Cristina Caboni, la signora delle api
di Ilaria Zaffino , di Ilaria ZaffinoLe api l’avevano abbandonata, è vero. Ma prima di farlo le avevano lasciato il loro prezioso dono. Era come se la natura, attraverso le api, fornisse agli uomini il suo amore. Il miele, da sempre, era stato il suo talismano. E come tale agì anche quella volta, infondendole la forza che stava disperatamente cercando altrove, ma che invece era dentro di lei. Mostrandole la via per raggiungerla». Nel nuovo romanzo di Cristina Caboni la protagonista, Alice, ha instaurato con le api un rapporto privilegiato. Lo stesso che da sempre ha anche la scrittrice. E non solo perché queste fanno da cornice a due dei suoi romanzi amatissimi dai lettori di tutto il mondo: La custode del miele e delle api uscito per Garzanti nel 2015 – dopo il fortunato esordio con Il sentiero dei profumi tradotto in 28 paesi – di cui ora La via del miele è idealmente il seguito. Caboni nella vita, oltre a scrivere, al ritmo di un romanzo l’anno, oltre 500 mila …
Le api l’avevano abbandonata, è vero. Ma prima di farlo le avevano lasciato il loro prezioso dono. Era come se la natura, attraverso le api, fornisse agli uomini il suo amore. Il miele, da sempre, era stato il suo talismano. E come tale agì anche quella volta, infondendole la forza che stava disperatamente cercando altrove, ma che invece era dentro di lei. Mostrandole la via per raggiungerla». Nel nuovo romanzo di Cristina Caboni la protagonista, Alice, ha instaurato con le api un rapporto privilegiato. Lo stesso che da sempre ha anche la scrittrice. E non solo perché queste fanno da cornice a due dei suoi romanzi amatissimi dai lettori di tutto il mondo: La custode del miele e delle api uscito per Garzanti nel 2015 – dopo il fortunato esordio con Il sentiero dei profumi tradotto in 28 paesi – di cui ora La via del miele è idealmente il seguito. Caboni nella vita, oltre a scrivere, al ritmo di un romanzo l’anno, oltre 500 mila copie vendute nel mondo, infatti fa l’apicultrice in Sardegna.
È dal suo lavoro a stretto contatto con questi insetti, ai quali il cambiamento climatico sta creando enormi problemi, come dimostra l’abbandono degli alveari, che è nato questo libro. «Un giorno rientrando dall’apiario mi sono lasciata andare alle sensazioni che mi aveva dato quella mattina, a come le api avevano risposto alla mia necessità di pace e serenità e ho capito che non avevo finito di raccontare di questi insetti straordinari, di parlare della natura. C’erano tanti aspetti dell’apicultura che non avevo trattato, tra cui la pratica degli alveari metropolitani. Da lì è nata la storia di Alice Azara Pascal, che alleva api sui tetti di Parigi, finché un giorno queste spariscono lanciandole un segnale». E da qui prende il via il romanzo, che porterà Alice a riscoprire le sue radici nella Sardegna dei suoi antenati.
Dal 2014 ha pubblicato un libro l’anno: come concilia il lavoro di apicultrice con la scrittura?
«La mattina vado dalle api, ne sento la necessità, lì ci sono le mie radici: discendo da una famiglia di apicultori da generazioni e la donna che canta alle api nei miei romanzi è ispirata alla sorella della mia bisnonna. Sentire la natura, il freddo pungente e subito dopo il sole sulla pelle attraverso la tuta, il loro ronzio, per me è importantissimo. Poi torno a casa e inizio a scrivere: tutto è più semplice. Anche se mi accorgo che le api stanno cambiando il loro modo di percepire, di comportarsi. Sono le nostre sentinelle, capiscono prima quel che sta accadendo e noi che viviamo in simbiosi con loro siamo preoccupati».
Ci spieghi meglio: preoccupati per cosa precisamente?
«È da un po’ che il cambiamento è in atto, lo vediamo attraverso le loro reazioni. Un fenomeno degli ultimi anni di cui parlo in questo libro è l’abbandono degli alveari. La famiglia sente una sorta di ostilità del territorio, così va via in cerca di qualcos’altro. In alcuni casi questo è dovuto all’uso di pesticidi e a una concomitanza di eventi che sono nefasti per la salute della famiglia. Le api sono come un organismo fatto di cellule: ogni cellula, un’ape. Anche loro interagiscono per il bene della colonia. Se le api bottinatrici, che portano il polline all’alveare, spariscono è come se perdessimo le cellule che si occupano del nutrimento del nostro corpo, così questo deperisce. Quando le bottinatrici muoiono o vengono avvelenate dai pesticidi o non riescono a tornare all’alveare, la famiglia si indebolisce e va incontro a una serie di malattie».
E c’è qualcosa che possiamo fare per aiutarle?
«Tantissime cose, molto semplici. Per esempio, avere sul balcone una pianta di lavanda, trifoglio, o topinambur che loro visitano con piacere, semplici fiori che le aiutano ad avere il nettare necessario. Basta un balconcino dove piantare qualche erba aromatica, anche rosmarino. Per loro sono indispensabili».
Quanto e come le api influenzano il suo lavoro di scrittrice?
«Influenzano il modo di percepire la vita intorno a me: per fare l’apicultore devi essere un grande osservatore, lo devi fare in silenzio, hai bisogno di raccoglimento per capire ogni atteggiamento delle api e aiutarle in questo momento difficile. Le api mi hanno insegnato a essere tollerante. Hanno un modo di procedere quasi matematico, sono elementi di un meccanismo perfetto che ha la regina al centro ed è collegato in tutte le azioni. Mi hanno insegnato la pazienza; a vedere cose quasi invisibili; ad annusare: chi ancora lo fa oggi? Questo mi permette di avere una visione differente e raccontare storie da un punto di vista diverso».
E la memoria familiare quanto è presente?
«Abbastanza. Qui per esempio c’è la ruvidezza delle donne sarde, il loro essere franche in quel modo anche disturbante che non ti nasconde nulla. Ma ho voluto raccontare pure il fenomeno degli alveari urbani che riguarda molte metropoli. Londra ne ha tremila, è pazzesco. L’Associazione degli apicultori urbani di cui parlo nel libro risale al 1850. Persino sul tetto di Notre-Dame ci sono degli alveari che per miracolo si sono salvati nell’incendio del 2019».
Nei suoi libri ci sono temi che ritornano: donne forti e fragili allo stesso tempo, che hanno sofferto ma combattono; la sorellanza; la forza della natura; la Sardegna e la ricerca delle radici o rapporti incrinati tra madri e figlie. Perché?
«Penso che l’infanzia e i rapporti familiari siano determinanti per il successo e la costruzione della persona, se i legami si deteriorano poi da adulti ne vediamo le conseguenze. Ma ci sono sempre modi per superare queste fratture, essere adulti significa riuscire ad affrontare queste difficoltà. Abbiamo la necessità di essere felici e, davanti alle insidie che la vita ci pone, sta a noi trovare la forza di andare avanti. Mia nonna era del 1917, ha attraversato due guerre e momenti molto difficili, però era sempre capace di sorridere e trovare la bellezza nelle cose. Lei è il mio esempio, come lo sono mia mamma e la mia bisnonna: donne capaci di essere felici anche con poco, che riescono a plasmare la realtà rendendola un luogo bello dove vivere».