Milan Kundera, come ascoltare i suoi silenzi
di Massimo Rizzante , di Massimo RizzanteQuando nel 2006 il suo traduttore olandese Martin De Haan gli consigliò di leggere il romanzo di Willem F. Hermans La camera oscura di Damocle (1958), uscito da poco in Francia, Kundera stava preparando la sua ultima raccolta di saggi, Un incontro (2008). La recensione al libro di Hermans restò fino all'ultimo fra le carte del manoscritto. Doveva far parte della Seconda Parte, Romanzi, sonde esistenziali. Alla fine Kundera, per ragioni che naturalmente non conosco, ma che probabilmente nessuno conosce, la scartò optando per un altro breve scritto su Tworki (1999), un romanzo di Marek Bienczyk, scrittore polacco, suo traduttore e amico. Se dovessi pronunciarmi sui motivi per i quali Kundera al momento di consegnare il libro all'editore scelse l'opera di Bienczyk invece che quella di Hermans, direi che lo fece perché non ama ripetersi. E per amicizia. I due romanzi, infatti, sebbene scritti a molta distanza tra loro, sono entrambi ambientati duran…
Quando nel 2006 il suo traduttore olandese Martin De Haan gli consigliò di leggere il romanzo di Willem F. Hermans La camera oscura di Damocle (1958), uscito da poco in Francia, Kundera stava preparando la sua ultima raccolta di saggi, Un incontro (2008). La recensione al libro di Hermans restò fino all'ultimo fra le carte del manoscritto. Doveva far parte della Seconda Parte, Romanzi, sonde esistenziali. Alla fine Kundera, per ragioni che naturalmente non conosco, ma che probabilmente nessuno conosce, la scartò optando per un altro breve scritto su Tworki (1999), un romanzo di Marek Bienczyk, scrittore polacco, suo traduttore e amico. Se dovessi pronunciarmi sui motivi per i quali Kundera al momento di consegnare il libro all'editore scelse l'opera di Bienczyk invece che quella di Hermans, direi che lo fece perché non ama ripetersi. E per amicizia. I due romanzi, infatti, sebbene scritti a molta distanza tra loro, sono entrambi ambientati durante la Seconda guerra mondiale ed entrambi, ciascuno a suo modo, ne parlano mettendo in evidenza un "paradosso luciferino". Se una società, la nostra come quella degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, produce in quantità industriale violenza e malvagità gratuite, significa che le manca la vera esperienza del male. A tal punto che il male, essendo sempre in agguato, sempre presente, sì certo diventa banale, come ripetono tutti coloro che non hanno letto Hannah Arendt, ma rende ancora più attraente, o meglio, riscatta la banalità della vita quotidiana, ne svela paradossalmente il suo "idillio".
Quanto all'amicizia, credo abbia avuto la sua parte. Hermans, per quanto poco noto e poco tradotto, resta, a detta del più celebre romanziere olandese, Cees Nooteboom, il più grande romanziere olandese del XX secolo. Kundera, che, pur non conoscendolo ne aveva intuito la profondità, ha preferito con generosità dare spazio a un altro autore sconosciuto al grande pubblico, di cui però conosceva la fedeltà. Per Kundera l'amicizia è un valore... stavo per dire "sacro", se questo aggettivo non risultasse sacrilego agli occhi di un romanziere la cui missione è quella di profanare, demistificare, o meglio, "disfare pezzo per pezzo, metodicamente, con discrezione, come un agente segreto", secondo le parole di François Ricard (1947-2022), ogni verità, anche quella apparentemente più sovversiva.
Qualche settimana fa un amico mi ha chiesto perché Kundera non sentisse la necessità di intervenire su quello che stava succedendo tra russi e ucraini. "I metodi russi sono sempre gli stessi: hanno mandato i carri armati come ai tempi della Primavera di Praga...". Sono stato in silenzio, ma le sue parole mi hanno fatto ricordare quando, all'incirca una ventina di anni fa, in uno dei nostri dialoghi chiesi a Kundera quale sentimento nutrisse nei confronti dei russi. Mi rispose così: "A differenza degli ungheresi e dei polacchi, i cechi, senza alcun contatto geografico diretto con la Russia, erano da sempre e in modo spontaneo dei russofili. Ciò faceva parte della loro ideologia nazionale che si opponeva al dominio tedesco. Quando nel 1945 i russi hanno liberato la Cecoslovacchia, sono stati accolti con amore. Questo amore per i russi rese molto potente il Partito comunista ceco e fece sì che la sua opposizione al regime stalinista fosse un po' meno dura di quella in Polonia e in Ungheria. È stato soltanto dopo lo choc dell'invasione del 1968 che i cechi, come tutti gli altri popoli dell'Europa centrale, hanno cominciato a odiare i russi...". "E lei li odia ancora?", chiesi. "No, per niente", mi rispose. Kundera, per quante richieste abbia ricevuto e per quanti malintesi i suoi romanzi abbiano provocato, non ha mai voluto scrivere articoli politici. Ha raccontato molte volte e scritto che a chi gli domanda se è di destra o di sinistra, risponde sempre allo stesso modo: "Sono un romanziere".
Questa affermazione dovrebbe bastare a chi ieri e oggi gli vorrebbe far indossare la camicia di forza del dissidente o dello scrittore engagé. In un romanziere, ha scritto in Un incontro, "il desiderio di conoscenza non ha come oggetto né la politica né la Storia". Del resto, che cosa potrebbe scoprire di nuovo un romanziere su fatti discussi mille volte in migliaia di libri scritti da eruditi politologi e professori di storia? Una delle poche volte che ho visto Kundera in collera è stato quando qualcuno gli chiese un parere su 1984 di Orwell. Non l'avesse mai fatto! Con la scusa di rappresentare il male del totalitarismo, Orwell non faceva altro che ridurre l'esistenza individuale alla politica e alla propaganda. "Ed è questo il vero male! Ridurre la Storia a criminografia", terminò Kundera. Il silenzio di un romanziere come Kundera, oggi come ieri, è più eloquente dell'incessante martellamento di notizie sulla quantità industriale di violenze e malvagità gratuite che vengono commesse. È un silenzio che parla alla nostra memoria affinché non si riduca a un lungo elenco di crimini dietro ai quali non ci sarà posto per nessun altro valore.