Quattro personaggi per capire la Russia di Putin, il libro di Federico Varese
di Roberto Esposito , di Roberto EspositoQualche volta la microstoria è più efficace della macrostoria a fornire chiavi di interpretazione di una realtà complicata e sfuggente. Dove non arrivano le analisi macroeconomiche o geopolitiche può penetrare il racconto di alcune biografie che aprono uno squarcio potente sui traumi e le derive di un intero Paese. Lo aveva fatto, con altre intenzioni, il filosofo Michel Foucault in un celebre scritto su La vita degli uomini infami. Lo fa adesso il grande esperto del crimine organizzato, direttore del Dipartimento di sociologia dell'Università di Oxford, Federico Varese, nel suo nuovo saggio pubblicato da Einaudi col titolo La Russia in quattro criminali. Un pugno nello stomaco, per il lettore, scritto con una crudezza che aveva già ispirato John le Carré nel romanzo Il nostro traditore tipo (Mondadori), dedicato al riciclaggio del denaro sporco. Ma anche un ritratto veritiero fin nei dettagli della Russia contemporanea, dagli ultim…
Qualche volta la microstoria è più efficace della macrostoria a fornire chiavi di interpretazione di una realtà complicata e sfuggente. Dove non arrivano le analisi macroeconomiche o geopolitiche può penetrare il racconto di alcune biografie che aprono uno squarcio potente sui traumi e le derive di un intero Paese. Lo aveva fatto, con altre intenzioni, il filosofo Michel Foucault in un celebre scritto su La vita degli uomini infami. Lo fa adesso il grande esperto del crimine organizzato, direttore del Dipartimento di sociologia dell'Università di Oxford, Federico Varese, nel suo nuovo saggio pubblicato da Einaudi col titolo La Russia in quattro criminali. Un pugno nello stomaco, per il lettore, scritto con una crudezza che aveva già ispirato John le Carré nel romanzo Il nostro traditore tipo (Mondadori), dedicato al riciclaggio del denaro sporco. Ma anche un ritratto veritiero fin nei dettagli della Russia contemporanea, dagli ultimi rantoli del sistema sovietico all'invasione dell'Ucraina.
Di questa si sono cercate le motivazioni nello spostamento ad est dei confini della Nato. In realtà il vero motore dell'aggressione sta nelle difficoltà crescenti di Putin di imporre il proprio potere assoluto e nella necessità di espellere all'esterno i conflitti che ha innescato nella società russa. Ciò non cancella affatto le responsabilità occidentali. Che risalgono agli inizi degli anni Novanta, quando la privatizzazione selvaggia dell'economia avviata da Eltsin è stata scambiata per una liberalizzazione del mercato e un embrione di democrazia. La telefonata di congratulazioni di Clinton al presidente russo, dopo che questi aveva domato nel sangue la rivolta del parlamento contro la sua svolta monocratica, ha il segno del totale fraintendimento di quanto stava accadendo. Tutt'altro che un seme di liberalismo, lo smantellamento del sistema economico sovietico, già al collasso, scandiva la transizione verso un regime autoritario, poi portata a compimento da Putin con i risultati che sappiamo. La sua freddezza al funerale di Gorbaciov - l'unico ad aver tentato una democratizzazione della Russia presto abortita - esprime nel modo più icastico l'opzione del capo del Cremlino per un potere dittatoriale, difeso con la forza contro dissidenti interni e oppositori esterni.
Il filo - nero più che rosso - che lega gli ultimi venti anni della storia russa, raccontati come in un sequel ad alta tensione da Varese, è la violenza. Violente sono le quattro biografie che mette in scena. Al loro centro il nodo tra potere post-sovietico e crimine organizzato. Come è stato possibile il passaggio dal caos politico ed economico degli anni Novanta a una dittatura simile a quella dell'Urss, con la sostituzione del neoimperialismo nazionalista di Putin all'ideologia marxista? La risposta è cercata nelle vite sfregiate di quattro personaggi senza volto che esemplificano, nei loro destini cruenti, momenti diversi di questa trasformazione. A legarli, sul piano storico, è il fallimento complessivo della transizione russa dalla dittatura alla democrazia, a riprova del fatto che non è possibile cambiare il sistema economico senza mettere mano a una riforma politica e istituzionale. Certo, soprattutto nei primi anni di governo, Putin ha modernizzato la Russia. Pil e salari sono cresciuti, il Paese si è occidentalizzato, in un quadro non privo di tratti postindustriali. Ma illegalità e corruzione non si sono ridotte, anche quando sono state aggredite dal potere centrale con metodi brutali, fin dentro le carceri, attraverso assassini, torture, stupri di massa.
I quattro "criminali" raccontati da Varese ne portano le tracce nei loro stessi corpi, imprigionati, violati, talvolta uccisi, in uno scenario che non ha nulla da invidiare ai cartelli colombiani. Mafioso - il più potente di tutti - è Vjaceslav Ivan'kov, entrato nella confraternita dei "ladri in legge", cioè con un codice di onore da rispettare, poi trasferitosi a New York, in una rete di relazioni arrivata fino alla Trump Tower. Oligarca, ricco quanto corrotto, Boris Barezovkij, finanziatore di Eltsin, anch'egli protetto da gang mafiose, "suicidato" a Londra, dove si era rifugiato. Carcerato Sergej Savel'ev, scappato in Francia, dopo sette anni di galera, dove ha raccolto e diffuso centinai di video di torture filmati nelle carceri russe. E infine Nikita Kuzmin, criminale informatico, inventore del potente virus dei computer Gozi e padre del cybercrime.
Una tecnica normalmente usata dal governo russo per violare i segreti dei computer dei propri cittadini o disconnetterli da Internet con la scusa di proteggere il Paese da attacchi informatici stranieri. Ma tutto ciò non è solo segnale di forza: dalla connivenza con il crimine organizzato emerge tutta la fragilità di un gigante dai piedi di argilla.
Il libro
La Russia in quattro criminali di Federico Varese (Einaudi, pagg. 160, euro 12)