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Cinque verità del Pd tutte da smentire

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L'autocritica sulla sconfitta elettorale parte dal linguaggio, perché alla base di ogni crisi ci sono parole sbagliate. Dal lavoro ai giovani, ecco i pilastri della coscienza della sinistra che sono da rivedere
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Ci dice che alla base di ogni crisi, personale o di coppia, ci sia sempre un corto circuito nel linguaggio: parole sbagliate, parole travisanti, parole che come virus si sono annidate sotto pelle e hanno assunto la caratura di dogmi. Il primo percorso di autocritica consiste allora nel toccare il nervo scoperto di queste radicate distorsioni, ed è evidentemente un processo molto doloroso, trattandosi di pilastri su cui si è edificato il perimetro di una coscienza di sé. Tentiamo allora di predisporre il cosiddetto scrub chirurgico sul tessuto della fu-sinistra fu-riformista, disinfettando l'area da almeno 5 delle principali verità contaminate.


"Abbiamo salvato il Paese mettendoci con responsabilità al servizio delle Istituzioni"

Iniziamo con la più sanguinosa delle ferite. Perché se è impossibile sostenere il contrario, resta il fatto che in queste parole si annida la zona d'ombra di un'emergenza tram…

Ci dice che alla base di ogni crisi, personale o di coppia, ci sia sempre un corto circuito nel linguaggio: parole sbagliate, parole travisanti, parole che come virus si sono annidate sotto pelle e hanno assunto la caratura di dogmi. Il primo percorso di autocritica consiste allora nel toccare il nervo scoperto di queste radicate distorsioni, ed è evidentemente un processo molto doloroso, trattandosi di pilastri su cui si è edificato il perimetro di una coscienza di sé. Tentiamo allora di predisporre il cosiddetto scrub chirurgico sul tessuto della fu-sinistra fu-riformista, disinfettando l'area da almeno 5 delle principali verità contaminate.


"Abbiamo salvato il Paese mettendoci con responsabilità al servizio delle Istituzioni"

Iniziamo con la più sanguinosa delle ferite. Perché se è impossibile sostenere il contrario, resta il fatto che in queste parole si annida la zona d'ombra di un'emergenza tramutata in missione, e da missione a mestiere. Esemplificando, a chiunque può accadere di spegnere un principio di incendio nei paraggi del barbecue, ma se l'operazione si ripete ogni giorno per dieci anni, è inevitabile che per tutti tu sia diventato un pompiere, e avendo nel tuo Dna l'indole dell'incendiario si crea un paradosso vertiginoso. Credo che alla fine dei salmi la parabola del Pd si circoscriva in questa immagine: per il suddetto (e ostentato) spirito di responsabilità si è trasformato nel portinaio sonnacchioso che dalla guardiola controlla e preserva il Palazzo, ingenerando il fondato dubbio che contenere la catastrofe altrui sia una vocazione, e dunque si scenda in campo non come concorrenti ma come arbitri per fischiare fallo e fuorigioco. Problema: nessuno va allo stadio a tifare per l'arbitro, nessuno gli dedica striscioni e ola, nessuno ne ricorda neppure il nome, perché a scrivere la storia sono le squadre e lui sta lì solo per garantire le regole del gioco. Appunto.


"La nostra grande battaglia sono i diritti del lavoro"


Certo, sì, ma quale lavoro? Nella giungla del precariato, nel Far West del terziario, nell'arancia meccanica dei subappalti e fra le sabbie mobili di un neo-schiavismo dilagante, non basta essere il naturale riferimento dei sindacati per ergersi a paladini di qualcosa che sembri ignorare o misconoscere. La sensazione è che sul viso degli eredi anagrafici di chi sventolava falci e martelli si sia innestato un pericoloso paraocchi che limita lo sguardo al lavoro dipendente e pubblico, quasi demonizzando i milioni di derelitti che ogni giorno camminano sul filo dell'intermittenza e dell'indeterminazione, per cui Pd sembrerebbe sigla di Preferibilmente Dipendenti, se non fosse che l'età pensionabile alzata e l'articolo 18 scomparso dai radar portano a confermare la drastica diagnosi: assenza di rotta, bussola spaccata, cercasi stella polare disperatamente. È vivamente consigliata una assidua frequentazione di call center e di parcheggi dei rider, visitando i magazzini dell'e-commerce e le galassie del lavoro remoto. Solo allora, dopo intensa e lunga lunghissima immersione nel reale, il sostantivo lavoro potrà ricomparire sulle labbra senza sembrare mera furbizia retorica.


