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Il nuovo romanzo di Geraldine Brooks: in una corsa di cavalli, il lato oscuro d’America

Il ritratto di Lexington, dipinto da Edward Troye  (Virginia Museum of Fine Arts, Richmond) 
In Come il vento la scrittrice premio Pulitzer racconta la storia di un grande campione del XIX secolo e del suo addestratore, un giovane schiavo nero. Mostrando come il razzismo è la ferita ancora aperta degli Stati Uniti di oggi
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Da ex reporter di vaglia per grandi giornali come il New York Times e il Washington Post, Geraldine Brooks sostiene che la verità può rivelarsi spesso più appassionante dell’invenzione. E tuttavia nella sua carriera letteraria, premiata anche con un Pulitzer nel 2006, l’autrice australiana, statunitense d’adozione, ha dimostrato di saper maneggiare magistralmente sia l’invenzione letteraria che il dato storico, tessendoli insieme in trame che viaggiano nel tempo e nello spazio. Dall’Inghilterra del Seicento falcidiata dalla peste (Annus Mirabilis) all’America settentrionale dei primi coloni e dell’incontro con i nativi (L’isola dei due mondi), alla rivisitazione della storia del biblico Davide ne L’armonia segreta.

Ne dà ulteriore prova con il suo nuovo romanzo, Come il vento (Neri Pozza). Nell’edizione originale è intitolato semplicemente Horse: perché il protagonista, il fantasma l…

Da ex reporter di vaglia per grandi giornali come il New York Times e il Washington Post, Geraldine Brooks sostiene che la verità può rivelarsi spesso più appassionante dell’invenzione. E tuttavia nella sua carriera letteraria, premiata anche con un Pulitzer nel 2006, l’autrice australiana, statunitense d’adozione, ha dimostrato di saper maneggiare magistralmente sia l’invenzione letteraria che il dato storico, tessendoli insieme in trame che viaggiano nel tempo e nello spazio. Dall’Inghilterra del Seicento falcidiata dalla peste (Annus Mirabilis) all’America settentrionale dei primi coloni e dell’incontro con i nativi (L’isola dei due mondi), alla rivisitazione della storia del biblico Davide ne L’armonia segreta.

Ne dà ulteriore prova con il suo nuovo romanzo, Come il vento (Neri Pozza). Nell’edizione originale è intitolato semplicemente Horse: perché il protagonista, il fantasma leggiadro e veloce che attraversa queste pagine non è un semplice quadrupede, ma il cavallo per eccellenza, il più celebre campione da corsa degli Stati Uniti del XIX secolo, mito di un’epoca in cui l’ippica per gli americani era una passione assoluta, condivisa da tutte le classi sociali e capace di unire il Nord abolizionista e il Sud schiavista. Seguendo le tracce di Lexington, questo il nome del cavallo, Brooks ricostruisce una storia di schiavitù e libertà, e la intreccia con un racconto contemporaneo sul razzismo della società Usa ai tempi di Black Lives Matter.

La narrazione storica, che ha solide basi documentali (le scopriamo nelle ultime pagine, dove l’autrice fa la lista dei personaggi realmente esistiti) prende il via in una piantagione del Kentucky. Nell’America rurale, i cavalli da corsa sono per i proprietari terrieri un simbolo di status come nessun altro: più della terra, più del numero di schiavi che la lavorano, più delle perdite al gioco che possono permettersi, sono i purosangue delle loro scuderie a qualificarli come uomini di mondo. Ma a occuparsi di quelle bestie preziose, costose e delicate, ad allevarli e a farli gareggiare, sono uomini neri.

Gli addestratori e i fantini, quasi sempre schiavi, godono di uno status diverso da chi lavora nei campi o nelle case, ma sono anch’essi soggetti all’arbitrio del proprio padrone. E così Jarret, il giovane ragazzo nero protagonista del romanzo, cresciuto con Lexington e legato all’animale da un rapporto di amore e rispetto profondo, cambia più volte proprietario insieme al cavallo, seguendo la scia dei suoi straordinari successi: dalla piantagione arriverà ragazzo a New Orleans, vedendosi scorrere davanti la vita di una città in cui i colori della pelle e le gerarchie sociali, caso unico per quei tempi, si mescolano e talvolta si rovesciano.

Diventato un giovane adulto, Jarret sfiorerà i campi di battaglia carichi di morte della Guerra di Secessione del 1865 e si ritroverà uomo alla sua conclusione, in cerca di una vita degna in una società che ha formalmente abolito la schiavitù ma non ha saputo sconfiggere le radici della diseguaglianza. Oltre un secolo e mezzo dopo, sarà proprio una tela che ritrae Jarret insieme a Lexington, dipinta da un pittore ottocentesco specializzato in ritratti equestri, a far conoscere e poi innamorare Jess, una giovane scienziata dello Smithsonian di Washington, l’istituto che conserva lo scheletro del cavallo, e Theo, un giovane storico dell’arte nero. La loro storia è l’altro filo che Brooks intreccia nella trama: sono due giovani accademici brillanti e pieni di possibilità. Eppure anche le loro vite saranno tragicamente decise dalla variabile della discriminazione razziale. In tempi di cancel culture, Brooks non ha avuto paura di confrontarsi, da autrice bianca, con una storia che mostra il peccato originale della società in cui vive. E così ci mostra quanto il passato viva sempre nel presente. Talvolta consegnando qualche buona lezione, talaltra sporcandolo ancora di sangue e ingiustizia.


Il libro. Come il vento di Geraldine Brooks (Neri Pozza, traduzione di Massimo Ortelio, pagg. 400, euro 20)