Magrolina, minuta, Teresa aveva diciannove anni ed era una fervente socialista. L'aspetto era fragile, certamente, ma non aveva alcuna paura dello scontro fisico: era in prima fila negli scioperi e partecipava alle manifestazioni contro gli scalmanati esponenti dei circoli nazionalisti e patriottici. Lavorava in un'azienda alla Bovisa e si unì al corteo dei compagni che il 15 aprile 1919 voleva ostacolare un manipolo di futuristi, reduci e studenti pronti ad assaltare la sede de l'Avanti! Si trovò così coinvolta nell'esordio meneghino del cosiddetto "squadrismo tricolore" che festeggiò il suo battesimo con 40 feriti, l'assassinio di due giovanissimi e della stessa Teresa. Fu la prima donna antifascista che perì a seguito della sua opposizione alla violenza delle squadracce.
I fogli socialisti e anarchici listati a lutto sottolinearono che, nel "primo episodio della guerra civile", come lo chiamò M…
Magrolina, minuta, Teresa aveva diciannove anni ed era una fervente socialista. L'aspetto era fragile, certamente, ma non aveva alcuna paura dello scontro fisico: era in prima fila negli scioperi e partecipava alle manifestazioni contro gli scalmanati esponenti dei circoli nazionalisti e patriottici. Lavorava in un'azienda alla Bovisa e si unì al corteo dei compagni che il 15 aprile 1919 voleva ostacolare un manipolo di futuristi, reduci e studenti pronti ad assaltare la sede de l'Avanti! Si trovò così coinvolta nell'esordio meneghino del cosiddetto "squadrismo tricolore" che festeggiò il suo battesimo con 40 feriti, l'assassinio di due giovanissimi e della stessa Teresa. Fu la prima donna antifascista che perì a seguito della sua opposizione alla violenza delle squadracce.
I fogli socialisti e anarchici listati a lutto sottolinearono che, nel "primo episodio della guerra civile", come lo chiamò Mussolini, l'omicidio di una donna era stato uno sfregio, intenzionale e voluto. Era proprio vero: eppure stranamente è stata sepolta la memoria della voce di protesta, non solo di Teresa ma di tante altre antifasciste, di un incredibile numero di popolane, contadine e borghesi che si mobilitarono contro i primi fasci di combattimento e animarono una vera e propria resistenza, fino all'insediamento del Cavalier Benito a palazzo Chigi. Quante e chi furono queste protagoniste di scontri, a volte anche accaniti, e come mai ne è scomparso il ricordo?
Nei giorni della marcia su Roma, secondo i giornali già inginocchiati al nuovo capo del governo, vi furono "diciassette vittime tra antifascisti e popolani: tra le quali due donne". In realtà le perseguitate e pure le martiri furono molto più numerose ma non solamente nei dintorni del 28 ottobre 1922: fin dal 1919, come rivelano i documenti di archivio, divampò una "resistenza sommersa" al femminile: vennero uccise circa un centinaio di donne. A loro vanno aggiunte quelle castigate a suon di nerbate, torturate o menomate in quanto parenti di comunisti e socialisti. La memorialistica antifascista e i rapporti di polizia, tutti redatti da uomini, hanno poi occultato il fenomeno. Ma tutti questi fatti sono stati depennati.
Ve ne è scarsa traccia nella storiografia perché il 28 ottobre fu una data spartiacque, fondamentale in generale e in particolare nella vita di tutte le italiane, non solo delle antifasciste. Infatti i casi di rivolta femminile furono un campanello di allarme per il regime: stava accadendo qualcosa di inaspettato e la nascente dittatura si attivò per schiacciare il mondo delle italiane nel suo complesso.
A preoccupare gli squadristi all'inizio degli anni Venti fu il fatto che molte donne lavoratrici non ebbero timore di salire sulle barricate a Livorno, Ancona, Parma, Novara, Roma, Civitavecchia, Bari, Napoli, Firenze, Empoli. Un'indignazione spontanea e irrefrenabile. I sansepolcristi e gli aderenti al Partito nazionale fascista furono colti di sorpresa. Il 24 ottobre 1922 a Napoli, per esempio, durante la prova generale della storica marcia, Mussolini proclamò: "O ci daranno il governo o lo prenderemo calando a Roma". Seguì un far west in cui fu ferita a morte l'ottantenne Carolina Santini. La reazione contro i pistoleri in camicia nera delle "femmine che urlavano come ossesse" non si fece attendere: accorsero "armate di sassi" e di strumenti contundenti.
""Stranissime donne", annotò stupefatto uno squadrista, "sembravano arpie". Questa risposta era impensabile per i fascisti: si aspettavano il sostegno entusiasta di madri e di ragazze, catturate dall'esibizione della loro potenza sanguinaria e virile. La replica femminile li sconcertava. In un piccolo paese in provincia di Mantova una "furia" spaccò il cranio di un seguace di Italo Balbo con un randello; a Sarzana, luogo di scontri tremendi, un'altra "strega" finì a colpi di forcone un fascista ferito e poi fu uccisa a sua volta. A Bologna un gruppo di Erinni bastonò i diffusori de L'Assalto, organo del fascio locale, e altre spararono revolverate dalle finestre contro le adunate dei picchiatori. Questi ultimi - racconta lo scrittore Emilio Lussu - per vendicarsi cosparsero i volti delle rivoltose di nerofumo e somministrarono l'olio di ricino con godimento sadico e non mancarono gli stupri.
Le donne non si piegavano. A Imola, proprio nel giorno della marcia sull'Urbe, un gruppetto in camicia nera ordinò alla diciottenne Fedora Farolfi di tendere il braccio nel saluto romano. Lei rifiutò. Gli squadristi le chiesero di togliersi gli abiti. La percossero a sangue tutta discinta, dopo averla cosparsa di fuliggine. Medesimo trattamento, sempre nella stessa città, fu riservato alla giovane Ottavia Piancastelli.
Si gettavano le fondamenta della cultura misogina delle bande nere: esigere la sottomissione e randellare membra scoperte ebbe, per gli arditi e per gli ex militari seguaci del leader di Predappio, un valore altamente simbolico: ne esaltò il piacere della sopraffazione e l'orgoglio virile. "Madri? No! Impossibile", affermavano gli adepti del futuro Duce. "Megere abbrutite nell'alcool, nel fumo, nel vizio e nella prostituzione". Le "devianti" andavano riportate all'ordine: il manganello - oggetto punitivo ed erotico assai celebrato nel Ventennio ("bimba ti voglio dare per sposo / un bel fascista. Tutta la notte / con il manganello in mano") - divenne l'emblematica minaccia per le donne.
A Trieste, a Torino e a Roma si formarono le falangi delle Ardite rosse. Queste ultime, il 28 ottobre, a San Lorenzo, il quartiere più povero e proletario della Capitale, si schierarono facendo fuoco dai balconi a fianco degli uomini. Dopo la presa del potere da parte dei fascisti la tumultuosa crescita delle azioni femminili di ribellione alla violenza delle camicie nere finì, duramente repressa dal regime, come ogni altra forma di dissenso.
Dal 28 ottobre la nascente dittatura implementò una drammatica svolta misogina che coinvolse proprio tutte le italiane, non solo le antifasciste. Vennero espulse dalla politica persino le aderenti al movimento in camicia nera e al Pnf e le donne furono cacciate dal mondo del lavoro e dalla scuola. Sulle prime oppositrici del regime, che anticiparono la lotta partigiana, cadde il silenzio. Su tutte le donne calò l'apartheid sociale e politico che durò un ventennio e oltre.