"Noi siamo contro ogni muro"


Meritevole causa, quella che ti contrappone alla cagnara strombazzata di chi lucra sulla cronaca nera soffiando sull'odio razziale come manna elettorale. Al tempo stesso, tuttavia, proprio perché la grancassa destrorsa è tanto spudorata, schierarsi dalla parte opposta appare spesso un meccanico obbligo da scacchiera. Insomma, non basta più intonare la sacrosanta crociata contro il filo spinato e i muri di Trump e Orbán per accreditarti seriamente su un fenomeno epocale: per essere credibili occorre raccontare senso e prospettiva di un'accoglienza sostenibile, e incardinarla dentro un'idea di società futura che a sinistra appare onestamente molto sommaria e confusa, tratteggiata con pastelli alla old Walt Disney, sì da risultare spesso stucchevole. Il problema è che ce ne scordiamo, non appena si abbatte la puntuale bordata da destra sul "rimandiamoli tutti a casa", tanto che qualcuno arriva ad augurarsi un Salvini che richiuda i porti, regalandoci di nuovo l'aureola di santi patroni del Mediterraneo. Ma è questa la politica? Sperare nel demonio per spargere acqua santa?


"Il nostro è un programma green"


Fra pulmini elettrici e commoventi stand alimentati a pannelli solari, dirò con estrema franchezza che questo aggettivo green non solo non racchiude neppure lo 0,01% della catastrofe che dovremmo fronteggiare, ma rischia addirittura di nuocere alla causa. Il tono di una vera campagna di smobilitazione sull'apocalisse in atto dovrebbe essere radicalmente diverso, lontanissimo da questa melassa verdognola da asilo infantile in cui ti lavi la coscienza con la domenica ecologica ma poi non pronunci una sillaba sulle conseguenze devastanti del ritorno al carbone per gli effetti della guerra ucraina. Quando inizieremo a dire che il clima uccide, ammassa cadaveri e come nelle Marche trascina via i bambini per 13 chilometri, forse ci libereremo da questo repertorio da sole che ride, pic-nic fra i fiorellini e girotondi fra gli alberi.


"Siamo un partito che guarda ai giovani"


Purtroppo è falso. Anche qui non basta dirlo, dal momento che i fatti dicono ben altro. L'ascesa rottamatoria di Matteo Renzi ha creato una specie di shock immunitario per cui l'identità del totem deve essere preservata dai guasconi di turno, mettendo museruola e guinzaglio ai potenziali sfasciacarrozze e puledri da rodeo, con l'esito che nel post-Renzi ogni sprint under-45 è stato o disinnescato o inglobato con fittizi ruoli apicali. Di fatto, nessun effettivo ricambio c'è stato ai vertici di un partito che spiattella visi di ventenni sui banner ma poi sulla scheda elettorale ti rifila Pierferdy Casini. Anche su questo sarò sincero: Kafka scrisse parole memorabili sulla necessità di sopprimere i monoliti paterni, per non morire soffocati. Ebbene, fino a quando l'album di famiglia non ospiterà nuovi visi, continueremo a pensare a quest'area politica con la rispettosa deferenza che dobbiamo a padri della patria come Napolitano e Mattarella, cui sempre andrà il nostro grazie. Ma oltre il grazie, deve esserci la prospettiva. E non v'è alcuna prospettiva se il puntare sui giovani, a ben guardare, è solo fargli guidare l'automobile di famiglia nel parcheggio di casa, con papà sempre accanto.