si apre lo spazio della letteratura come esperienza conoscitiva. La parola chiave in spagnolo è bellissima: “incertidumbre”, che implica dubbio, perplessità. Nei suoi romanzi, che definiva «ambigui come la vita», Marías – sfidando, con una “prolissità” creativa, ipnotica, i ritmi convenzionali della fiction – spesso investiga nel matrimonio: forse perché in quel patto sociale conoscenza, memoria, futuri possibili sono annodati, appunto, ambiguamente. «Siamo pieni di rimpianti e di occasioni perdute – scrive in Un cuore così bianco –, di conferme e riaffermazioni e di occasioni sfruttate, quando l’unica certezza è che nulla si afferma e tutto si perde. Non c’è mai un insieme, o forse non c’è mai stato niente».