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La lezione di Benedetto Croce, 70 anni dopo

Benedetto Croce (1866-1952) 
Il 20 novembre 1952 moriva a Napoli il grande filosofo. Simbolo di resistenza al regime fascista e profeta di quella religione della libertà che resta il suo insegnamento
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Settanta anni fa, il 20 novembre 1952, si spegneva, nella sua casa di Napoli, Benedetto Croce. Filosofo, storico, politico, scrittore, è stato, per riconoscimento unanime, uno dei maggiori intellettuali europei del Novecento. Ma non solo questo. Dalla metà degli anni Venti alla fine del regime è stato la guida morale dell'antifascismo. Senza di lui, senza la sua strenua difesa della libertà, sarebbe stato più difficile, per il nostro Paese, mantenere viva la relazione con la grande cultura europea. Mai come oggi, quando la sua opera conosce una rinnovata fortuna in Italia e all'estero, il nome di Croce acquista un particolare rilievo politico. Nato a Pescasseroli nel 1866, fortunosamente scampato al terremoto di Casamicciola, ha studiato sotto la guida di Silvio Spaventa e Antonio Labriola. Dopo un periodo di residenza a Roma, è tornato a Napoli, comprando la casa dove risiedette Giambattista Vico, in cui ha poi sempre abitato. 

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Settanta anni fa, il 20 novembre 1952, si spegneva, nella sua casa di Napoli, Benedetto Croce. Filosofo, storico, politico, scrittore, è stato, per riconoscimento unanime, uno dei maggiori intellettuali europei del Novecento. Ma non solo questo. Dalla metà degli anni Venti alla fine del regime è stato la guida morale dell'antifascismo. Senza di lui, senza la sua strenua difesa della libertà, sarebbe stato più difficile, per il nostro Paese, mantenere viva la relazione con la grande cultura europea. Mai come oggi, quando la sua opera conosce una rinnovata fortuna in Italia e all'estero, il nome di Croce acquista un particolare rilievo politico. Nato a Pescasseroli nel 1866, fortunosamente scampato al terremoto di Casamicciola, ha studiato sotto la guida di Silvio Spaventa e Antonio Labriola. Dopo un periodo di residenza a Roma, è tornato a Napoli, comprando la casa dove risiedette Giambattista Vico, in cui ha poi sempre abitato. 

Eletto al Senato nel 1910, è stato ministro della Pubblica istruzione nell'ultimo governo Giolitti. Dopo un primo periodo di incertezza, nel 1925 ha scritto il Manifesto degli intellettuali antifascisti, in risposta di quello degli intellettuali fascisti, redatto da Giovanni Gentile, divenendo il simbolo della resistenza al regime. Subì per questo la devastazione della casa da parte degli squadristi. Ma ciò non gli impedì di opporsi con fermezza alle leggi razziali del 1938. Alla fine del fascismo, entrato brevemente nei governi Badoglio e Bonomi, fu eletto nell'Assemblea Costituente, diventando Senatore di diritto. Presidente del partito liberale, nel 1946 ha fondato l'Istituto Italiano per gli Studi Storici a Palazzo Filomarino, dove risiede anche la Fondazione Biblioteca Benedetto Croce, una delle più ricche e prestigiose biblioteche private italiane.

La sua opera ha avuto una vasta risonanza, rimanendo per decenni un punto di riferimento imprescindibile per la cultura italiana. Dopo una stagione di relativo appannamento negli anni Sessanta e Settanta, quando gli fu imputato un atteggiamento pregiudizialmente contrario alla scienza, i suoi scritti hanno ritrovato un ruolo centrale nella cultura europea novecentesca. Insieme all'Estetica (1902) - il suo libro forse più apprezzato, ma anche criticato - la Logica (1909) e la Filosofia pratica (1909) costituiscono un vero sistema filosofico. Diversamente da quello hegeliano, costruito sull'opposizione dialettica, esso prevede la distinzione tra le diverse facoltà spirituali, individuate nell'estetica, nella logica, nell'economia e nell'etica. La loro circolazione ininterrotta dà vita allo sviluppo dello spirito che, nella sua realizzazione, viene a coincidere con il movimento della storia. 

Nonostante questa struttura sistematica, apparentemente chiusa, la filosofia di Croce ha una straordinaria ricchezza di contenuti e toni. Non solo attraverso il continuo richiamo ai grandi autori classici - da Machiavelli a Vico. Ma per la particolarissima capacità di tradurre la loro lezione in una infinita gamma di idee, intuizioni, elaborazioni, che interpellano l'intera coscienza contemporanea. Per non parlare di una scrittura allo stesso tempo limpida e ariosa, che non disdegna di confrontarsi anche con gli aspetti minuti dell'esperienza, con particolare attenzione all'ambiente napoletano in cui il filosofo viveva. I testi crociani pubblicati da Adelphi - l'ultimo dei quali è la raccolta di frammenti biografici col titolo Soliloquio, splendidamente curato da Giuseppe Galasso, e con la prefazione di Piero Craveri - hanno fatto conoscere al più largo pubblico un Croce scrittore per nulla inferiore al filosofo. Appunto in queste pagine autobiografiche emerge uno spessore drammatico che modifica radicalmente l'immagine, a lungo circolata, di un intellettuale olimpico, chiuso in un orizzonte logico lontano dallo scorrere della vita e dalle fratture della storia.

Le grandi opere storiche - d'Italia e di Europa, oltre che la Storia come pensiero e come azione (1938) - sono la testimonianza della partecipazione intensa di Croce agli eventi e ai drammi del proprio tempo. Già con la prima guerra mondiale, e poi con il montare dei fascismi che porta alla seconda, il quadro ottimistico di una storia orientata dalla ragione s'incrina. Lo stesso sistema, che pure fa da trama profonda alla "religione della libertà", vacilla sotto i colpi di una irrazionalità che sembra prevalere. Una nuova consapevolezza dei traumi storici e dei riflussi etici appanna il nitore cristallino della dialettica dei distinti, scavando faglie profonde nella parete del sistema. Alle forze distruttive, attivate dai totalitarismi nel cuore della storia europea, è possibile resistere solo con un richiamo a raccolta delle forze morali. La libertà non appare più un dato acquisito della storia dello spirito, ma qualcosa che va di volta in volta riconquistato.

È allora che la categoria di "vita", sempre presente nell'opera di Croce, assume una tonalità più tesa, a tratti tragica, come una potenza indomabile che può aprire uno squarcio profondo nella superficie della ragione. Perfino i regimi che fanno della violenza la propria anima distruttiva si richiamano alle forze della vita, declinata nella modalità biologica della superiorità razziale. Croce avverte che di fronte a tale deriva, che minaccia di inghiottire la civiltà occidentale, non si può arretrare. Che ad essa va opposta un'energia vitale di segno affermativo che faccia della libertà il proprio riferimento assoluto. Non perché la vita umana sia infinita. Al contrario, perché si riconosce finita, ma proprio per questo irriducibile alla volontà di potenza di chi vuole consegnarla al linguaggio della morte. Torna alla mente l'ultima pagina della Filosofia della pratica, ripresa in Soliloquio: "la Filosofia, non meno dell'Arte, è condizionata dalla Vita, nessun particolare sistema filosofico può mai chiudere in sé tutto il filosofabile: nessun sistema filosofico è definitivo, perché la Vita, essa, non è mai definitiva".