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Lo zar Putin e il sultano Erdogan vanno insieme alla fiera dell’est

Il presidente russo Vladimir Putin e, a destra, quello turco Tayyip Erdogan 
Il leader russo e quello turco sono figli di una storia comune e condivisa e si spartiscono l’eredità di Bisanzio e della civiltà del Bosforo. Ecco perché all’Occidente manca la cultura per comprenderlo
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Xi Jinping chiude il Congresso riconfermandosi segretario generale, Putin continua l’operazione speciale: il dragone e l’aquila bicipite, simboli di imperi economici e politici con storie secolari alle spalle, hanno una lingua comune. Accanto c’è Erdogan, come un gatto, che osserva le mosse dell’uno e dell’altro. Lui, il sultano, è pronto a farsi mediatore e interlocutore fra Oriente e Occidente. Lui, a capo di una nazione che ha cercato di farsi europea sin dal processo di laicizzazione della Turchia agli inizi degli anni Venti del Novecento, non ha nulla (o davvero molto poco) in comune con il padre della sua giovane nazione. Se Kemal Ataturk voleva condurre lo Stato verso Occidente, Erdogan ha innestato, invece, un processo di recupero della dimensione ottomana che ha la forza di coinvolgere le persone meno progredite (ma non per questo meno potenti).


Se Ataturk, nato a Salonicco - occhi azzurro ghiaccio e capelli biondo cenere - av…

Xi Jinping chiude il Congresso riconfermandosi segretario generale, Putin continua l’operazione speciale: il dragone e l’aquila bicipite, simboli di imperi economici e politici con storie secolari alle spalle, hanno una lingua comune. Accanto c’è Erdogan, come un gatto, che osserva le mosse dell’uno e dell’altro. Lui, il sultano, è pronto a farsi mediatore e interlocutore fra Oriente e Occidente. Lui, a capo di una nazione che ha cercato di farsi europea sin dal processo di laicizzazione della Turchia agli inizi degli anni Venti del Novecento, non ha nulla (o davvero molto poco) in comune con il padre della sua giovane nazione. Se Kemal Ataturk voleva condurre lo Stato verso Occidente, Erdogan ha innestato, invece, un processo di recupero della dimensione ottomana che ha la forza di coinvolgere le persone meno progredite (ma non per questo meno potenti).


Se Ataturk, nato a Salonicco - occhi azzurro ghiaccio e capelli biondo cenere - aveva adottato l’alfabeto latino e aveva trasformato Aya Sofia in museo (1935), Erdogan, dal canto suo, nel 2020, nella quasi assoluta indifferenza dell’Occidente, ha restituito il monumento simbolo di Istanbul (la basilica cristiana divenuta moschea nel 1453) alla fede musulmana, compiendo un atto - a suo parere - dovuto. Il mondo ortodosso, ma soprattutto il governo greco, hanno protestato per la rivisitazione strumentale della storia, senza essere ascoltati.


Santa Sofia, il santuario dedicato alla Divina Sapienza, era stata edificata da Giustiniano nel 537 d.C. per testimoniare la svolta ideologica e religiosa nell’antica colonia di Bisanzio, sul Bosforo. Il tempio cristiano venne eretto dopo la chiusura della Scuola di Atene (527), in contrapposizione al Partenone, ultimo baluardo del pensiero critico libero dalle maglie della nuova religione diffusasi nel Mediterraneo. La “buona novella” si propagava grazie alla forza della lingua greca, che all’epoca aveva la dimensione veicolare, come oggi l’inglese, per la comunicazione fra quanti si esprimevano in lingue diverse.


Ma la cultura dei greci antichi non era “in linea” con il programma politico di Giustiniano, l’imperatore poco conosciuto nelle aule scolastiche, che continua a guardarci, con tutto lo splendore della sua corte, nei mosaici di San Vitale a Ravenna, allora importantissimo porto dell’Adriatico (Venezia muoveva appena i primi passi).


Lui, Giustiniano, aveva fatto edificare Santa Sofia per imporre un nuovo modo di interpretare il mondo e dominare - secondo i suoi desideri - il Mediterraneo, il Medioriente, i Balcani, e le popolazioni barbariche slave. Un Impero romano e cristiano. Il suo progetto fu ridimensionato perché i possedimenti occidentali vennero presto perduti ma, nell’area balcanica e slava, il ruolo della città divenne sempre più forte, sia politicamente che culturalmente. E la religione cristiana si diffuse in maniera capillare grazie all’evangelizzazione di quelle popolazioni che, prima con Cirillo e Metodio e poi con il patriarca di Kiev, divennero affini per cultura e riti, al mondo gestito alle porte del Mar Nero, allo sbocco su Bosforo. “Is tin Polin (Istanbul)” cioè “nella Città”, con la C maiuscola.


La storia bizantina e quella dell’Impero Ottomano dopo la conquista della Città (1453), ma anche i complessi rapporti russo-turchi per il dominio nel Mediterraneo in età moderna, sono rimasti troppo a lungo capitoli da saltare nei nostri libri scolastici. Di conseguenza l’occidentale medio non ha strumenti per capire cosa sta succedendo in quell’area. Troppo impegnati a studiare il ruolo dell’Europa occidentale, non abbiamo la cultura generale per comprendere le guerre russo-turche, gli equilibri fra zar e sultani che per secoli si sono scontrati per lo sbocco della Via della Seta nel Mediterraneo, attraverso le rotte dal Mar Nero e dal Bosforo per beni di consumo e di lusso.


Anche per questo, nel nuovo conflitto mondiale, al tavolo da gioco vuol sedersi il sultano Erdogan, che gestisce lo snodo geopolitico e ha le competenze per trattare con Putin su un piano diverso rispetto a quello delle democrazie occidentali. Mentre l’Occidente ha dati insufficienti per decodificare i riti degli imperi, Erdogan e Putin - turchi e russi - sono eredi sia dell’impero culturale greco-bizantino che di quello politico romano. Erdogan e Putin hanno un quadro chiaro della “cultura occidentale”: entrambi conoscono bene il linguaggio dell’aquila bicipite; subiscono il fascino dell’Occidente, ma ne temono la “degenerazione” come “male assoluto”.


Non riconoscono il patrimonio degli antichi nel candore neoclassico e romantico delle ricostruzioni del Campidoglio americano e delle democrazie occidentali nate dalla Rivoluzione Francese. Ma, da legittimi eredi di un patrimonio di potere autocratico, sanno parlare con il dragone cinese, credono che la Storia sia determinata, illuminata e riscaldata dagli Uomini, e ritengono che - per gli altri- siano sufficienti panem et circenses, pane e divertimento.