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Melania Mazzucco: "L'altra metà della storia dell'arte"

È quella scritta da Melania Mazzucco nel suo nuovo libro. Un viaggio tra biografie e temi di donne pittrici e scultrici. Da Plautilla Briccia, l’architettrice, a Marlene Dumas
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"Perché non ci sono state grandi artiste?", si interrogava nel 1971 Linda Nochlin, aprendo la strada a una riflessione sulla storia dell'arte in generale e non soltanto riguardo alla condizione femminile. La domanda era infatti triplice: da una parte ci si chiedeva se il concetto di "grande artista" (donna o uomo) fosse ancora una categoria fruttuosa o interessante per la comprensione dei linguaggi estetici; inoltre era da chiarire se le donne nell'arte fossero proprio mancate o non si trattasse piuttosto di un fenomeno di omissione, di un secolare meccanismo discriminante.

Certo, se per "grande arte" si pensa solo alla pittura o alla scultura, ci troviamo di fronte a professioni che per secoli sono state appannaggio prevalentemente - se non esclusivamente - maschile (l'arte contemporanea ha dimostrato, al contrario, che pure la miniatura o il ricamo possono essere arte grandissima); e, tuttavia, anche quando si misero a dipingere (parafrasando un bel titolo di Anna Banti), le donne s…

"Perché non ci sono state grandi artiste?", si interrogava nel 1971 Linda Nochlin, aprendo la strada a una riflessione sulla storia dell'arte in generale e non soltanto riguardo alla condizione femminile. La domanda era infatti triplice: da una parte ci si chiedeva se il concetto di "grande artista" (donna o uomo) fosse ancora una categoria fruttuosa o interessante per la comprensione dei linguaggi estetici; inoltre era da chiarire se le donne nell'arte fossero proprio mancate o non si trattasse piuttosto di un fenomeno di omissione, di un secolare meccanismo discriminante.

Certo, se per "grande arte" si pensa solo alla pittura o alla scultura, ci troviamo di fronte a professioni che per secoli sono state appannaggio prevalentemente - se non esclusivamente - maschile (l'arte contemporanea ha dimostrato, al contrario, che pure la miniatura o il ricamo possono essere arte grandissima); e, tuttavia, anche quando si misero a dipingere (parafrasando un bel titolo di Anna Banti), le donne sono state limitate da più di un legaccio. Per dirne una: tra il XVI e XIX secolo, per ragioni di morale, era vietato loro di partecipare alle lezioni di nudo, in tempi in cui il genere più prestigioso era la pittura epica fatta di tante figure spesso spogliate. Ed è chiaro che se non si studia bene l'anatomia non si può che rimanere in uno stato di minorità, quantomeno professionale. Non è senza significato che Élisabeth Vigée Le Brun e Rosalba Carriera - ritrattiste grandissime, con incarichi da parte dei potenti di tutta Europa, - si siano specializzate in un genere dove non era strettamente necessario aver approfondito la conoscenza integrale del corpo maschile. Saranno le ragazze della generazione impressionista a pretendere di disegnare anche loro i corpi, tutti i corpi, stando vestite di fronte a un uomo nudo. In ogni caso, al di là delle maggiori difficoltà sociali, morali e professionali, è vero che nei libri e nei manuali degli ultimi due secoli anche le più brave non venivano menzionate. La suddetta Carriera - che reputo una delle più grandi pittrici di tutti i tempi - nel mio manuale di storia dell'arte del liceo era ridotta a un trafiletto come mera nota di costume (si diceva che era brava a rendere l'effetto dei pizzi e dei merletti).

Negli ultimi cinquant'anni - ossia da quando Nochlin, per prima, prende di petto la questione - molto si è scritto sulle donne artiste, il più delle volte si è trattato di ricostruzioni biografiche: si è andato a rintracciare chi fossero, che tipo di vita avessero avuto, si voleva capire, davvero, il contesto sociale. In Italia la biografia romanzata di Artemisia Gentileschi scritta da Banti è stata un libro cruciale. Più di recente Elisabetta Rasy ha dedicato una raccolta alle "disobbidienti", rintracciando nelle vite di alcune artiste eccellenti i tratti di una devianza fruttuosa e creativa rispetto ai colleghi uomini. Mentre, nel mercato inglese è uscita una potentissima storia dell'autoritratto femminile di Frances Borzello e questo autunno una Storia dell'arte senza maschi di cui è autrice Katy Hessel.

