Elena Ferrante. Dalla parte delle ragazze di Teheran
di Shiva Akhavan Rad , di Shiva Akhavan RadCome probabilmente saprà, le donne iraniane stanno vivendo un momento storico terribile. Bruciano i loro hijab per protestare contro l’obbligo di indossarne uno stabilito dalla legge islamica. La loro protesta è un simbolo degli anni di dittatura e oppressione delle donne perpetrati dal governo iraniano. Io ritengo che essere donna in Iran sia un atto politico e pertanto il movimento che oggigiorno si è formato in Iran al grido di «Zan, Zendegi, Azadi», ovvero «Donna, Vita, Libertà», è la prima rivoluzione femminista al mondo. Viviamo in una società patriarcale e, dopo aver letto la quadrilogia dell’“Amica geniale” e aver visto la serie televisiva che ne è stata tratta, ho trovato molte somiglianze tra l’atmosfera attuale vigente in Iran e quella in Italia all’epoca dei fatti narrati. Da un punto di vista psicologico mi sono fortemente identificata in Lila e Lena e dunque mi ch…
Come probabilmente saprà, le donne iraniane stanno vivendo un momento storico terribile. Bruciano i loro hijab per protestare contro l’obbligo di indossarne uno stabilito dalla legge islamica. La loro protesta è un simbolo degli anni di dittatura e oppressione delle donne perpetrati dal governo iraniano. Io ritengo che essere donna in Iran sia un atto politico e pertanto il movimento che oggigiorno si è formato in Iran al grido di «Zan, Zendegi, Azadi», ovvero «Donna, Vita, Libertà», è la prima rivoluzione femminista al mondo. Viviamo in una società patriarcale e, dopo aver letto la quadrilogia dell’“Amica geniale” e aver visto la serie televisiva che ne è stata tratta, ho trovato molte somiglianze tra l’atmosfera attuale vigente in Iran e quella in Italia all’epoca dei fatti narrati. Da un punto di vista psicologico mi sono fortemente identificata in Lila e Lena e dunque mi chiedo cosa farebbero, Lila e Lena, se vivessero in Iran in queste turbolente giornate… o che cosa farebbe lei, se vivesse oggi in Iran.
«Che dirle? Lila sarebbe sicuramente in prima fila e Lena, per non essere da meno, per non perdersi niente di ciò che l’altra sperimenta, la seguirebbe anche in prigione e nella morte. Quanto a me, ho vergogna di pronunciarmi, sono lontana e al sicuro. Ma seguo da settimane ciò che sta accadendo. È terribile la repressione, ma è bello che la gente più diversa per età, per estrazione sociale e cultura, stia fianco a fianco, e resista. Soprattutto trovo esaltante la centralità delle donne. Le ragioni delle donne iraniane sono le ragioni giuste e urgenti di chiunque, oggi, in Iran e nel mondo, lotti per la sua dignità e la sua autonomia, per la libertà di decidere come disporre del proprio corpo e della vita. È questo esporsi femminile al pericolo senza mezzi termini, con estrema determinazione, che mi commuove particolarmente. Per scendere in strada e mettere a rischio la propria vita, c’è bisogno di moltissimo coraggio, di grande disperazione, di un filo di speranza. Ho sempre una grande ammirazione per chi affronta a viso aperto la violenza del potere e ogni volta mi chiedo se ne sarei capace. Mi considero pavida, ma non tollero che mi si metta paura. Sono i cittadini che devono far paura ai loro governanti illiberali, il contrario mi fa arrabbiare. E la rabbia, in genere, mi fa dimenticare la paura. Sicché — mi immagino — se fossi lì, sarei per strada al modo di Lila, con passione e rabbia; ma anche al modo di Lena, per dovere, per bisogno di vedere, capire e provare a raccontare».
