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Il grande equivoco di Masaccio, nuovi studi sul polittico di San Giovenale

Masaccio, il Polittico di San Giovenale  
Compiuto il 23 aprile 1422 il trittico è considerato una pietra fondante del Rinascimento. Attribuito al pittore toscano, sembrava dedicato al patrono di Narni. Invece si riferisce all'omonimo teologo di Gerusalemme
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Masaccio datò il Polittico di San Giovenale ma non lo firmò, ponendo così le premesse di un lungo dibattito attributivo. La questione è stata risolta solo recentemente in virtù di una perizia grafologica, che ha inequivocabilmente riconosciuto la scrittura del pittore nel testo recitato da san Giovenale: l’incipit del Salmo 109.

Compiuto il 23 aprile 1422, il trittico è oramai considerato pietra fondante del Rinascimento pittorico. Privo di maestri e senza discepoli, Tommaso di ser Giovanni s’era conquistato il suo soprannome per la trascurataggine, un’attitudine che lo pose come modello dell’artista moderno. L’associazione con il bohémien è un anacronismo, certo, ma in Masaccio tutto è tensione a strabordare dal proprio tempo. Anche nell’esordio prende vertiginosa distanza dalle cortesie tardogotiche per la scelta di mettere in scena, in veste di santi, contadini accigliati che hanno p…

Masaccio datò il Polittico di San Giovenale ma non lo firmò, ponendo così le premesse di un lungo dibattito attributivo. La questione è stata risolta solo recentemente in virtù di una perizia grafologica, che ha inequivocabilmente riconosciuto la scrittura del pittore nel testo recitato da san Giovenale: l’incipit del Salmo 109.

Compiuto il 23 aprile 1422, il trittico è oramai considerato pietra fondante del Rinascimento pittorico. Privo di maestri e senza discepoli, Tommaso di ser Giovanni s’era conquistato il suo soprannome per la trascurataggine, un’attitudine che lo pose come modello dell’artista moderno. L’associazione con il bohémien è un anacronismo, certo, ma in Masaccio tutto è tensione a strabordare dal proprio tempo. Anche nell’esordio prende vertiginosa distanza dalle cortesie tardogotiche per la scelta di mettere in scena, in veste di santi, contadini accigliati che hanno precedenti solo nella nobiltà popolare giottesca e che solamente nei compari di Caravaggio troveranno autentici discendenti.

Definita la paternità dell’opera, il polittico di Reggello continua a regalare sorprese. In occasione degli studi condotti per il sesto centenario di quelle tavole, Annamaria Bernacchioni ha chiarito l’esatta identità di Giovenale, sin qui confuso con il patrono di Narni e nel quale invece si deve riconoscere l’omonimo teologo di Gerusalemme. Secondo la leggenda fu il vescovo gerosolimitano che, nel 439, consegnò all’imperatrice Eudossia le catene che avevano tenuto prigioniero l’apostolo Pietro in Terra Santa. Giunto a Roma, quel dono prezioso sarebbe stato confrontato da Leone Magno con i vincoli petrini provenienti dal Carcere Mamertino. Il racconto prosegue con un prodigio: poste una accanto all’altra, le due reliquie si sarebbero riconosciute e si sarebbero fuse in un’unica catena, che costituisce il fondamento della basilica eudossiana. I vincoli di san Pietro divennero allora il più alto simbolo dell’unità inscindibile della Chiesa d’Oriente e d’Occidente.

Con l’inasprirsi dei rapporti tra cattolici e ortodossi, di questo santo quasi si perse memoria e il Giovenale di Gerusalemme finì con l’essere assimilato al martire venerato a Narni. Ma l’iconografia è chiara, il santo di Reggello non possiede gli attributi di un martire, ha invece un libro perché era un teologo. La creatura masaccesca è espressione di una tensione dialogica, che aiuta ad accostarci ai sorprendenti caratteri pseudo cufici, intrecciati nell’aureola della Madre di Dio. Un’apertura che procede molto oltre il colloquio tra Chiesa greca e Chiesa latina, e che s’incunea nel Mediterraneo sino a raggiungere l’Islam.

Accanto a san Giovenale c’è un sant’Antonio quasi torvo, è sulla settantina ed ha l’età che al tempo aveva Giorgio Gemisto, detto Pletone. Il neoplatonico, noto per il suo messaggio concordista, che qualche anno più tardi avrebbe scandalizzato Giorgio di Trebisonda. Pletone era l’esponente di punta di un movimento che ambiva al dialogo interculturale, anelito in Toscana favorito anche da ragioni commerciali.

Fusione di istanze religiose e di concretezza che ben rappresenta l’aureola della Vergine: l’emblema celeste è, esso stesso, un oggetto reale. Anche il nimbo del Bambino è un pezzo di metallo, che s’eclissa infilandosi dietro il manto nerastro della madre. Maria ha lo sguardo delle icone, non c’è amarezza o dolcezza nei suoi occhi, ma qualcosa di disumanizzato. È un’intuizione del sacro che, in un colloquio che ignora i secoli, pone questo ventenne accanto alle mistiche visioni bizantineggianti di Egon Schiele e ai graffiti che Jean-Michel Basquiat sembra tracciare in “newyorican”, lo slang dei portoricani di New York.

Per questi ragazzi, morti a 27 anni, s’addice la locuzione longhiana coniata per Masaccio, infatti tutti e tre sembrano nati muniti degli attrezzi del dipingere, al pari di Minerva che apparve dal capo di Giove già armata. Masaccio, Schiele e Basquiat forgiarono il proprio linguaggio e affrontarono subito il sommo quesito. Tale comune rabbia d’assoluto li condusse ad accostare il nero all’oro e li accese di una tensione espressionista. L’inquietudine donatelliana che Masaccio agita entro la carpenteria gotica, s’accorda con le linee tormentate di Egon e la gestualità irruenta di Basquiat.

Nel bel museo di Reggello lo scarto dalla tradizione si palesa nelle lettere capitali romane impiegate in luogo dei consueti caratteri gotici e nell’aureola di Maria, con quei segni danzanti al confine dell’astrazione, dai quali riverbera la nostalgia di un linguaggio dimenticato. Nei dettagli si cela la speranza di un futuro concordista, come nel polittico Toussaint L’Overture Vs. Savonarola(1983), con il quale Basquiat accostava un eroe nero e un frate nero, Antille e Toscana. La metamorfosi delle parole in immagini e delle immagini in parole è anche quel che fa accadere Schiele, nei manifesti per la Secessione disposti sul crinale tra Ravenna e Parigi.

Nell’arco della loro breve esistenza, Tommaso, Egon e Jean-Michel compirono un pellegrinaggio alla ricerca di una sacralità non disinnescata da rassicuranti liturgie. Loro icona comune è The Pilgrinage (1982), nel quale Basquiat tracciò, come un’autoprofezia, quell’inspiegato «TWENTY SEVEN©». L’iscrizione è posta al centro di una croce ideale, definita da un uccello, una barca, un aereo e un vescovo a cavallo.