Prima che i bambini si rompano, la notte ha presagi, scricchiolii del legno, passi felpati, soffi di vento molto freddo e parole sbriciolate. Ma si dorme, pronunciando il nome di tanti animali, più che puoi, più ne sai, dentro il cuscino. I nomi filtrano sotto i capelli, dentro la testa, e il sonno arriva sulla sua nave di nebbia.
Dopo che i bambini si sono rotti, la notte è nero cielo sminuzzato, vetro con crepature, ghiaccio che si fende con il suono di una lama che solca la sua sottile superficie, crrr. Anche il sonno è rotto e i nomi degli animali non servono più. Allora, se si è fortunati, arrivano, in carne, ossa e pelliccia.
Gli animali, soprattutto i gatti, sanno fare compagnia alla notte in frantumi. Dormono al fondo del letto, vicino ai piedi freddi dei bambini di ghiaccio, dormono dimostrando che si può. Si abbandonano e ti insegnano a fare altrettanto. Non importa riuscirci o no. L’importante è che i Maestri sono arrivati. Gli animali notturni insegnano la distanza della vicinanza. Ci sono, sono qui, fìdati, non scompaio se chiudi gli occhi, con il segnale radar del mio ron ron mi troverai anche nel sonno.
Nessun bambino spaccato pensa che gli animali siano esseri carini; ha bisogno della loro ferocia, del loro essere fame. Gli animali custodi sono anche ombre della notte, creature fatte di niente, di aria e immaginazione. Ci sono grandi puma blu che mettono una zampa gigante e morbidissima sul costato del bambino rotto e lo cuciono lentissimi a piccoli punti. Ci sono le zampe a unghie ritratte del lupo bianco, di quello argento e della tigre, c’è il furetto che si adagia sul collo sottile del bambino addormentato e la volpe che tiene stretta a sé pancia contro pancia la bambina ferita.
Gli animali sono la medicina dolce. Ti affiancano, cuciono di nuovo al corpo l’ombra che era scappata solitaria, disegnano i confini, si alleano con te e ti alleano alla terra e al cielo. Sono sarti, trasformano le ferite in cicatrici quasi invisibili; medici, ti ridanno la forza di vivere, e ti assegnano un posto nella vastità della natura. Sono Maestri, ti addestrano a leggere mappe, segnali, indizi, tracce; sono sacerdoti, ti trasmettono i rituali, le cerimonie, le danze, i canti, la lettura dei sogni, le visioni.
Gli animali della notte si chiamano urlando, ogni urlo seppellito li porta da te, veloci come un lampo.
Qup
Sono stato un grande cane nero con gli occhi del colore delle penne stilografiche. Ho vissuto circa dodici anni nella stessa casa di questa bambina. Non è mai stata veramente mia né suo. C’era tanto male in quel luogo. Io sono diventato epilettico. Sono andato via in un soffio. Ricordo cibo, buon cibo e corse in un giardino, ma degli umani, di quegli umani, preferisco non parlare.
Cirillo e Faruk
Eravamo una banda di strada, ma spesso entravamo nel giar- dino di quella casa, salivamo anche ogni tanto a mangiare. La bambina, la più piccola, era quasi invisibile, cercava in ogni modo di non essere vista, certe volte assomigliava alla tappezzeria dei muri, soprattutto quello del lungo corridoio, a strisce beige e bianche. O forse noi gatti non vediamo con precisione i colori. Lei non era di nessuno.
Prudenzio
Ero bellissimo, un gatto di strada ma chissà perché con il pelo lungo e morbido a grandi macchie e occhi azzurrissimi. Dalla loro casa sono scappato, sono andato a vivere dal bidello di una scuola. Ma una sera sono tornato e ho dormito tutta la notte ai piedi della bambina invisibile. Lei si è stupita, non era vista da nessuno. Nel letto, non si muoveva, quasi non respirava, per non disturbarmi, ma in verità io ero tornato solo per dire addio a lei. Era una discepola dell’invisibilità dei gatti. Le ho augurato un giorno di saper anche balzare.
Platone
Sono arrivato come un dono, ma mi hanno chiuso in un grande bagno e non sono quasi mai uscito. Si punivano i doni in quella casa folle. Sono morto per partire, non ho salutato nessuno.
