Perché nella scuola il merito non è tutto
di Chiara Valerio , di Chiara ValerioUna delle parole di questi giorni è “merito”. Rimane vivo, rispetto all’introduzione improvvisa di parole nel linguaggio politico, ciò che ha disegnato e scritto Zerocalcare nell’ultimo episodio di Rebibbia quarantine cioè (più o meno) “noi c’abbiamo sto giochetto... na’ sciocchezza eh, ma è per passa’ il tempo... in ogni decreto inseriamo tre parole che nessuno sa che cazzo vojono dì...”.
Non si tratta di decreti, ma della modifica nell’intestazione di un Ministero. Che avrà voluto dire questo governo di destra con la parola “merito”?
Ho cominciato abbastanza giovane, nei primi anni di scuola, a intuire che gli esami, le pagelle, i punteggi nei vari corsi invernali o estivi, i diplomi e diplomini erano faccende ambigue, da una parte misuravano impegni e risultati, eccellenze addirittura, dall’altra confermavano l’appartenenza a una certa classe social…
Una delle parole di questi giorni è “merito”. Rimane vivo, rispetto all’introduzione improvvisa di parole nel linguaggio politico, ciò che ha disegnato e scritto Zerocalcare nell’ultimo episodio di Rebibbia quarantine cioè (più o meno) “noi c’abbiamo sto giochetto... na’ sciocchezza eh, ma è per passa’ il tempo... in ogni decreto inseriamo tre parole che nessuno sa che cazzo vojono dì...”.
Non si tratta di decreti, ma della modifica nell’intestazione di un Ministero. Che avrà voluto dire questo governo di destra con la parola “merito”?
Ho cominciato abbastanza giovane, nei primi anni di scuola, a intuire che gli esami, le pagelle, i punteggi nei vari corsi invernali o estivi, i diplomi e diplomini erano faccende ambigue, da una parte misuravano impegni e risultati, eccellenze addirittura, dall’altra confermavano l’appartenenza a una certa classe sociale. La scuola pubblica è importante perché i titoli conseguiti non siano come un certo tipo di televisore o computer, una certa macchina o certe vacanze o abiti. È di sinistra, o dovrebbe esserlo, lavorare perché il merito non sia economico.
Così, i nomi possono distrarre. Mentre continuiamo a chiederci il perché dell’aggiunta della parola “merito” accanto a “istruzione” nel ministero omonimo, leggiamo le dichiarazioni del Ministro Giuseppe Valditara dove resta inteso che l’accostamento sta lì a sottolineare centralità e importanza dell’istruzione nella società. Questa centralità, ricordiamo, è già nella Costituzione Italiana agli articoli 3, 33 e 34.
In particolare, all’articolo 34 si legge: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Da cui si capisce che il merito (che è una misura esterna, quantitativa, e in qualche modo socio-culturale) viene dopo la capacità (che è questione più connessa alla volontà e all’intenzione del singolo individuo).
La scuola insomma non è un posto dove essere misurati e messi in graduatoria ma è, prima di tutto, il luogo dove la Repubblica garantisce spazio e tempo per esercitare la curiosità di conoscere il mondo e la possibilità di comprenderlo e parteciparvi.
Ma come è fatta questa società in cui l’istruzione è centrale? Strutture e infrastrutture di natura civile, architettonica e digitale. Civiltà e architettura sono pratiche e concetti culturali per i quali abbiamo lunga, seppur talvolta lacunosa, memoria storica. Conosciamo meno, perché è più recente e nonostante ci viviamo immersi, la componente digitale della società. E la conosciamo meno perché la scuola italiana, dopo il tentativo del Piano Nazionale Informatica introdotto dalla riforma Falcucci (1985) e smantellato definitivamente dalla riforma Gelmini (2008), ha ignorato la centralità dello studio dei linguaggi delle macchine, accelerando quel processo che ci fa leggere la tecnologia come un fenomeno religioso, che ci sovrasta e accade indipendentemente da noi.
Tecnologia come meteorologia (perché continuiamo a sottovalutare l’impatto del nostro essere come siamo sul clima).
L’istruzione di cui il Ministro dichiara la centralità dovrebbe dunque occuparsi, per attuare la ribadita centralità, di pensare e attuare una riforma che incrementi lo studio delle matematiche e dei linguaggi di programmazione per rendere possibile che cittadini e cittadine a venire possano effettivamente partecipare dello Stato. (Pensiamo solo allo Spid o alla firma digitale).
Se la democrazia si muove su strade che sono anche digitali, e che vanno a incrementarsi, allora non conoscerle o non poterle conoscere significa subire la democrazia e questo è un controsenso.
Daniele Gauthier, matematico e divulgatore, su Maddmaths! – il sito di divulgazione e didattica della Società Italiana di Matematica Applicata e Industriale (SIMAI) – ha proposto una certificazione per le competenze matematiche che renda consci della centralità delle matematiche nella vita di tutti i giorni, dal punto di vista professionale e non solo. Si può essere d’accordo o no con la certificazione – un’altra? – ma è ragionevole ciò che scrive Gauthier: «Abbiamo un problema. Viviamo in un’epoca e in una società che ci richiedono sempre più di essere consapevoli di che cosa la matematica sia e di saperci orientare in essa, e al tempo stesso in un’epoca e in una società nelle quali la matematica non gode certo di accettazione sociale». Delle conoscenze matematiche e digitali deve occuparsi, in maniera programmatica, la scuola pubblica che è lo strumento principe per la mobilità sociale e la realizzazione personale. Il luogo dove i privilegi possono essere progressivamente sostituiti dai diritti. Solo così l’istruzione è davvero centrale.
Ho riletto in questi giorni – è uscito in tascabile da Adelphi – La Triomphante, romanzo di Teresa Cremisi, e ho ritrovato una frase che mi aveva messo molta allegria. «Avanzavamo tutti verso il vuoto, tanto valeva andarci di buon passo». La frase è il contrario del nichilismo perché questo vuoto – che in ultimo riguarda la morte e speriamo nessuno ce la neghi e di non rimanere inestinti digitali – riguarda volta per volta ciò che non sappiamo, non vogliamo e non siamo, cioè il futuro. E per andare di buon passo verso il futuro, ci vuole una scuola che abbia coscienza profonda di come la società è fatta, di come sono distribuite le disuguaglianze e di come esse possano essere appianate.