«L’istruzione è fondamentale. Studiare, ricordare e autoanalizzarsi sono momenti indispensabili per scegliere in modo consapevole la forma che vogliamo dare alla nostra vita. Detto così, però, è troppo lineare. Non bisogna dimenticare che ogni essere umano è una matassa ingarbugliata. Mescoliamo dentro di noi tempi diversi, credenze incompatibili, sentimenti contraddittori. Qui in Europa, tendiamo a semplificare la complessità dei nostri percorsi di liberazione. Quando abbiamo l’impressione di aver vinto, accantoniamo il dolore, le incoerenze, i problemi irrisolti. Ma la storia che davvero serve a noi donne non è quella che sembra una marcia trionfale, bensì quella che ci aiuta a ricordare le sofferenze e le angherie subìte dalle generazioni passate, a rendere loro giustizia, a non illuderci sulle nostre vittorie, a ricominciare dopo le nostre sconfitte, a dare per scontato che ogni generazione, anche se impara dalle generazioni precedenti, finisce per commettere i suoi specifici errori. Bisogna essere vigili. Niente trionfalismi. In occidente crediamo di aver definitivamente acquisito dei diritti, dimenticando che nessun diritto — specialmente per noi donne — è mai veramente acquisito».
L’Italia ha una importante tradizione di letteratura sociale e politica: molti sono i romanzi con ambientazione socio-politica e antifascista scritti da autori rilevanti come Ignazio Silone, Cesare Pavese e Pier Paolo Pasolini. Anche i suoi romanzi si inseriscono in quel contesto: qualcuno di quegli scrittori le è stato dunque di ispirazione? Secondo lei, qual è la differenza tra le sue opere e le opere di quegli autori, e come mai sono così famose in Italia e in tutto il mondo?
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C’è una ragione particolare per cui ha scelto di usare uno pseudonimo? Forse si sente come Lila, che dopo aver attraversato tante esperienze tragiche, trova che scrivere e diventare famosi siano preoccupazioni triviali e di poco conto? Voglio dire, è arrivata a pensare che la notorietà non sia così importante e che scrivere mantenendo l’anonimato sia un modo tutto particolare di crescere, sopravanzare la fama, umiliarla? Forse Lila, che è scomparsa e di cui nessuno sa niente, adesso è una famosa scrittrice che scrive usando uno pseudonimo…
«La risposta, oggi, mentre le scrivo, mi pare semplice: l’ho fatto perché sottrarmi al successo e alla notorietà è uno dei tanti modi per sentirmi pienamente libera. Ma ho anche una risposta un po’ più complicata. Non si è autori a tempo pieno. Io per esempio, nella vita d’ogni giorno, faccio tante altre piccole cose per me importanti. La smania di scrivere è solo il mio momento di massima verità. Quel momento lo chiamo Elena Ferrante, che per me, per le lettrici, per i lettori, è il mio vero nome».
Sembra che il personaggio di Lila sia quello di una donna in grado di percepire la vita in anticipo sui tempi e di vedere sempre orizzonti molto distanti, benché questo non le impedisca di fare errori, soffrire ed essere una vittima, anzi, sembra quasi che soffra ancora più intensamente. Lei ha forse trasfuso la sua anima in questo personaggio, ha avuto anche lei, come Lila, esperienze difficili e dolorose nel corso della sua vita?
«La mia storia di vita è inessenziale. Lila assomiglia in massima parte ad alcune donne complicate che ho conosciuto e amato, ma anche, a volte, mal sopportato. Che posso dirle di loro? Sono persone straordinarie e difficili, seducenti e terribili. Le loro vite sono piene di sofferenze lunghe e gioie improvvise, hanno troppa sensibilità. Si muovono velocemente e imprevedibilmente, anche se sembrano immobili. E non si riesce a trattenerle davvero nemmeno quando cerchi di chiuderle nella scrittura. Certo, per raccontare Lila ho attinto un poco anche a me, alla parte di me che conosco meno e che mi spaventa. Ma se non mi fossi accampata dentro la più governabile Lena, non avrei potuto scrivere di Lila».
