Giovanni De Luna: "Questa Italia ha abbandonato l’antifascismo"
di Simonetta Fiori , di Simonetta Fiori"In molti hanno creduto, anche a sinistra, che fascismo e antifascismo fossero categorie da rottamare, confinate nel Novecento. Ma si trattava di un'analisi sbagliata, perché il nostro Paese è stato la culla del totalitarismo. E non bastava avere una democrazia normale per lasciarsi alle spalle vent'anni di fascismo. Abbiamo sempre avuto bisogno di qualcosa di più: questo surplus era proprio la religione civile dell'antifascismo. Liquidarla è stato un errore, di cui oggi paghiamo le conseguenze".
Giovanni De Luna, curatore del nuovo Annale della Fondazione Feltrinelli dedicato al ventennio nero, non è affatto preoccupato da un possibile ritorno del fascismo che ritiene un'esperienza consegnata al ventesimo secolo. Ritiene però necessario confrontarsi con quella storia - e con quella del neofascismo in età repubblicana - soprattutto da parte di una forza politica che dalla fiamma di Almirante trae ispirazione.
…"In molti hanno creduto, anche a sinistra, che fascismo e antifascismo fossero categorie da rottamare, confinate nel Novecento. Ma si trattava di un'analisi sbagliata, perché il nostro Paese è stato la culla del totalitarismo. E non bastava avere una democrazia normale per lasciarsi alle spalle vent'anni di fascismo. Abbiamo sempre avuto bisogno di qualcosa di più: questo surplus era proprio la religione civile dell'antifascismo. Liquidarla è stato un errore, di cui oggi paghiamo le conseguenze".
Giovanni De Luna, curatore del nuovo Annale della Fondazione Feltrinelli dedicato al ventennio nero, non è affatto preoccupato da un possibile ritorno del fascismo che ritiene un'esperienza consegnata al ventesimo secolo. Ritiene però necessario confrontarsi con quella storia - e con quella del neofascismo in età repubblicana - soprattutto da parte di una forza politica che dalla fiamma di Almirante trae ispirazione.
"Mi ha colpito una frase di Giorgia Meloni, che sento ripetere dai suoi dirigenti politici: il fascismo è stato consegnato ai libri di storia. Ma cosa vuol dire? I libri di storia non sono la Cassazione, non certificano la verità in ultimo grado, ma restituiscono dibattito, confronto, ricerca. E una leader che si prepara a entrare a Palazzo Chigi, la prima che affonda le radici nel neofascismo, non dovrebbe sottrarsi al confronto".
Il volume Fascismo e storia d'Italia. A un secolo dalla Marcia su Roma. Temi, narrazioni e fonti - che contiene tra gli altri saggi di David Bidussa, Silvana Patriarca, Linda Giuva, Giulia Albanese - esce l'11 ottobre e sarà presentato il 21 alla Fondazione Feltrinelli a Milano.
Partiamo dal lavoro di ricerca sul fascismo presentato sull'Annale. Qual è l'elemento di novità sul piano interpretativo?
"La violenza non è più studiata come la strategia a cui le camicie nere ricorrono per la presa del potere ma come risorsa identitaria a cui il fascismo attinge per tutti i vent'anni della sua dittatura. Essa pervade anche la visione biopolitica del regime, indagata per la prima volta nel suo progetto complessivo".
La biopolitica non fu un'invenzione di Mussolini, ma nessun altro regime politico aveva dato al corpo eguale centralità.
"Divieto di abortire per le donne, tasse sul celibato per gli uomini, confino per gli omosessuali, razzismo antinero e poi antisemita: la politica natalista del fascismo fu la versione totalitaria del progetto 'fare gli italiani'. La biopolitica mussoliniana non si limitò al corpo della nazione, ma andò allargandosi al territorio. Alla bonifica umana corrispose la bonifica delle paludi, in un disegno unitario che mette al centro la categoria di pulizia: spirituale, territoriale, eugenetica. Dentro questo paradigma è contenuta l'idea della devianza come una stortura da raddrizzare, uno dei pilastri della politica repressiva".
Nell'Annale si sottolinea uno scarto costante tra l'immagine che il fascismo proponeva di sé stesso e la realtà del Paese.
"L'uomo nuovo del fascismo, celebrato dall'ideologia come frugale e combattente, in realtà non riusciva a sottrarsi al fascino dei primi vagiti del consumismo, che sarebbe esploso più tardi. E anche i materiali con cui Mussolini inculcava il mito del duce - la romanità, il condottiero, il guerriero - non venivano percepiti dagli italiani che vedevano in lui il buon padre di famiglia, il figlio del fabbro, quello a cui chieder soccorso perché aveva conosciuto la povertà e il dolore della perdita di un figlio. Anche l'immagine di un regime statalista, che plasma il mercato, va corretta: la priorità dei grandi gruppi industriali restò quella di fare profitti, non di corrispondere alle direttive ideologiche del duce".
Che cosa è rimasto di quel ventennio negli italiani di oggi?
