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Pd, per salvarti scegli chi difendere

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Ciò che oggi si fa fatica ad accettare, da chi pure milita a sinistra, è di essere “parte”, di rappresentare interessi “particolari”, e non la totalità. Perché le risorse non sono infinite e vanno distribuite tenendo conto delle differenze
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La sinistra ha avuto sempre una difficoltà col proprio nome, come dimostrano i cambiamenti di nome di quello che resta il maggior partito della sinistra italiana. Forse anche per il significato inquietante dell’aggettivo “sinistro”. Al contrario di “destro”, che evoca qualcosa di “retto”, “giusto”, che non ha bisogno di essere legittimato. Eppure anche un maestro di liberalismo come Norberto Bobbio non ha mai avuto difficoltà a rivendicare alla sinistra un nucleo di valori fondanti diversi, se non opposti, a quelli della destra.

Ciò che oggi si fa fatica ad accettare, da chi pure milita a sinistra, è di essere “parte”, di rappresentare interessi “particolari”, e non la totalità. Certo, anche per la sinistra, come per la destra, la società è un tutto, un insieme che non va spaccato in fazioni contrapposte. Ma questa totalità può, anzi deve, esser…

La sinistra ha avuto sempre una difficoltà col proprio nome, come dimostrano i cambiamenti di nome di quello che resta il maggior partito della sinistra italiana. Forse anche per il significato inquietante dell’aggettivo “sinistro”. Al contrario di “destro”, che evoca qualcosa di “retto”, “giusto”, che non ha bisogno di essere legittimato. Eppure anche un maestro di liberalismo come Norberto Bobbio non ha mai avuto difficoltà a rivendicare alla sinistra un nucleo di valori fondanti diversi, se non opposti, a quelli della destra.

Ciò che oggi si fa fatica ad accettare, da chi pure milita a sinistra, è di essere “parte”, di rappresentare interessi “particolari”, e non la totalità. Certo, anche per la sinistra, come per la destra, la società è un tutto, un insieme che non va spaccato in fazioni contrapposte. Ma questa totalità può, anzi deve, essere guardata da prospettive differenti, che divergono sulle finalità che propongono, sui ceti che rappresentano, sui valori che proclamano.


Se per almeno un trentennio dalla fine della seconda guerra mondiale i partiti della sinistra europea hanno fronteggiato senza timidezza la parte avversa – naturalmente nei limiti della dialettica democratica – a partire dagli anni Ottanta hanno progressivamente sfumato il proprio profilo. Da allora il paradigma neoliberale è diventato l’unico orizzonte all’interno del quale bisognava collocarsi, senza provare a forzarne i confini. In particolare la vittoria di Blair nel Regno Unito è apparsa l’unica via, per la sinistra, per andare al governo. E non senza motivo, quando la globalizzazione montante, unita all’esplosione tecnologica, prometteva benefici per l’intera società. In quella stagione, che mandava in soffitta i partiti comunisti, pareva che le società occidentali non potessero essere governate che dal centro. La politica perdeva il rapporto con la “parte” – ad allora risale la crisi dei “partiti”. Si identificava col governo, anzi con la “governance”. Perfino la politica estera sembrava perdere rilievo con l’apparente declino degli imperi e quella che sembrava l’inarrestabile marcia della democrazia globale.


Ma all’inizio del nuovo secolo il quadro è nettamente cambiato – senza che i partiti della sinistra europea, a partire da quello democratico, cogliessero la svolta. Neanche l’ 11 settembre appariva per ciò che era – la fine alla belle époque della globalizzazione e una terribile onda d’urto per l’ordine mondiale. Chiamare ancora “crisi” gli eventi tragici dell’ultimo quindicennio – le catastrofi economica, ambientale, pandemica e bellica – dà un senso d’inadeguatezza politico-culturale. Le crisi novecentesche sono state il modo, per l’economia e la politica, di riassestarsi senza modificare i propri paradigmi, senza affrontare quel radicale mutamento di stato invece implicito etimologicamente nel termine “catastrofe”. Che non va assunto solo in negativo, ma anche come occasione di cambiamento profondo nel modo di agire e prima ancora di interpretare la realtà.


La sinistra – e il Pd in particolare – sono apparsi del tutto ignari del mutamento di fase. A differenza della destra. Che ha colto subito il rapido declino del modello globalista e anche del paradigma neoliberale, rilanciando in termini etnico-nazionalistici il rinnovato ruolo degli Stati sovrani. Senza accorgersi che a dominare il mondo oggi sono i grandi spazi imperiali, soggetti politici di dimensioni continentali. La guerra in Ucraina è letteralmente incomprensibile fuori da questo cambio di scenario. Così come la pandemia e la crisi ambientale legano politica e vita biologica in un nodo che richiede straordinari investimenti pubblici. Ma il rilancio delle politiche pubbliche – alle quali la sinistra dovrebbe guardare come opportunità di rilancio – richiede a sua volta una riforma fiscale assai più proporzionale. Lo stesso dicasi dell’istruzione e della ricerca, che costituiscono l’unico volano possibile per una ripresa non solo in termini di indici economici, ma di qualità sociale. Ma per farlo accorre scegliere la parte con cui stare, i ceti da difendere, le opzioni da privilegiare. Le risorse non sono infinite.

Vanno distribuite tenendo conto delle differenze. Non c’è eguaglianza senza differenza. Forse mai, negli ultimi decenni, la sinistra è stata così necessaria. Purché abbandoni i suoi travestimenti e si dichiari col suo nome. Per il Pd è l’ultima chiamata. Come talvolta accade agli organismi politici, prima ancora della sua politica è in gioco la sua stessa esistenza. Anche se in questo caso le due cose coincidono. Non può continuare a coniare proclami universali. Deve tornare a declinare l’eguaglianza su questioni concrete – salute, scuola, salari, servizi, diritti.