«Li conosco tutti abbastanza bene, da sempre. Hanno avuto vite confuse, ricche di incoerenze e angoli bui, come accade nella realtà. Ma gli esseri umani reali non sono di per sé una garanzia di buona tenuta letteraria. Riesci a farli entrare in un racconto solo se trovi il modo di trattarli con fantasia. Senza fantasia fanno fatica a trovare un senso».
Una volta, in un’intervista, ha dichiarato che la violenza è una faccenda maschile, ma la violenza che oggi si sta verificando in Iran non colpisce solo le donne. Anche gli uomini sono vittime della violenza di Stato, e di violenza domestica. Per esempio, le donne che tradiscono gli uomini in effetti stanno commettendo a loro volta una sorta di violenza. Che ne pensa?
«Noi donne, in qualsiasi parte del mondo, viviamo fin dalla nascita immerse nella cultura maschile. La lingua è maschile, la famiglia è maschile, la religione è maschile, le leggi sono maschili, le istituzioni statali sono maschili, la letteratura è maschile, le arti sono maschili, le scienze sono maschili, l’educazione — sia maschile che femminile — è maschile. Cosa voglio dire? Voglio dire che, in ogni nostra manifestazione — foss’anche la percezione del nostro corpo, foss’anche la maternità — prendiamo forma di donna attraverso le forme che il dominio patriarcale nei millenni ha inventato per noi. Tutto ciò che io, donna, cerco di esprimere muove necessariamente dall’interno della tradizione maschile, e la violenza non fa eccezione. Ammettiamo pure che l’adulterio femminile sia una forma di violenza contro il proprio partner. Be’, è una violenza che la donna compie dall’interno di una concezione tutta maschile della fedeltà e della infedeltà, concezione in sostanza fondata sulla sorveglianza ossessiva del corpo femminile. È questa violenza di fondo che fa sentire il tradimento femminile come una violenza e una colpa nel caso punibile con la morte (il tradimento maschile è in genere guardato con simpatia, è considerato una manifestazione di vitale esuberanza virile, è legittimato). Ancora oggi, in Italia, una donna che tradisce, o abbandona il partner per un altro uomo, mette la sua vita in pericolo. No, no, dobbiamo allenarci a non scambiare il maschile per l’universale. Non esiste il genere umano: esiste il genere femminile sigillato da millenni dentro le norme del genere maschile, dentro la cultura patriarcale, che è dura a morire anche negli uomini più sensibili, quelli schierati con le nostre ragioni, al nostro fianco. Persino quando noi donne facciamo violenza — e ora non parlo di adulterio ma di violenza in generale — la facciamo secondo forme che sono state disegnate dai maschi e che si fondano su ansie e terrori maschili. Le nostre violenze — se ci saranno, ma spero di no — sono da inventare».
Di recente il filosofo politico Slavoj Žižek ha dichiarato rispetto alle proteste delle donne in Iran: «Quello che sta accadendo adesso in Iran ha rilevanza storica a livello mondiale perché combina in un’unità organica lotte differenti (quella contro l’oppressione delle donne, contro il fondamentalismo religioso, per la libertà politica contro il terrore di Stato). L’Iran non fa parte dell’Occidente sviluppato, per cui lo slogan “Zan, Zendegi, Azadi (Donna, Vita, Libertà)” è molto diverso dal MeToo dei paesi occidentali: mobilita milioni di donne comuni e si applica alla lotta di tutti, uomini inclusi — non c’è in esso una tendenza anti-maschile, come è spesso il caso per il femminismo occidentale. Uomini e donne sono insieme in questa lotta, il nemico è il fondamentalismo religioso supportato dal terrore di Stato». Come si sente di commentare questa riflessione?
