Giuliano Pisapia: "Tutto quello che ho imparato da Don Giussani"
di Giuliano Pisapia , di Giuliano PisapiaNel 1954, quando Don Luigi Giussani sale per la prima volta i gradini del liceo Berchet a Milano, l’Italia è in crescita e sta imboccando la via del “miracolo economico”. La Dc è salda al governo con i partiti centristi suoi alleati e la Chiesa appare solida, le associazioni cattoliche sempre più ricche di iscritti, le chiese apparentemente piene. Ma non era così agli occhi di Don Giussani che coglieva già i segni dei tempi e vedeva una mancanza importante: la consapevolezza della fede.
Dieci anni dopo anch’io ho salito le scale del Berchet e ho conosciuto quello strano professore di religione «brutto e affascinante», che rompeva ogni schema cui eravamo abituati. Non ci riempiva di nozioni e rispondeva a tutte le nostre domande, ai nostri dubbi, insegnandoci un metodo. L’abbiamo capito subito, il giorno stesso in cui lo abbiamo conosciuto, malgrado le diffidenze e le ironie che non raramente colpivano gli in…
Nel 1954, quando Don Luigi Giussani sale per la prima volta i gradini del liceo Berchet a Milano, l’Italia è in crescita e sta imboccando la via del “miracolo economico”. La Dc è salda al governo con i partiti centristi suoi alleati e la Chiesa appare solida, le associazioni cattoliche sempre più ricche di iscritti, le chiese apparentemente piene. Ma non era così agli occhi di Don Giussani che coglieva già i segni dei tempi e vedeva una mancanza importante: la consapevolezza della fede.
Dieci anni dopo anch’io ho salito le scale del Berchet e ho conosciuto quello strano professore di religione «brutto e affascinante», che rompeva ogni schema cui eravamo abituati. Non ci riempiva di nozioni e rispondeva a tutte le nostre domande, ai nostri dubbi, insegnandoci un metodo. L’abbiamo capito subito, il giorno stesso in cui lo abbiamo conosciuto, malgrado le diffidenze e le ironie che non raramente colpivano gli insegnanti di religione.
Ricordo il suo ingresso in classe come fosse ieri. Il chiasso si è trasformato in brusio e il brusio in disattenzione. Poi, improvvisamente, con voce roca, ci ha chiesto un attimo di silenzio e ci ha fatto una domanda: «Secondo voi è giusto che un genitore cattolico dia una educazione cattolica ai figli?». Perplessità, fino a quando uno dei miei compagni gli ha chiesto provocatoriamente se secondo lui fosse giusto che un genitore comunista educasse al comunismo i propri figli. Ma quello che ci colpì fu soprattutto la risposta: «Sì, è giusto». E ancora di più la spiegazione: «Perché quell’educazione viene dall’amore dei genitori verso i figli». Da lì iniziò un confronto interessante e vivace (l’ora di religione allora era “obbligatoria” salvo espressa contrarietà dei genitori).
Don Giussani rompeva gli schemi, e amava farlo, andando oltre le convenzioni. E così nacque GS (gioventù studentesca) a cui non ho mai aderito ma a cui hanno aderito molti miei amici e due dei miei fratelli. Ricordo la capacità di Don Giussani di unire, ascoltare e meravigliare. Non solo, conquistava tanti giovani, organizzando tornei di calcio, giornate di riflessione, tanti fine settimana nella “Bassa” a giocare con i più poveri e i più bisognosi. I suoi suggerimenti non erano mai scontati; quando si discuteva, di presente e di futuro, di religione e di “politica”, era sempre interessante e rispettoso delle diverse opinioni. Il suo linguaggio era semplice anche quando si trattavano temi delicati e divisivi. Ogni tanto gli scappava qualche parolaccia, il che forse lo rendeva ancora più vicino ai giovani.
Poi le strade si sono divise. Chi, nel ’67-’68, ha scelto di partecipare alla mobilitazione studentesca e operaia, se ne è andato (o, come dice qualcuno, è stato allontanato). Poco dopo Gioventù Studentesca si è sciolta, e molte amicizie si sono rotte. Credo però che per chi lo ha conosciuto — credente o non credente — Don Gius abbia lasciato insegnamenti importanti.
Celebrare oggi i cento anni dalla sua nascita non è un vuoto anniversario. È al contrario la possibilità di discutere senza preconcetti di una figura che ha avuto il coraggio di rompere gli schemi di una società ingessata e, al di là delle differenze di visione, ha cercato di far maturare nei giovani un senso critico verso la realtà. È stato a suo modo un uomo di fede e un insegnante autentico. Il coraggio delle idee si vive nel confronto. Pacato e aperto. È una lezione che ho cercato di fare mia nell’attività professionale come in quella politica.