La caratteristica che accomuna questi approcci è spesso la biografia. In questi giorni arriva invece in libreria un volume che sceglie di partire dalle opere. Si intitola Self-Portrait. Il museo del mondo delle donne e lo ha scritto Melania G. Mazzucco: è un viaggio attraverso trentacinque artiste (da Plautilla Briccia "l'architettrice" a Frida Kahlo, da Georgia O'Keeffe a Carol Rama e Marlene Dumas), in cui Mazzucco, pur non tralasciando le vite, dedica ciascun capitolo a un dipinto o a una scultura, di fronte a cui ci accompagna con finissima sensibilità critica: la sensazione costante è di prendere atto che certi soggetti, certi temi, un uomo delle epoche passate non li avrebbe mai scelti. Si tratta di un aspetto importante: parlare delle artiste solo in quanto donne rischia di riportare tutti i discorsi sul piano della storia sociale, Mazzucco vuole invece parlarci dei loro artefatti (dipinti, scolpiti), vuole farci vedere cosa sta succedendo dentro le opere, dimostrando come sia esistito uno specifico femminile troppo spesso reputato di secondo piano. Tanto per dirne una, rispetto alle storie dell'arte tradizionali, appare evidente la centralità del corpo, ma non il corpo eroico e nudo da atelier o da accademia, quello michelangiolesco o poussiniano; bensì un corpo quotidiano, prosaico, talvolta crudo. Non a caso, il libro è strutturato per temi, cronologicamente disposti, che coprono l'arco della vita femminile: nascita, adolescenza, erotismo, gravidanza, aborto, sorellanza, vita da madre o da donna sola, lavoro, vecchiaia. Questa divisione, che segue la cronologia umana e non quella della storia dell'arte (dopo il capitolo su Bourgeois si passa a Briccia tornando indietro di tre secoli) è una dichiarazione di intenti: Mazzucco sta scrivendo di quelle artiste che sono state significative nella sua vita.

Il titolo stesso Self Portrait ha una sfumatura doppia: ci dice che ogni opera femminile è forse, sempre, un autoritratto; allo stesso tempo è il volume stesso a essere un'autobiografia culturale di Mazzucco. Non è un caso che il libro non esca in una serie di saggistica in senso stretto, ma nelle "Frontiere" di Einaudi, collana dedicata a contaminazioni tra scrittura letteraria e investigazione critica. Il testo di Mazzucco è infatti un saggio, ma è soprattutto letteratura: riesce a farci apprezzare dettagli minuti e fondamentali, grazie alla forza della scrittura.

Gli esempi sono legione. Ne cito qualcuno. Di fronte alla Susanna di Artemisia Mazzucco sottolinea che ci troviamo al cospetto di un seno reale, quotidiano, di donna vera (un po' pendulo, dice). Nulla a che vedere con quelli di maniera, imitati dalle statue antiche, che si trovano nella maggior parte dei pittori coevi, meno che mai in quelli posticci attaccati da Michelangelo su corpi dalla muscolatura virile. Per ragioni storiche, sociali, politiche, in quel seno reale si mostra già il futuro della pittura moderna: abbandonare le idealizzazioni e perseguire la verità.
Come la culla dipinta da Morisot, le scarpe rosse di Rama o il letto di ferro di Kahlo. Un museo del mondo delle donne. Ma pure una miniera d'oro per chiunque ami l'arte figurativa.

Self-Portrait. Il museo del mondo delle donne di Melania Mazzucco (Einaudi, pagg. 248, euro 30). Il 30 novembre l’autrice lo presenta al Maxxi a Roma alle 18 con Annalena Benini e Gregorio Botta

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