Masolina
La bambina diventata ragazza mi ha incontrato sul Naviglio di notte. Piangevo forte, chiamavo senza sapere chi. Lei mi ha raccolta sotto il suo maglione, mi ha portata nella sua casa. L’ho adottata, mi è tanto piaciuta con quel suo silenzio come un cappotto troppo grande. Ho partorito quattro o cinque gattini, ma li trascuravo per correre da lei, la mia vera figlia, la mia salvatrice senza arie. Se n’è andata di casa, mi ha lasciata, io sono rimasta ma poi stavo quasi sempre all’aperto, mi ricor- davo meglio di lei lì fuori tra gli alberi, e faceva meno male. Sapevo che anche lei cercava l’aperto e forse l’aveva trovato. Noi animali sappiamo lasciare.
Arrivavo da Ferrara, è lì che ho incontrato la ragazzina, era venuta a viverci da sola. Troppo sola. L’ho seguita. Abitava in un sottotetto, mi dava quasi solo formaggio, uscivo, rientravo, e alla fine mi ha portato con sé a Milano quando è tornata da dove era venuta. Mi ha sempre chiamato Noé, anche quando ha capito che ero una femmina, ma ero la sua arca e ho portato in me tanti piccoli. Lei era la mia bestiolina nuda.
Kerouac
Figlio di Noé. Tutto nero. Non ho voglia di parlare. Sto bene tra le ombre, nel sonno eterno dei gatti tutto è nero e mor- bidissimo. Come Noé. E come i capelli lunghi lunghi della ragazzina.
Bob Dylan-Ganesh
Figlio di Noé. Nato insieme ad altri. L’ho scelta subito la ragazzina bionda. Salivo sul suo letto dove lei stava sempre a leggere. Mi accovacciavo vicino a lei. Non volevo lasciarla mai e così è stato. Siamo rimasti sempre insieme. Abbiamo anche cambiato casa. Quando è andata in India, una volta tornata, meditavamo sempre insieme, avvolti nell’incenso. Come era successo a lei, ha cambiato il nome anche a me, sono diventato Ganesh, il dio elefante. Quel dio viene salvato dalla madre che gli dà la testa di un elefante di passaggio perché il padre aveva tagliato la sua. Anche la mia amata mi ha dato una testa nuova, capace di amare. Sono morto durante una sua vacanza, se no sarebbe stato troppo amaro lasciarla, ma le ho mandato in sogno un gatto bianco per darle un indizio di come ritrovarmi.
Zampanò
Mi ha trovato. È entrata con in mano solo il sogno di un gatto amatissimo, dimenticando il suo bianco indizio. SOS Randagi, lì c’erano le gabbie per noi gatti. Lei si soffermava a guardare un sorianello come il suo precedente custode. Che errore! Eppure Ganesh le aveva mandato il bianco nel sogno di notte, la mappa era chiara: bianco e nero. Disperato, ho allungato una zampa tra le sbarre e ho gridato fortissimo: «Sono qui! Sono io!». Ha capito subito. Siamo stati insieme vari anni. Ma c’era un uomo cattivo con lei, le faceva male, una sera gli ho urlato contro. Qualche giorno dopo, per un salto troppo alto ho avuto un colpo al cervello, le zampe non mi reggevano più. Lei mi ha portato da un bravo veterinario. Era sfiduciato. Allora lei mi ha portato via con sé e mi ha detto: «Zampanò, se resti per me, non farlo, me la caverò». Ho tossito forte e sono uscito dal corpo. Tanto sono sempre con lei. La custodisco invisibile. Infatti l’uomo cattivo non c’è più.
Zivago
Randagio di città, sono capitato nel suo piccolo giardino. Gridavo forte e saltavo dentro gli appartamenti al piano ter- ra. Ma era lei che cercavo. Era mia, ero stato inviato per una difficile svolta che l’attendeva, ma lei sembrava non capire. Camminava sollevata da terra, con la testa dentro a un gomi- tolo di nebbia. Assomigliava sempre più a una creatura dei sogni. Infatti stava per lasciare la pelle alla realtà, ma io l’ho salvaguardata. Pareva anche una donnina scappata da un circo, la donna briciola o la donna fiocco di neve, qualcuno che sta per sciogliersi sul terreno o per essere beccato via da un merlo. Un merlo canterino. Ho preso la ferma decisione di andare a vivere in campagna. Molto prima di lei, ho sentito il peso inutile della città. Prima di morire, l’ho salutata per telefono. Noi animali non chiediamo a nessuno di consegnarsi a noi. Io ero molto fiero di mia solitudine. Lei lo stesso. Dopo di me, nel Regno Animale, visto che era venuta a vivere in campagna, si è deciso di affidarla agli asini.