«Sono d’accordo in linea di massima con Žižek: l’avversario è il fondamentalismo religioso, la lotta è trasversale, investe ceti diversi, uomini e donne, eccetera. Ma attenzione a non dimenticare, a forza di saldature, che sono le donne iraniane il motore della protesta. Ogni lotta di donne oggi ha un nocciolo inevitabile che secondo me è il seguente: non saremo mai veramente libere finché dovremo esprimerci in ogni campo dall’interno di forme di vita essenzialmente maschili. A quale genere appartiene chi ci opprime, chi edifica teocrazie oppressive, chi nega i nostri diritti? Persino quando ci ribelliamo a costo della nostra vita, persino quando siamo le protagoniste assolute della nostra ribellione, dobbiamo guardarci dalle categorie maschili dentro cui noi stesse rischiamo di collocarci per dar conto di noi e del nostro ribellarci. Quelle categorie occorre criticarle e cercare vie nuove, le nostre».
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«Ogni lotta che reclami il diritto pieno di vivere la nostra vita, senza attribuire a nessuno l’autorità di scegliere per conto nostro e assumendoci fino in fondo la responsabilità delle nostre scelte, è giusta e va sostenuta fino in fondo. Sono, per quel che conta, dalla parte della vostra lotta, soprattutto dalla parte del diritto delle donne di disegnarsi in assoluta libertà il proprio modo di stare al mondo, qualunque esso sia. La vostra battaglia è andata oltre i confini nazionali e sta portando la sua specificità dentro la lotta di tutte le donne del mondo. Voi ci state ricordando ancora una volta che nessun diritto è per sempre e che il potere, dietro la maschera della ferocia come dietro la maschera della benevolenza, ha sempre come obiettivo primario imporci nuove forme di subalternità».
Oltre a queste domande, ne avrei alcune più personali riguardanti i personaggi dei suoi romanzi. Lila e Lena lottano per avere una vita normale. Non vogliono seguire le orme delle loro madri e delle altre donne napoletane. In questo senso, c’è una somiglianza tra loro e le giovani donne iraniane che lottano per avere una vita normale. Noi donne iraniane la desideriamo da moltissimi anni. Ho letto con intensa partecipazione la quadrilogia dell’“Amica geniale” e in molti momenti ho immaginato che dovesse esserci una speranza per Lila. Avrei voluto che la sua vita non fosse stata così triste e amara e tragica, apparentemente priva di qualunque barlume di tranquillità. Ma se quel barlume vi fosse, in cosa consisterebbe?
«In Lila c’è tutta la necessità e tutta l’ansia dei cambiamenti. È come se dicesse: la mia condizione è intollerabile, devo cambiarla, ma in essa sono cresciuta, e sovvertendola non mi lascio alle spalle solo dolori ma anche affetti e consuetudini, ribellandomi non mi faccio solo bene ma anche male. Lila, insomma, mostra come non sia facile andare oltre i margini in cui ci hanno chiuse, e quanto sia doloroso — non solo gioioso — forzare, tra mille contraddizioni, le gabbie che ci imprigionano. Avrà pace? No, la pace è per chi si assesta dentro mezze libertà. Lei, per sua natura, cerca sempre nuovi limiti da superare, e Lena, per quanto si sforzi di starle dietro, alla fine non la vedrà più».
Anche lei ha avuto un insegnante, o un mentore, come Pasquale è stato per Lila, che le ha spiegato cosa volessero dire fascismo, nazismo e comunismo?
«Sì, una mia amica. Ma tardi, intorno ai vent’anni».
C’è stata una persona concreta che l’abbia ispirata nella vita, come Lila per Lena, Lena che pensa che nulla di veramente importante le sarebbe mai successo, se non ci fosse stata Lila?
«Sì, specialmente per quel che riguarda la capacità di indurti ad agire in un modo che da sola ti spaventerebbe. Le donne come Lena sono molto più numerose delle Lila, e questo è un bene. Lila è uno stimolo permanente. In lei tutto nasce ma niente si stabilizza. Lei vive sempre, dolorosamente, dentro la metamorfosi, e proprio mentre la metamorfosi si compie. Lena invece è la forma nuova che si consolida dopo il cambiamento. In lei la metamorfosi si stabilizza e svela progressivamente i passi avanti che sono stati fatti e, insieme, la loro insufficienza».
© Elena Ferrante
L’intervista è stata realizzata per la rivista “Cine-Eye”.
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