Come immaginare il futuro di un'Europa che è stata investita da una terribile pandemia e che l'invasione dell'Ucraina ha costretto a interrogarsi ancora sulla propria ragion d'essere e sul proprio ruolo? Come siamo giunti a questa duplice prova? Con quali contraddizioni, con quali elementi di crisi? E quale può essere l'impegno della cultura nel misurarsi con essa, nel costruire percorsi per superarla o perlomeno per stimolare confronti reali sui suoi nodi di fondo?
Gli ultimissimi stravolgimenti sembrano aver reso quasi superfluo il riflettere a fondo sul percorso precedente ma non è così. È diventato ancor più necessario invece l'interrogarsi su di esso: sulle sotterranee tensioni e incrinature che avevano preso corpo già prima del 1989 e sui nodi che erano affiorati all'indomani di esso, nella difficile transizione dei paesi ex comunisti. Sino alle questioni poste dal "grande allargamento" del 2004, talora eluse. È necessario interrogarsi, anche, sulle ragioni di lungo periodo e sui tratti specifici dei "sovranismi" illiberali e antieuropei che si sono affermati soprattutto (ma non solo) nell'Europa centro-orientale: considerandoli nella loro specificità e inserendoli al tempo stesso nel più ampio irrompere di nazionalismi e populismi.
Vi è inoltre un aspetto che colpisce in modo particolare, ove si pensi al ruolo tradizionalmente svolto dalla cultura nell'alimentare, se non nel proporre, il sogno europeo. Quell'impegno è apparso fortemente appannato e indebolito proprio nel momento in cui ve ne sarebbe stato maggior bisogno: una "rivelazione" dolorosa ma non inaspettata. Nello scorrere del tempo infatti erano apparse sempre più isolate le voci di chi, come Jürgen Habermas, insisteva con forza sulla necessità di costruire una "opinione pubblica europea", una rete di relazioni intellettuali e civili capaci di porre freni alle derive e di accelerare i processi positivi, i momenti di confronto e di dialogo. Non c'è troppo da stupirsi, dunque, se il maturare e poi l'infuriare delle crisi recenti non ha avuto, su questo versante, risposte realmente adeguate. Così come non ha avuto risposte adeguate il crescere di una sfida antieuropea che i governi sovranisti e illiberali hanno lanciato da tempo sul terreno stesso della cultura. Una sfida basata su un massiccio e deformato "uso politico" della storia volto ad accrescere le distanze fra gli stessi paesi europei, volto a "costruire disunione": e ad esso concorrono le più differenti narrazioni e celebrazioni pubbliche (e sin dai banchi di scuola).
Con l'invasione dell'Ucraina larga parte dell'Europa sembra quasi aver "scoperto" l'"uso" della storia da parte di Vladimir Putin: l'uso cioè di una narrazione del tutto infondata ma capace di legittimare politiche imperiali aggressive. E di far leva al tempo stesso su pulsioni e umori reali del paese: in questo caso su nostalgie di un "grande passato" acuite dalle delusioni e dalle amarezze del presente, o del passato più prossimo. Quasi una rivelazione inaspettata, per molti, eppure la narrazione di Putin è stata costruita e si è imposta in Russia nel corso di due decenni, con continue e crescenti iniziative su tutti i terreni.
Ancor prima, va aggiunto, quello stesso uso della storia come arma da guerra era stato centrale nei conflitti che avevano lacerato e dissolto la ex Jugoslavia (e da allora quei veleni, quei fumi tossici si sono attenuati solo in parte). (...)
Per altri versi, infine, si ha talora l'impressione che pesi ancora "l'ombra del Muro". Che sia ancora in piedi una sorta di Cortina di ferro senza il comunismo. Che i differenti vissuti alimentino talora "memorie incompatibili", o comunque aree di reciproca estraneità e insensibilità. Eppure non si costruisce Europa se non cresce la capacità di "ricordare con l'aiuto delle memorie altrui", per dirla con Paul Ricoeur. Se questa capacità non è alimentata dal continuo rafforzarsi di relazioni e interazioni intellettuali, di confronti e di progetti comuni. E se questo impegno culturale e civile non ha il suo primo banco di prova, la sua prima e decisiva ricaduta nell'insegnamento, nella formazione e nell'educazione dei cittadini. Più in generale, andrebbero conosciute molto meglio e messe continuamente a confronto le differenti visioni del passato che caratterizzano oggi il "continente Europa".