✕

Perché abbiamo sempre più bisogno di scienza

Nicole Ticchi 
Venerdì 25 novembre alle 19, alla Sala Petrassi del'Auditorium di Roma nell'ambito del Festival delle Scienze, il dibattito "Vita. La salute sostenibile". Tra i relatori la Chimica farmaceutica e comunicatrice scientifica della quale pubblichiamo un intervento
3 minuti di lettura

Che di scienza e pensiero scientifico ci sia necessità, oggi più che mai, non dovrebbe più essere un mistero nel momento storico in cui ci troviamo a vivere. La pandemia ha dimostrato più volte che l’intero sistema di cura e prevenzione non può prescindere da una solida base di conoscenze cui ogni giorno scienziati e scienziate contribuiscono. Cure, vaccini e modelli assistenziali che sono entrati a pieno regime nella nostra quotidianità sono il frutto di un progresso che ha visto fondersi insieme saperi provenienti da ambiti scientifici e sociali e ha permesso, oggi, di migliorare la qualità della vita e l’accesso alle cure per milioni di persone.

I fatti parlano da soli e se c’è un contesto che questi fatti dovrebbe riconoscerli e renderli un baluardo indiscutibile è proprio la politica. Va ricordato proprio ora che il recente cambio alla guida del Paese rischia di far passare in secondo piano la neces…

Che di scienza e pensiero scientifico ci sia necessità, oggi più che mai, non dovrebbe più essere un mistero nel momento storico in cui ci troviamo a vivere. La pandemia ha dimostrato più volte che l’intero sistema di cura e prevenzione non può prescindere da una solida base di conoscenze cui ogni giorno scienziati e scienziate contribuiscono. Cure, vaccini e modelli assistenziali che sono entrati a pieno regime nella nostra quotidianità sono il frutto di un progresso che ha visto fondersi insieme saperi provenienti da ambiti scientifici e sociali e ha permesso, oggi, di migliorare la qualità della vita e l’accesso alle cure per milioni di persone.

I fatti parlano da soli e se c’è un contesto che questi fatti dovrebbe riconoscerli e renderli un baluardo indiscutibile è proprio la politica. Va ricordato proprio ora che il recente cambio alla guida del Paese rischia di far passare in secondo piano la necessità di prendere in mano tutta la ricerca in ambito sanitario e renderla robusta e sostenibile, dal punto di vista economico, ambientale e sociale. Ora che abbiamo toccato con mano che - per riprendere quanto detto dalla senatrice Beatrice Lorenzin qualche settimana fa - “investire in salute vuol dire investire in sicurezza nazionale e tenuta sociale ed economica”. Oggi, per le sfide che ci troviamo ad affrontare soprattutto nel settore della salute, la parola d’ordine è prevenzione: un concetto che parla di buon senso e di migliore efficienza, ma non è così facile da mettere in atto se si perdono occasioni di usare al meglio risorse come quelle destinate al PNRR.

Fare prevenzione presuppone un’azione politica capace di potenziare tutti gli aspetti fondamentali per uno sviluppo sociale e tecnologico come le infrastrutture territoriali, la digitalizzazione del sistema sanitario e nuove soluzioni per la diagnostica, ma anche incentivare la ricerca di base e la valorizzazione intellettuale di tutte le figure che partecipano al progresso scientifico e che possono contribuire a dare centralità al paziente. Un obiettivo difficilmente raggiungibile se chi deve prendersene cura, dalle prime fasi del processo di ricerca, non viene messo nelle condizioni di farlo.

Investire in salute significa riconoscere il ruolo fondamentale del metodo scientifico nell’affrontare le sfide demografiche di una società che invecchia e ha bisogno di ripensare ai modelli di cura e di distribuzione territoriale di competenze e risorse. Significa ragionare in maniera efficiente sulla distribuzione di risorse economiche per finanziare la ricerca biomedica e portare più facilmente sul mercato soluzioni valide e accessibili a tutti. Ma significa anche riconoscere che la scienza è fatta di persone e l’accessibilità ad essa riguarda anche le opportunità di accesso ai percorsi di formazione e di carriera, che oggi vedono ancora un forte divario economico e di genere, soprattutto nelle posizioni apicali. Una sorte condivisa anche con il mondo politico, dove la partecipazione femminile, nel nostro paese, è ancora a livelli troppo bassi. Perché non basta una donna premier a cambiare le carte in tavola e la mentalità di chi siede al tavolo delle decisioni.

A pretendere un’inversione di rotta non è solo l’Agenda 2030 dell’ONU, che vede fra le prime posizioni l’obiettivo della parità di genere; i dati dell’ultimo Global Gender Gap Report evidenziano un timido miglioramento nella situazione italiana, ma vedono ancora l’Italia in 63esima posizione, con indicatori relativi alle opportunità economiche e alla partecipazione politica come fanalini di coda, un segnale che non stiamo facendo abbastanza per sfruttare appieno il capitale umano e intellettuale di cui disponiamo e che abbiamo pagato, come cittadini, per formare. Se nel percorso di studi, infatti, le donne evidenziano risultati migliori, è nella carriera, soprattutto in ambito scientifico e proprio in quegli ambiti come la digitalizzazione, che il condotto perde di più. E sono perdite che, proprio in virtù del nostro diritto ad un futuro più sostenibile, dovrebbero preoccuparci molto.

Ricerca biomedica, innovazione e politica, in un mondo che si sta impegnando a ridurre il proprio impatto in ogni comparto produttivo e a raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile in un periodo ragionevole, hanno invece una grande necessità di diversità di contributi e punti di vista e il divario di genere nella leadership e nell’interno processo decisionale rappresenta una forte barriera a tutto questo. L’innovazione infatti passa anche da un cambio di prospettiva nella definizione di come orientare la ricerca, di quali voci prioritizzare, di come distribuire i fondi e secondo quali parametri, ascoltando le voci di tutte le persone che abitano un paese e che devono vedere riconosciuti in egual modo i propri diritti alla salute e ad un livello di qualità della vita dignitoso. E, ancora una volta, la politica può avere un ruolo importante nel cambiare le cose e valorizzare le donne come risorse e agenti di cambiamento.

Fare scienza, in questo contesto, presuppone anche erogare un’educazione costante nella comprensione della complessità e dell’incertezza di un sistema che, per definizione, non ha nulla di statico ma proprio per questo va studiato in continuo e in ogni sua piccola parte. Vuol dire legittimare e rafforzare il ruolo della scienza nella società come strumento abilitante, valorizzare ogni possibile iniziativa affinché ogni cittadino abbia le possibilità per leggere la realtà che lo circonda e prendere decisioni in maniera consapevole per sé e per la società in cui vive. Un tema, questo, che assume connotati ancora più urgenti quando si tratta di salute, prevenzione e convivenza in un ecosistema con tanti attori che sta vivendo una trasformazione importante a causa della crisi climatica.

@NicoleTicchi