Tutto iniziò da uno Scimmiotto. Anzi no. In realtà era iniziato molto prima con quei fumetti tascabili ben nascosti negli anfratti più reconditi delle edicole (ma alcuni invece li mostravano anche in vetrina). Nate sull’onda del successo di Diabolik (1962), ne imitavano il formato ma si spingevano ben più in là, sia rispetto alle dosi massicce di violenza che in quelle di sesso. Avevano nomi improbabili: Messalina, Isabella, Lucifera, Zora, Sukia, Jolanda e la più straniata Genius.
È proprio su queste ultime due testate che un giovanissimo Milo Manara inizia la sua carriera di disegnatore. Di buono, oltre all’allenamento richiesto dalla velocità necessaria a mantenere le scadenze, c’è l’incontro con il poliedrico Mario Gomboli, al tempo (1968) sceneggiatore, tra le altre cose, per Genius e poi, dal 1999, direttore di Diabolik (è tutt’oggi in carica) e socio di Astorina, la casa editric…
Tutto iniziò da uno Scimmiotto. Anzi no. In realtà era iniziato molto prima con quei fumetti tascabili ben nascosti negli anfratti più reconditi delle edicole (ma alcuni invece li mostravano anche in vetrina). Nate sull’onda del successo di Diabolik (1962), ne imitavano il formato ma si spingevano ben più in là, sia rispetto alle dosi massicce di violenza che in quelle di sesso. Avevano nomi improbabili: Messalina, Isabella, Lucifera, Zora, Sukia, Jolanda e la più straniata Genius.
È proprio su queste ultime due testate che un giovanissimo Milo Manara inizia la sua carriera di disegnatore. Di buono, oltre all’allenamento richiesto dalla velocità necessaria a mantenere le scadenze, c’è l’incontro con il poliedrico Mario Gomboli, al tempo (1968) sceneggiatore, tra le altre cose, per Genius e poi, dal 1999, direttore di Diabolik (è tutt’oggi in carica) e socio di Astorina, la casa editrice che lo pubblica. Sempre grazie a Gomboli, il giovane Manara conoscerà un altro grande del fumetto, il geniale, enciclopedico Alfredo Castelli, creatore di Martin Mystère e di mille altri personaggi, che lo introdurrà in un mondo completamente diverso: quello del Corriere dei Ragazzi. Una testata fondamentale per il fumetto italiano e non solo perché da lì sono passati i migliori, da soggettisti come Mino Milani e Tiziano Sclavi a disegnatori come Toppi, Battaglia, Bonvi, Silver, Pratt e, appunto, Manara.
Sullo stesso pianerottolo di Castelli abitava per caso Silverio Pisu che Manara aveva già conosciuto nella casa editrice di Jolanda, la Ediperiodici. I quattro dunque, Castelli, Gomboli, Pisu e Manara, diventano molto amici, si frequentano, discutono, sono una fucina di idee. In particolare gli ultimi due vorrebbero realizzare un tipo di fumetto diverso da tutti gli altri ed ecco che nasce, come si diceva all’inizio, Lo Scimmiotto, un vero graphic novel ante litteram che vedrà Pisu in veste di sceneggiatore e Manara di disegnatore. All’inizio uscirà a puntate su alterlinus a partire dal ’76 e fino al febbraio del ’77. Pur con un grande debito a Moebius di cui Manara si era, come molti, invaghito (anni dopo toccherà anche a Pazienza), è una rivoluzione: la gabbia delle tavole si rompe in mille diverse modi, appaiono incredibili pagine intere, Manara ha, insomma, la possibilità di sperimentare in mille modi diversi ma mostra già una personalissima cifra stilistica.
È un misto di impegno politico (nel ’75 Manara è l’autore con Castelli e Gomboli di Un fascio di bombe, sulla strage di Piazza Fontana) e al tempo stesso di graffiante ironia (vedi il finale de Lo Scimmiotto che ridicoleggia certe parole d’ordine del “movimento” con scritte come “clazze opevaia” e il più esplicito “intellettuali di merda”) e, naturalmente, di erotismo, esplicito anch’esso ma mai volgare.
Una formula che replicherà l’anno successivo, stavolta come autore completo, con una delle opere che per molti anni lo definirà: H.P. e Giuseppe Bergman. Dove quelle iniziali, H.P., sono il nome e cognome di un grande amico che lui però non chiamerà mai col suo nome, Hugo Pratt: «Non l’ho mai chiamato Hugo ma sempre e solo “maestro”», racconta nella sua autobiografia (A figura intera, Feltrinelli Comics). Maestro di disegno ma anche maestro d’avventura. Inizia proprio così la prima storia di Giuseppe Bergman, con le parole: «È arrivata l’Avventura. Basta! Finalmente sarò solo io a decidere quello che farò e che non farò!».
Una dichiarazione d’intenti al tempo stesso veritiera ma continuamente ridicolizzata, Bergman infatti più che un eroe è un antieroe, anzi nemmeno, è proprio un uomo qualunque. Il che, come dichiara Manara, è anche un vero e proprio statement: «Alla base della saga c’era anche una riflessione politica: nel ’68 parlavamo tanto di dialogo con la classe operaia ma alla fine gli artisti impegnati dialogavano solo con la classe borghese, per quanto colta e di sinistra. Un circolo vizioso. Nel fumetto, invece, c’era una vocazione primaria che io ho voluto seguire in contrapposizione all’arte contemporanea. Raccontare l’avventura. E questo significava parlare a tutti, senza barriere. Il fumetto come arte popolare in senso politico ed etico. Hugo Pratt la vedeva come me. Anzi prima di me».
Alla base di tutto il fumetto di Manara (e di quello di Pratt) in realtà c’è una parola sola: libertà. Quella stessa libertà che su consiglio dello stesso Pratt spinge Manara a rifiutare l’assunzione al Corriere dei Ragazzi e quindi la sicurezza del “lavoro fisso”. E poi, soprattutto, la libertà delle sue donne e che tanto ha scandalizzato i benpensanti ma non solo. Perché se si va a vedere, davvero quello che fa paura è che i suoi personaggi femminili sono soggetti, non oggetti, come qualcuno ha scritto.
Donne liberate, che non hanno paura del sesso. E di questa libertà proprio un’opera come Kamasutra, ingiustamente meno conosciuta e oggi finalmente ristampata, è uno dei vertici. Per questo Robinson le ha dedicato una copertina e una scrittrice che con l’immaginario erotico di Manara si è formata, Valeria Parrella, ne ha discusso con l’autore. Se ne parlerà? Speriamo. È da tanto che, anche per quanto riguarda il sesso, si parla più di divieti che di libertà.