Pippo Magique
Sono un grande asino bianco. Ho una certa aria da cavallo. Vivo con mucche e tori e li tengo tutti a bada, in modo sottile, basta uno sguardo, sentono la mia diversità. Lei dice che assomiglio a un unicorno. Ci incontriamo correndo l’uno verso l’altra. Siamo più che amici, c’è un’appartenenza celeste. Abbiamo visitato luoghi desolati della mente e quando raglio forte e corro verso di lei, lei sa che è da quei luoghi che sto correndo. Abbracciarci sana la varietà di distanze che ci spettano. Siamo soli. Ma come briciole di uno stesso pane
Elvis
Mi chiamerei Ugo ma mi chiamano Elvis. Forse per il mio ragliare rokkettaro, non so. Sono un asino tosto. Una volta l’ho morsa fortissimo. Chi? Lei, quella che cammina da sola per i boschi. Dicono sia una quasi vecchina, ma per me è una bambina con le rughe. Non volevo che se ne andasse e volevo lasciarle un marchio, tatuarle il morso che è la vita. Ora ci guardiamo malinconici, è un amore segnato il nostro e va bene così.
Urania e gli altri
Siamo quattro asini, da un anno cinque con mio figlio, Aldi- no. Stiamo in un recinto, ma con tanto spazio per esplorare, mangiucchiare, litigare, accoppiarci. Che dire degli umani? Dei distributori di cibo, degli spazzini di cacca, degli enigmi camminanti. Essere asini significa essere animali che non dipendono dal parere di altri, che non si fanno opinioni fisse, che obbediscono solo a un estro vagabondo, una nuvola di passaggio, un’idea del mondo fluttuante e aerea, nautica certe volte.
Noi si fa quel che ci pare bello, abbiamo malinconie profonde e gioie spensieranti. Noi siamo custodi della libertà di pensiero, siamo la genialità che non fa tana nell’addestramento, la disobbedienza dei codici. Sì, custodiamo quella creatura selvatica che passa di qui spesso e ci canta una canzone, stonata come noi. O ci porta verdure dalla sua tavola. La custodiamo perché ogni animale è anche celeste, ha un suo astro e molta polvere stellare con cui scrivere piccole frasi nel destino degli umani. A lei scriviamo luna, il lume notturno. Vorremmo prossimamente affidarla ai lupi. Aspettiamo il loro ritorno.
Ci sono poi gli animali della vecchiaia. Come il biancane, un cane che sfreccia nel bosco tanto veloce che non riesci a scorgerlo e ti insegna così a vedere quel che non c’è. E il pumapicchio che ti mette le grandi zampe sulle spalle e con il becco picchietta le tue ossa, un pochino le sbriciola e un pochino bussa per prepararti un giorno a uscire all’aperto. E c’è la poianaportinaia che occupa tutto il corpo, un po’ lo rende inabitabile, un po’ ne fa un davanzale, ti porta sul bordo e sussurra: «E adesso vola».
E la lepreraccoglina che sta alle tue spalle e raccoglie le briciole di vita che perdi un po’ogni giorno, le mette in un sacchetto che ti donerà quando ti sbriciolerai del tutto e allora le lascerà volare intorno a te, le tue belle briciole ancora croccanti destinate ai merlispazzini. E infine ci siamo noi, gli animali traghettatori. Per i più, sono parenti, amici, amanti gli esseri da cui desiderano essere accolti e trasferiti nella loro immagine di al di là. Ma ci sono altri, forse i feriti dalla vita umana, che chiedono noi, gli animali celesti. Molti sono uccelli, i volanti, ma ci sono anche i galoppanti, i nuotanti, gli striscianti, gli scavanti, i saltanti, i lampeggianti, i camminanti, i corridori e i semplicemente lenti.
Tutti noi abbiamo un firmamento dipinto sul petto, indelebile, e siamo tutti blu. Anche gli animali a strisce, come la tigre o la zebra, sono di un blu chiaro a strisce più scure. Lo stesso vale per chi è a macchie o a pois. Il senso è non essere troppo vistosi rispetto al cielo, allo spazio indiviso e smisurato. Durante il tragitto, ci sono posti di sosta in cui si possono abbandonare i sogni e le illusioni. Noi li deponiamo in uno schedario precisissimo e infine traghettiamo verso luoghi sempre più leggeri, più leggeri, ancora più leggeri, ecco, sì, quasi, sì leggeri così…