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Il destino che aspetta la Russia dopo Putin

Vladimir Putin (ansa)
I saggi di Andrea Graziosi e Carolina De Stefano
3 minuti di lettura

Sono due, tra i tanti, i luoghi comuni più scivolosi che accompagnano il nostro dibattito sull'aggressione russa all'Ucraina. Il primo vorrebbe una Russia da sempre e per sempre condannata a forme di dispotismo a vocazione imperiale. Il secondo immagina un'equivalenza sostanziale tra il nazionalismo putiniano e quello ucraino, distinti solo dall'opposta collocazione sulla barricata del conflitto ma entrambi impegnati a fomentare gli istinti peggiori dei rispettivi popoli. Due luoghi comuni che forse consolano dalla visione della tragedia in corso e giustificano la stanchezza di molti nel seguirne gli sviluppi. Ma non spiegano niente, perché cancellano sia le scelte attraverso cui le leadership hanno costruito il presente sia le opzioni che potranno aprirsi per il futuro. Cancellano la storia, in buona sostanza. Mentre è proprio alla storia che è necessario tornare, sia per comprendere le strade diverse che hanno percorso Russia e Ucraina dop…

Sono due, tra i tanti, i luoghi comuni più scivolosi che accompagnano il nostro dibattito sull'aggressione russa all'Ucraina. Il primo vorrebbe una Russia da sempre e per sempre condannata a forme di dispotismo a vocazione imperiale. Il secondo immagina un'equivalenza sostanziale tra il nazionalismo putiniano e quello ucraino, distinti solo dall'opposta collocazione sulla barricata del conflitto ma entrambi impegnati a fomentare gli istinti peggiori dei rispettivi popoli. Due luoghi comuni che forse consolano dalla visione della tragedia in corso e giustificano la stanchezza di molti nel seguirne gli sviluppi. Ma non spiegano niente, perché cancellano sia le scelte attraverso cui le leadership hanno costruito il presente sia le opzioni che potranno aprirsi per il futuro. Cancellano la storia, in buona sostanza. Mentre è proprio alla storia che è necessario tornare, sia per comprendere le strade diverse che hanno percorso Russia e Ucraina dopo la fine dell'Urss sia per immaginare quella che potrebbe seguire Mosca dopo la caduta di Putin.

Due libri usciti in questi giorni aiutano la riflessione. Il primo è di Andrea Graziosi, tra i più autorevoli storici europei della Russia sovietica e post-sovietica, che nel suo L'Ucraina e Putin tra storia e ideologia (Laterza) affronta il nodo della distinzione tra l'idea di nazione su cui si è costruito il putinismo e quella che ha accompagnato la più recente storia ucraina. Quest'ultima ha visto "l'inattesa trasformazione di un nazionalismo tradizionale, tipico dell'Europa centro-orientale ma ben presente anche nel mondo italiano o tedesco, verso una visione aperta del paese che non rinnega il suo passato e le sue identità ma le usa per costruirne una nuova" di impronta europea e occidentale. Un nazionalismo di segno "civico", quello ucraino, costruito per fasi successive dopo il 1991.

Dapprima nello sforzo di unire cittadini molto diversi, rispetto ai quali non poteva funzionare "l'idea di un popolo definito in senso etnonazionale, linguistico e religioso, anche perché... privilegiare una lingua e una religione era diventato molto difficile, visto che nel paese etnicità, lingua e religione non coincidevano". Poi attraverso una "scelta europea" maturata negli anni come opzione di democratizzazione interna e integrazione esterna. Tutti elementi che si sono alimentati anche di un rapporto continuativo con la diaspora ucraina, forte dapprima negli Usa e più recentemente in Europa, che ha rappresentato "un tessuto costruito dal basso e difficile da strappare" capace di favorire la crescita in patria del consenso verso l'Unione europea. Da non sottovalutare, infine, la scelta di privilegiare come fonte di legittimazione simbolica la tragedia nazionale dell'Holodomor (la carestia sterminatrice favorita da Stalin nel 1932-33), rispetto invece alla resistenza antisovietica diffusa in Ucraina occidentale tra 1944 e 1945 e contaminata dalla vicinanza alla Germania nazista. Del tutto diverso, nella ricostruzione di Graziosi, il percorso seguito dal nazionalismo putiniano attraverso opzioni successive e mai determinate da un'immaginaria "natura immobile" della Russia. A partire dalla scelta decisiva di costruire il mito di una "umiliazione russa" ad opera dell'Occidente che in realtà non vi fu, se si guarda agli sforzi di Washington per salvare l'unità dell'Urss a fronte dei rischi legati alla sua disgregazione e all'enorme quantità di risorse destinate alla transizione post-sovietica. Eppure quel mito ha continuato ad alimentare il revanscismo putiniano, integrandosi con una rappresentazione della perestrojka di Gorbaciov come "tradimento".

È su questo punto, in particolare, che la riflessione di Graziosi si incrocia con quella di Carolina De Stefano (Storia del potere in Russia. Dagli zar a Putin, Scholé). Perché proprio la "questione russa" vi appare come il nodo non sciolto dal nazionalismo di Putin. Da un lato, ricorda De Stefano, furono proprio le rivendicazioni della Russia contro "il giogo sovietico", esplose nella fase finale della perestrojka, a rappresentare il fattore scatenante della dissoluzione dell'Urss. Dall'altro la scelta putiniana di sciogliere l'ambiguità tra la "nuova Russia" e l'eredità sovietica in una direzione del tutto diversa dalla costruzione di "uno Stato-nazione federale multietnico e fondato su un principio civico della cittadinanza" ha aperto la strada alla costruzione di un nuovo spazio imperiale intorno al mito del "russkij mir" (il "mondo russo" dove riunificare anche con la forza tutte le minoranze russe e russofone). Ma è proprio qui che dovrà tornare la Russia dopo Putin: alla scelta delle future classi dirigenti tra un'idea civica e una etnolinguistica della nazione, secondo lo stesso bivio toccato in sorte alla gran parte dei paesi europei.

I libri
L’Ucraina e Putin tra storia e ideologia di Andrea Graziosi (Laterza, pagg. 200, euro 16)
Storia del potere in Russia. Dagli zar a Putin di Carolina De Stefano (Scholé, pagg. 224, euro 16)