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Il progetto radicale che serve alla sinistra

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C'è l'urgenza di disegnare un modello alternativo di sviluppo ecologico e di rilanciare grandi ideali. Il Pd deve lasciare l'idea sbagliata che le elezioni si vincano solo al centro
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La radicalità immaginativa e creativa del "progetto" è ciò che più manca oggi nella sinistra. Il riformismo autentico si gioca fuori della sterile dicotomia riformismo/massimalismo e non può non essere radicale, come fu quello del New Deal di Roosevelt. Per tale radicalità progetti e programmi contano molto di più di quanto non si creda. Ce lo ricordano l'attenzione e il dibattito che suscitarono le famose 88 tesi (la cui intensa e partecipata gestazione durò più di un anno) con cui l'Ulivo vinse le elezioni nel 1996. Ce lo chiede l'urgenza di disegnare un modello alternativo di sviluppo ecologicamente rifondato e di rilanciare grandi ideali come la "piena e buona occupazione", fino alla formulazione di programmi di "lavoro garantito" e di ricorso al keynesiano Stato come employer of last resort.

Per riconquistare una dimensione altamente progettuale, il Pd deve sciogliere nodi la…

La radicalità immaginativa e creativa del "progetto" è ciò che più manca oggi nella sinistra. Il riformismo autentico si gioca fuori della sterile dicotomia riformismo/massimalismo e non può non essere radicale, come fu quello del New Deal di Roosevelt. Per tale radicalità progetti e programmi contano molto di più di quanto non si creda. Ce lo ricordano l'attenzione e il dibattito che suscitarono le famose 88 tesi (la cui intensa e partecipata gestazione durò più di un anno) con cui l'Ulivo vinse le elezioni nel 1996. Ce lo chiede l'urgenza di disegnare un modello alternativo di sviluppo ecologicamente rifondato e di rilanciare grandi ideali come la "piena e buona occupazione", fino alla formulazione di programmi di "lavoro garantito" e di ricorso al keynesiano Stato come employer of last resort.

Per riconquistare una dimensione altamente progettuale, il Pd deve sciogliere nodi lasciati a lungo irrisolti, risalenti addirittura alle sue origini, che hanno dato luogo ad alcuni equivoci di fondo, mai adeguatamente chiariti. Si tratta di: a) la presupposizione tacita che il partito democratico dovesse essere sostanzialmente un partito "moderato", nella convinzione che riformismo sia equivalente a moderatismo e che le elezioni si vincano solo al centro e per questo si debba rassegnarsi al moderatismo, "disintermediando" e abbandonando i riferimenti sociali tradizionali; c) l'idea che il partito democratico, in quanto "postideologico", dovesse anche essere "postidentitario" (per questo più attento alla buona amministrazione che non alla costruzione di "visioni" e di "progetti"). Non possiamo stupirci se su una problematica cruciale come quella del lavoro da decenni grava un "oscuramento teorico" che è causa ed effetto della sua crescente "invisibilità politica". Il Pd e la sinistra tutta debbono chiedersi: perché i processi di svalutazione del lavoro sono stati così poco contrastati anche sul piano teorico e culturale? Perché ci si è attardati nella puerile esaltazione della "fine del lavoro" (e attenzione: Grillo e il movimento "cinque stelle" hanno basato la loro ipotesi di "reddito di cittadinanza" sull'esaltazione della jobless society)? Perché, anche a sinistra, si è stati così frettolosi nell'archiviare il Novecento, "secolo del lavoro" e a tacciare la Costituzione italiana di "lavorismo" novecentesco? Perché non si è riusciti a intercettare la "mobilitazione del risentimento" operata dai populismi e si è lasciato spazio alla capacità di un seduttivo "populismo di destra" di "rubare" temi propri della sinistra?

La sinistra e il Pd possono rispondere a queste domande soltanto se si danno una più perspicua rappresentazione di ciò che ha provocato l'avvento del neoliberismo e della "globalizzazione sregolata e iniqua", facendo fino in fondo i conti con essi. Ne discenderebbe anche una più puntuale identificazione, e ammissione, degli errori compiuti dalle sinistre nel traumatico passaggio dai "trent'anni gloriosi" di ispirazione keynesiana al neoliberismo esaltante il primato del mercato e della concorrenza e l'ostilità allo Stato. Se il lavoro e le strutture statuali ne sono state le grandi vittime, il drastico indebolimento della sfera lavorativa e delle forze sociali a essa connessa ha certamente a che fare con le Terze Vie à la Tony Blair, di cui non ci si può limitare a segnalare che volevano cambiare il neoliberismo "dall'interno" ma a cui va chiaramente imputata la fallacia delle convinzioni secondo cui i rischi del mercato del lavoro non esistessero più, i ceti medi fossero corposamente entrati nella categoria dei detentori di asset patrimoniali e finanziari, non ci fosse più bisogno del welfare state. Anche l'ostilità allo Stato è stata alimentata da anni di nefasta teorizzazione di matrice blairiana della superiorità delle pratiche di governance su quelle di government, esplicitamente indicate, e auspicate, come metodi di "amministrativizzazione" mediante "depoliticizzazione".

Dunque, è qui, sul lavoro e sul senso di "responsabilità collettiva" espresso dalle istituzioni pubbliche, che passa nuovamente la discriminante destra/sinistra. Dobbiamo far avanzare la riflessione sullo "Stato innovatore" e su una "direzione dell'innovazione" (parole di Anthony Atkinson) che la sottragga al dominio della spesa in armamenti e della guerra. E urge acquisire consapevolezza che le questioni dell'eguaglianza vanno trattate facendone emergere non solo le implicazioni "redistributive" ma quelle "allocative", attinenti alla produzione, alle strutture, alle organizzazioni. Solo in un disegno nuovo e più complessivo di sviluppo, oltre le mere istanze redistributive, la problematica della diseguaglianza può evitare di concentrarsi quasi esclusivamente sul destino dei poveri, degli "ultimi", dei "diseredati" e fare spazio ai bisogni e alle crescenti difficoltà dei ceti medi.

Il dibattito su Repubblica
Sono intervenuti: Michele Serra, Francesco Piccolo, Stefano Massini, Massimo Recalcati, Chiara Saraceno, Emanuele Trevi (intervistato da Raffaella De Santis), Isaia Sales, Luciano Violante, Chiara Valerio, Gianni Riotta, Nichi Vendola, Luigi Manconi, Dario Olivero, Giacomo Papi, Daniela Hamaui, Michela Marzano, Linda Laura Sabbadini, François Hollande (intervistato da Anais Ginori), Carlo Galli, Emanuele Felice (intervistato da Eugenio Occorsio), Natalia Aspesi, Javier Cercas (intervistato da Alessandro Oppes), Roberto Esposito, Gianni Cuperlo, Bruno Simili (intervistato da Eleonora Capelli), Giorgio Tonini, Franco Lorenzoni, Pietro Ichino, Paolo Di Paolo, Serenella Iovino, Giovanni Cominelli, Luigi Zanda, Michele Salvati, Giuseppe Laterza, Enrico Letta, Stefano Boeri, Anna Foa, Antonio Bassolino (intervistato da Conchita Sannino), Simona Colarizi, Giancarlo Bosetti, Nicola Zingaretti, Andrea Romano, Marc Lazar, Pina Picierno, Andrea Graziosi, Graziano Delrio, Daniele Vicari, Michael Walzer (intervistato da Paolo Mastrolilli), Marco Bentivogli, Marco Belpoliti, Cecilia D’Elia, Andra Segré, Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, Luca Ricolfi, Adolfo Battaglia, Achille Occhetto