La sinistra e la sindrome della leadership
di Andrea Romano , di Andrea Romano"Che uomo dev’essere colui al quale è consentito di mettere le mani negli ingranaggi della storia?", si chiedeva Max Weber poco più di un secolo fa riflettendo sulla leadership politica. La risposta non l’abbiamo ancora trovata, almeno per quanto riguarda la sinistra italiana. Perché se è vero che la personalizzazione della politica è diventata una caratteristica strutturale delle democrazie occidentali, sotto la spinta di cambiamenti di scenario ormai irreversibili, è altrettanto vero che in Italia più che altrove la destra e la sinistra leggono il fenomeno con lenti radicalmente divergenti.
A destra la questione è stata da tempo risolta, all’alba della Seconda Repubblica e con la nascita di Forza Italia: un leader creatore e padronale, una comunità politica coltivata a sua immagine, un modello di partito personale che è stato poi replicato in varianti diverse e con maggiore e minore ef…
"Che uomo dev’essere colui al quale è consentito di mettere le mani negli ingranaggi della storia?", si chiedeva Max Weber poco più di un secolo fa riflettendo sulla leadership politica. La risposta non l’abbiamo ancora trovata, almeno per quanto riguarda la sinistra italiana. Perché se è vero che la personalizzazione della politica è diventata una caratteristica strutturale delle democrazie occidentali, sotto la spinta di cambiamenti di scenario ormai irreversibili, è altrettanto vero che in Italia più che altrove la destra e la sinistra leggono il fenomeno con lenti radicalmente divergenti.
A destra la questione è stata da tempo risolta, all’alba della Seconda Repubblica e con la nascita di Forza Italia: un leader creatore e padronale, una comunità politica coltivata a sua immagine, un modello di partito personale che è stato poi replicato in varianti diverse e con maggiore e minore efficacia fino alle ultime imitazioni terzopoliste. A sinistra, al contrario, nel corso di questi stessi anni abbiamo oscillato tra l’entusiasmo liberatorio con cui si sono celebrate (e vezzeggiate) leadership fortissime che sembravano incarnare con la loro stessa presenza la nostra funzione nazionale e il rifiuto punitivo di qualsiasi tratto carismatico che potesse anche solo alludere ad una personalizzazione del comando.
Per la sinistra italiana il risultato di questo pendolo da un eccesso all’altro è stata l’incapacità di accettare, comprendere e infine utilizzare con normalità quello che è ormai un tratto di qualsiasi democrazia matura: la leadership personale, che almeno dall’inizio degli anni Novanta ha permesso ai partiti di rispondere al cambiamento del mondo con il cambiamento di alcune delle loro tradizionali funzioni. Se non era più possibile rappresentare nella sua totalità una società che andava scomponendosi in gruppi sempre più minuti, la personalizzazione della politica ha permesso di tenere insieme le piccole e piccolissime rivendicazioni identitarie. Se anche alle organizzazioni di partito si chiedeva trasparenza, accountability e democratizzazione interna la strada per il vertice è diventata quella delle primarie e dunque quella della contesa personale oltre che politica tra aspiranti leader. Se le funzioni di governo si andavano accentrando sul lato dell’esecutivo, reclamando una guida sempre più forte e riconoscibile, per i partiti è stato fisiologico modellare le proprie leadership su quel profilo.
Questo (e molto altro) ha favorito l’affermazione della personalizzazione della politica ovunque in Occidente, e non solo in Italia. Nel nostro paese, semmai, il percorso è stato comprensibilmente complicato dall’eredità di un Novecento nel quale il dominio incontrollato di una sola persona aveva coinciso con la catastrofe della nazione. Così come hanno pesato i ritardi e l’incapacità nell’accompagnare con le necessarie riforme istituzionali i cambiamenti nei profili dei poteri e nelle esigenze che salivano dalla società. Tutto vero. E tuttavia il nostro zigzagare di sinistra tra rifiuto ed entusiasmo per la leadership politica non è solo lo specchio di una complicata storia nazionale. C’è qualcosa in più, che ha forse a che fare con una transizione ancora irrisolta. Una transizione che a sinistra si è avviata proprio all’incrocio tra la fine della prima repubblica e l’avvio in tutto il mondo democratico della stagione della personalizzazione della politica, con il risultato di complicare l’affermarsi di un atteggiamento laico e disteso verso una delle novità principali del nostro tempo.
Leadership molto esibite come quelle di Walter Veltroni e di Matteo Renzi, che si erano affermate utilizzando con abilità gli strumenti della nuova stagione, sono state dapprima accolte a sinistra come l’avvento di una palingenesi miracolosa che sostituiva la necessità di una argomentazione politica e subito dopo rovesciate nel loro contrario venendo descritte come la causa di ogni insuccesso. Leadership volutamente meno assertive, come quelle di Pierluigi Bersani prima e di Enrico Letta da ultimo, hanno fatto a gara nel dissimulare e disinnescare gli strumenti e le potenzialità della personalizzazione. Ne è uscito un pasticcio poco comprensibile, persino per gli addetti ai lavori. Uno zig zag che da un lato ha accelerato il ritmo con cui a sinistra abbiamo divorato una dopo l’altra tutte le personalità elevate alla guida della comunità politica. E dall’altro, mentre la destra procede con relativa serenità lungo i binari dei vari partiti personali, ha lasciato agli italiani la sensazione che a sinistra si continui a guardare ad ogni leader come Thomas Mann guardava al Mago Cipolla nella sua novella Mario e il Mago: un pericoloso illusionista, un impostore che finisce per essere ucciso da colui che poco prima aveva ipnotizzato con successo.
Sono intervenuti: Michele Serra, Francesco Piccolo, Stefano Massini, Massimo Recalcati, Chiara Saraceno, Emanuele Trevi (intervistato da Raffaella De Santis), Isaia Sales, Luciano Violante, Chiara Valerio, Gianni Riotta, Nichi Vendola, Luigi Manconi, Dario Olivero, Giacomo Papi, Daniela Hamaui, Michela Marzano, Linda Laura Sabbadini, François Hollande (intervistato da Anais Ginori), Carlo Galli, Emanuele Felice (intervistato da Eugenio Occorsio), Natalia Aspesi, Javier Cercas (intervistato da Alessandro Oppes), Roberto Esposito, Gianni Cuperlo, Bruno Simili (intervistato da Eleonora Capelli), Giorgio Tonini, Franco Lorenzoni, Pietro Ichino, Paolo Di Paolo, Serenella Iovino, Giovanni Cominelli, Luigi Zanda, Michele Salvati, Giuseppe Laterza, Enrico Letta, Stefano Boeri, Anna Foa, Antonio Bassolino (intervistato da Conchita Sannino), Simona Colarizi, Giancarlo Bosetti, Nicola Zingaretti