"L'eredità del fascismo è stata molto forte nel dopoguerra, tra il 1948 e il 1960, quando il paradigma più rilevante della nostra Costituzione materiale, non di quella formale, era l'anticomunismo, non l'antifascismo. Negli anni Sessanta e Settanta fu relegata nei margini molto ristretti del Movimento Sociale di Almirante e dei gruppi neofascisti che soltanto nella connivenza con i servizi segreti e con gli apparati deviati dello Stato potevano trovare una legittimazione che il Paese gli negava. Dagli anni Ottanta cominciò un'altra fase nel segno della diseducazione degli italiani: il patto di memoria siglato come presupposto antifascista della Costituzione viene continuamente violato con le aperture al Movimento Sociale e con un 25 aprile sempre più ridotto a rituale festa celebrativa".
Questo processo raggiunse il suo culmine negli anni Novanta, con il passaggio tra la prima e la seconda Repubblica.
"È allora che il neorevisionismo irrompe nel dibattito pubblico delegittimando la Costituzione e la Resistenza ridotta a una sequela di orrori: era l'epoca dell'antiantifascismo, del Mussolini che aveva fatto anche cose buone e dei ragazzi di Salò animati dalla buona fede. Questa erosione del patto antifascista prosegue e cresce fino a oggi".
Una leader postfascista a Palazzo Chigi segna il tramonto della Repubblica antifascista?
"Ora bisogna vedere che tipo di rivincita sul piano della memoria i militanti di Fratelli d'Italia vogliano prendersi. Intendono rispettare il patto costituzionale di cui non furono sottoscrittori? Io naturalmente mi auguro di sì. E spero che non continuino a sostenere che il fascismo è stato consegnato ai libri di storia. Una frase senza senso, che indica solo la volontà di sottrarsi a un confronto necessario".
Meloni dice che ha già fatto tutto Gianfranco Fini. E che non è necessario tornarci sopra.
"Ma questo è il punto. Fratelli d'Italia nasce proprio contro il progetto politico di Fini, che tentava di portare la destra postfascista entro gli argini di una destra normale, conservatrice ed europea. Sono stati i duri e puri a ritrovarsi sotto il simbolo con la fiamma. Su questo occorre concentrarsi ora: non sulla riedizione del fascismo, oggi improponibile, ma sulla costellazione di valori che Fratelli d'Italia ha ereditato dal neofascismo. Ad esempio, la dimensione atlantista viene da lì, distinguendosi dal sovranismo della Lega. Mentre la visione biopolitica che ritrovo in Fratelli d'Italia è più un'eredità del ventennio nero che del Movimento Sociale: ai tempi di Almirante non c'erano migranti in Italia, e il nero era considerato una figura esotica, lontana".
Prima lei ha delineato il lento allontanamento dall'antifascismo d'una larga parte di italiani. Ma di questo sono responsabili anche i partiti di ispirazione democratica.
"Sì, gli attacchi alla tradizione antifascista non hanno trovato un argine sufficiente. Con la fine della prima repubblica sono tramontati anche quei partiti che erano stati gli imprenditori della memoria su cui s'era costruita la nostra religione civile. Questo riguarda soprattutto il Pci, i cui eredi abbandonarono immediatamente quello specifico fronte. E gli unici rimasti a combattere furono i vecchi azionisti, pian piano scomparsi dalla scena pubblica".
E oggi ci aspetta una classe politica di governo convinta - Tajani dixit - che Mussolini abbia fatto anche cose buone.
"È evidente che il regime partecipò a quella che Karl Polanyi ha definito la grande trasformazione, la modernizzazione della società capitalistica occidentale: vi parteciparono l'America di Roosevelt, la Germania di Hitler, l'Unione Sovietica di Stalin. Ma queste cose buone nel segno della modernità da noi furono realizzate calpestando la democrazia e la libertà. Il prezzo che pagò l'Italia fu altissimo. E le conseguenze arrivano ai nostri giorni".
Che cosa ci insegna la storia a proposito dell'attuale passaggio politico?
"Il passato ci induce a riflettere sui guasti che la sconfitta produce in chi ha perso. Dopo la vittoria di Mussolini l'opposizione antifascista si disintegrò, lacerandosi tra recriminazioni, vendette, accuse reciproche. Fino a che arrivò Carlo Rosselli che disse: la generazione degli sconfitti si tolga di mezzo. Oggi il rischio è che la sconfitta della sinistra si trascini dietro un'onda rancorosa. E purtroppo non si vedono Carlo Rosselli all'orizzonte".
La presentazione
"Fascismo e Storia d’Italia. A un secolo dalla Marcia su Roma. Temi, narrazioni e fonti" è il nuovo Annale della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli (pagg. 504, euro 50), curato da Giovanni De Luna, contiene tra gli altri saggi di David Bidussa, Silvana Patriarca, Linda Giuva, Giulia Albanese, Carlo Greppi, Valentina Pisanty, in uscita l’11 ottobre. Il volume sarà presentato alla Fondazione Feltrinelli di Milano il 21 ottobre alle 18, alla presenza del curatore