Donne, meglio libere che di potere
di Michela Marzano , di Michela Marzano"Eri un insetto miope smarrito nel blabla dell’alta società”, scriveva Montale in una delle sue poesie più belle, Blabla. Se lo scrive Montale, forse, posso scriverlo anch’io. Che di tutta questa retorica sulla necessità che le donne conquistino il potere per diventare libere, non ne posso più. La libertà e l’autonomia femminili, con il potere, c’entrano poco. E non credo che combattere fino all’ultimo per “arrivare al vertice”, come ha scritto ieri Daniela Hamaui, sia l’unica strada che le donne possono percorrere per acquisire credibilità e autorevolezza. Anzi. Il potere non è un “regalo”. Su questo non si può che essere d’accordo. Ma la sua logica è per lo più fatta di aggiustamenti e di compromessi. C’è sempre chi ha maggior potere di chi è al potere; chi dirige colui (o colei) che dirige; chi chiede e chi si adatta;…
"Eri un insetto miope smarrito nel blabla dell’alta società”, scriveva Montale in una delle sue poesie più belle, Blabla. Se lo scrive Montale, forse, posso scriverlo anch’io. Che di tutta questa retorica sulla necessità che le donne conquistino il potere per diventare libere, non ne posso più. La libertà e l’autonomia femminili, con il potere, c’entrano poco. E non credo che combattere fino all’ultimo per “arrivare al vertice”, come ha scritto ieri Daniela Hamaui, sia l’unica strada che le donne possono percorrere per acquisire credibilità e autorevolezza. Anzi. Il potere non è un “regalo”. Su questo non si può che essere d’accordo. Ma la sua logica è per lo più fatta di aggiustamenti e di compromessi. C’è sempre chi ha maggior potere di chi è al potere; chi dirige colui (o colei) che dirige; chi chiede e chi si adatta; chi abusa e chi è dominato. Più il tempo passa, più mi convinco che questo potere al cui altare si è pronti a sacrificare valori e autenticità, in termini di libertà, non porti da nessuna parte.
Vorrei tanto che le donne della mia generazione (anche se dire “le donne” non mi piace, è un’espressione che non ha senso, non esiste alcuna entità omogenea capace di riassumere le mille sfumature dell’esistenza femminile) osservassero meglio le più giovani, e imparassero da loro. Ragazze coraggiose che, di tutto questo blabla, non sanno che farsene. Ragazze che, la libertà, se la prendono davvero e che, fregandosene bellamente del potere, ci costringono a fare i conti con le contraddizioni che ci portiamo dentro. E se proprio vogliamo dirla tutta, il “Pd maschilista” di cui parla Hamaui, in fondo, è solo uno specchio del nostro paese, e delle ipocrisie che da sempre attraversano il mondo femminile.
Certo, nel Pd non c’è mai stata una segretaria donna, i capicorrente sono tutti maschi, e le femmine sono decisamente sottorappresentate. Ma lo stesso discorso vale pure per le persone LGBTQ+ e per i giovani. E poi bisogna proprio tapparsi gli occhi per non vedere che coloro che adesso stanno maggiormente protestando, chiedendo che vengano scelte due donne come capogruppo alla Camera e al Senato, sono gli stessi che, quando si trattava di mettersi in gioco o rischiare, abbassavano gli occhi, annuivano, chinavano il capo e andavano avanti. Chiunque conosca anche vagamente i meccanismi della politica italiana, d’altronde, sa bene che basta scostarsi dalla linea del partito (o dal politicamente corretto) per essere immediatamente emarginati o scartati.
Qualcuno potrebbe obiettare che una donna capogruppo alla Camera (o al Senato) potrebbe rappresentare, almeno simbolicamente, un passo avanti nella causa della parità di genere. Ma, ancora una volta, si tratta di blabla. Il capogruppo (o la capogruppo) è solo un esecutore di ordini che arrivano dall’alto: “il partito dice”, “il partito vuole”, “il partito chiede”. Calcolando che, dietro il termine “partito”, ci sono le logiche delle correnti, dei dirigenti, dei territori, delle sezioni… e chi più ne ha, più ne metta. Dietro la parola “partito”, c’è tutto un mondo che, delle libertà femminili, non sa nulla. Oppure sa, ma fa finta di non sapere.
Perché, in fondo, si disinteressa sia della realtà che molte donne vivono giorno dopo giorno, sia della difficoltà che tante di noi ancora abbiamo anche solo a dire “no”, a non farci invadere, a salvaguardare i nostri spazi, a custodire i nostri desideri. Basterebbe osservare le ragazzine per capire che noi, donne mature, abbiamo molto da imparare. Molte di loro non esitano a rimettere al proprio posto chiunque osi anche solo interferire con i loro progetti; non si fanno problemi a indossare una gonna corta anche se sulle pagine patinate dei femminili mai nessuna espone un corpo che non sia totalmente sotto controllo — ma loro sono cresciute in maniera diversa; a loro non importa di quel chilo in più o di quei peli sotto le ascelle; loro hanno altro per la testa, e fanno bene. Loro vanno per la loro strada. Loro, tra qualche anno, non esiteranno a prendere la parola per dire cosa pensano, senza paura che il capo (o il capetto) possa considerarle “inaffidabili” o “ribelli”.
Tutte giuste, allora, le domande che Daniela Hamaui rivolge alle donne del Pd. Tutte giuste, ma mai davvero a fuoco. Perché la posizione “ancillare” non è tipica solo delle femmine, ma di chiunque cerchi di ottenere il potere all’interno di un partito, di un’azienda, di un gruppo editoriale o di un’organizzazione. Il potere è l’antitesi stessa della libertà. E se le donne (sebbene ritenga opportuno finirla con quest’opposizione binaria tra gli uomini e le donne) vogliono davvero “buttare via il velo” e “fare la rivoluzione”, forse farebbero meglio a “cambiare il mondo senza prendere il potere”, come recita il titolo del libro del filosofo irlandese John Holloway. Noi donne — anche se la genericità del termine “donne” non mi piace — dovremmo affidarci alla forza dirompente dell’autenticità. Quell’autenticità che rende unici e che trascina. Quell’autenticità che produce autorevolezza e credibilità, soprattutto se non ci si lascia sopraffare dalla sete di potere.
A che serve d’altronde conquistare il potere se poi, come sta accadendo in Francia alla leader del partito ecologista Sandrine Rousseau, lo si esercita esattamente come i propri predecessori maschi? “Se un individuo ha un centro, tutte le impressioni provenienti dall’esterno trovano in quel centro un punto fermo”, scriveva Etty Hillesum. “Chi non ha un centro, a ogni nuova impressione perde l’equilibrio e diventa sempre più insicuro, mentre ogni nuova impressione rende sempre più stabile il centro del primo”. Durante la propria esistenza, Etty Hillesum non ha esercitato alcun potere, ma non si è mai rassegnata. È morta ad Auschwitz quand’aveva appena trent’anni, ma è uno dei simboli più forti della gioia di vivere. Agli occhi di tanti non è mai arrivata alla meta, ma con il proprio esempio ha mostrato perfettamente come l’unico modo per modificare il mondo esterno sia fare la propria parte dentro di sé. Potere e libertà non vanno mai di pari passo. Anzi.