"La traversata notturna" di Andrea Canobbio, viaggio nella depressione di un padre
di Maurizio Crosetti , di Maurizio CrosettiTrent'anni di irrimediabile, inesauribile tristezza. Trent'anni di melanconia, quella che in passato si liquidava come "un po' di esaurimento nervoso": la memorabile tristezza del padre, e il viaggio a ritroso di un figlio che cerca di darle un senso, molto tempo più tardi, quando tutto è consumato e il ricordo è un giocattolo di latta tagliente, dove lo tocchi ti ferisci.
Andrea Canobbio non è certo un narratore compulsivo, e questo suo bellissimo La traversata notturna (La nave di Teseo) approda a Itaca un decennio dopo l'ultimo romanzo. Ed è chiaro che si tratta del suo libro dei libri. Punto primo: le case crollano. E dal volto atroce della casa crollata (l'esergo di Natalia Ginzburg è illuminante) trapelano segreti, eccoli tra i detriti, lungo le linee di frattura dei muri. La famiglia è compatta, annodata attorno al dolore di Lorenzo, il padre, ai tentativi adulti di Mariella, la madre, e allo sbigo…
Trent'anni di irrimediabile, inesauribile tristezza. Trent'anni di melanconia, quella che in passato si liquidava come "un po' di esaurimento nervoso": la memorabile tristezza del padre, e il viaggio a ritroso di un figlio che cerca di darle un senso, molto tempo più tardi, quando tutto è consumato e il ricordo è un giocattolo di latta tagliente, dove lo tocchi ti ferisci.
Andrea Canobbio non è certo un narratore compulsivo, e questo suo bellissimo La traversata notturna (La nave di Teseo) approda a Itaca un decennio dopo l'ultimo romanzo. Ed è chiaro che si tratta del suo libro dei libri. Punto primo: le case crollano. E dal volto atroce della casa crollata (l'esergo di Natalia Ginzburg è illuminante) trapelano segreti, eccoli tra i detriti, lungo le linee di frattura dei muri. La famiglia è compatta, annodata attorno al dolore di Lorenzo, il padre, ai tentativi adulti di Mariella, la madre, e allo sbigottimento di un figlio senza risposte. Diluvia, e gli ombrelli vengono lasciati fuori dalla porta a lacrimare.
Ma perché tutta quella sofferenza? Da dove veniva, dove andava? Chi era quell'uomo e cosa voleva? Quali le ragioni della sua ansia, "la nera compagna"? Andrea Canobbio narra i sopralluoghi che precedettero il romanzo e sono, proprio per questo, il romanzo stesso e il suo abisso: una città, Torino, disegnata a scacchiera già dalla remota fondazione, ogni quadrato un ricordo, una suggestione, un pezzo di relitto da strappare al naufragio, e sulla scacchiera il figlio procede con la mossa del cavallo, scantona, divaga, si stupisce, ritarda finché possibile l'inizio della stesura e cioè del duello.
Fino al giorno in cui non può più rimandare, e allora comincia a ricostruire la figura dell'ingegnere triste, colui che eccelleva negli ostacoli e quando non c'erano li metteva apposta, e in cantina non toccava mai il vino, "ci ha lasciato una cantina piena di aceto". Andrea Canobbio scrive così bene che quasi non si vede, con uno stile, una struttura narrativa e un'intelligenza asciutta, capaci di convocare tutti gli eserciti per affrontare in battaglia il babau di famiglia, l'indicibile depressione del padre che in lacrime guardava il ragazzo, dicendogli "prega per me". Le missioni esplorative del figlio non giudicano, non ritrattano ma fanno cronaca di una storia familiare dolente eppure scintillante. Il padre come una litania interminabile di participi passati, gli stessi che l'ingegnere annotava nel taccuino: discusso, pagato, visto, incontrato, preso, finito... Il figlio si rende conto che errori e ritardi non sono mai sterili, e che la guarigione può anche non esistere. Erano poi così "reali" i motivi di tanta sofferenza interiore? Cosa mancava al padre? E i ricordi sono proprio tutti autentici? "Non so quanto di quello che ricordo sia vero, ma è vero il mio ricordare".
Vedi alla voce dolore. Quell'uomo, scrive il figlio, non si rassegnava mai al peggio ma lo tratteneva con sé, ci si affezionava. E che mistero, la famiglia: i Miei, una popolazione antica come i Romani e i Galli. Il figlio salpa per ritrovarli, e nel suo costeggiare segue i bordi come i gatti e gli antichi navigatori. Cerca spiegazioni, nel senso che spiegare vuol dire togliere le pieghe, come alle vele e alle ali. E siccome l'universo non significa mai abbastanza, l'eccesso dei pensieri deve pure trovar posto nei risvolti delle cose: non esiste malattia più pericolosa dell'indicibile, l'eterno freddo. Però l'amore conta.
Si scrive anche per recuperare la rosa di cristallo sopravvissuta alla catastrofe, il momento perfetto, le avventurose officine meccaniche, l'autolavaggio dove il papà portava il bambino, "perché io voglio ricordare mio padre che ride". La ricerca di senso non avrà mai quiete, anche perché in questo caso il principale testimone è assente, e quando c'era non amava raccontare: è tipico dei sopravvissuti, e il padre era scampato alla ritirata di Russia, al tragico crollo di una caserma e ai morti di un cantiere, dunque eccome se c'erano i motivi reali. Per di più, scavare è pericoloso e rattrista. Nelle profondità della famiglia, la grande galleria oscura dell'umanità, possono saltar fuori un nonno fascistone e una nonna alcolizzata, e poi bisogna farci i conti.
Romanzo anche di luoghi, dove i ricordi "raschiano come la catena contro il carter della bicicletta", il romanzo di Andrea Canobbio è la lettura di un padre illeggibile. Un'indagine lunga una vita tra ricoveri in clinica psichiatrica e nomi di medicinali che sembrano incantesimi o formule magiche, Mogadon, Dalmadorm, mentre sui viali di ippocastani e tigli arriva l'odore delle montagne. Perché diavolo i vivi sono così curiosi dei morti? si chiede Canobbio, e la risposta è lunga 500 pagine. Cento in più delle lettere d'amore che Lorenzo e Mariella si scrissero da fidanzati, e che il figlio insegue come ultima traccia romantica e dolente - quanta emozione, cuore smagrito, povero cuore - nel magnifico finale di un viaggio che non finirà mai.
Il libro
La traversata notturna di Andrea Canobbio (La Nave di Teseo, pagg. 521, euro 2)