✕

Tutti i sensi della Divina Commedia

"Dante. Orizzonti dell'esilio", il saggio di Alberto Manguel e Nicola Giuseppe Smerilli, ci mostra l’importanza dei paesaggi e degli elementi sensibili nel capolavoro della nostra letteratura
4 minuti di lettura

Dante, nella Divina Commedia (Inf. VI, 7-12); nevica (Inf. XXIV, 4-9); fa freddo, al punto che l’acqua si raggela in un vetro trasparente e spaventoso (Inf. XXXII, 22 e seguenti). Il sole tramonta, nell’ora stupenda e struggente della fine del giorno (Purg. VIII, 1-6); la luna sorge, irresistibilmente seducente (Purg. XVIII, 76-78); le stelle tremolano inaccessibili e pure (Purg. I, 22-27). La bellezza delle notti di giugno riempie la pagina del suo oscuro fulgore (Inf. XXVI, 25-33).

Il fuoco divora le carni (Inf. XV) e “affina” le anime (Purg. XXVI, 148). La terra si condensa in blocchi aspri sputati rovinosamente dal caos (Inf. XIII 1-10, 42-45), e si erge come parete invalicabile che separa dalla destinazione. Il tanfo insopportabile (Inf. XXX, 99) si alterna ai profumi celestiali (Purg. XXVIII, 6). Il frastuono (Inf. III, 23-33) viene ingoiato dal silenzio sepolcrale (Inf. XXVI) e riscattato da melodie in cui l’essere si fa musica, la legge ontologic…

Dante, nella Divina Commedia (Inf. VI, 7-12); nevica (Inf. XXIV, 4-9); fa freddo, al punto che l’acqua si raggela in un vetro trasparente e spaventoso (Inf. XXXII, 22 e seguenti). Il sole tramonta, nell’ora stupenda e struggente della fine del giorno (Purg. VIII, 1-6); la luna sorge, irresistibilmente seducente (Purg. XVIII, 76-78); le stelle tremolano inaccessibili e pure (Purg. I, 22-27). La bellezza delle notti di giugno riempie la pagina del suo oscuro fulgore (Inf. XXVI, 25-33).

Il fuoco divora le carni (Inf. XV) e “affina” le anime (Purg. XXVI, 148). La terra si condensa in blocchi aspri sputati rovinosamente dal caos (Inf. XIII 1-10, 42-45), e si erge come parete invalicabile che separa dalla destinazione. Il tanfo insopportabile (Inf. XXX, 99) si alterna ai profumi celestiali (Purg. XXVIII, 6). Il frastuono (Inf. III, 23-33) viene ingoiato dal silenzio sepolcrale (Inf. XXVI) e riscattato da melodie in cui l’essere si fa musica, la legge ontologica si fa armonia sonora (Par. I). La bellezza edenica di una natura eternamente primaverile (Purg. XXVIII, 7 e seguenti) si inanella con la rarefazione immateriale delle sfere celesti, in cui la luce diviene l’unica presenza fisica, ponte misterioso con la materia sublimata ma insopprimibile (Par. XXXIII, 67-72).


Il viaggio ultraterreno di Dante è una grande avventura meteorologica e sensoriale, popolata di tutti i fenomeni atmosferici e climatici che scandiscono il ritmo annuale delle stagioni, intessuta di tutte le vertigini percettive che segnalano la stanchezza, il dolore, la gioia, la paura, il piacere, la contemplazione. Acqua, Aria, Fuoco, Terra — il tetragramma materiale della condizione terrena — si iscrivono nel poema dantesco come evidenze sensoriali che la scrittura poetica annoda in sintassi simbolica, modellandole in paesaggi cognitivi ed esperienze emotive di inesauribile potenza.
L’urgenza percettiva si fa strada nella Commedia come tessuto sonoro e come orizzonte visuale che incatena la lettura al corpo, la parola alla carne, trascrivendo in verità poetica la verità teologica dell’incarnazione. Non c’è al di qua terreno che superi per potenza corporea l’aldilà dantesco: il senso simbolico conferito dall’allegoria riscatta l’esperienza contingente da ogni transitorietà, portando alla luce la sua irrevocabilità eterna. Nel poema, il dettaglio paesaggistico e sensoriale non è mai perciò semplice ornamento descrittivo ma accesso simbolico a una esperienza spirituale; il registro percettivo è veicolo di una intuizione metafisica.


Questa fedeltà all’orizzonte corporeo del logos, della Parola, fa della Commedia un testo alla perenne ricerca della propria traduzione espressiva in immagini, motore di una straordinaria storia pittorica, in cui artisti sublimi come Botticelli e Blake, Zuccari e Rauschenberg, si misurano con la sfida formidabile di fare di quello di Dante un «visibile parlare» (Purg. X, 95), creando un ponte pittorico tra la parola e il suo significato, tra la pagina scritta e la sua matrice sensoriale e immaginativa.


In questa tradizione di esplorazione della potenza germinativa della Commedia nel campo della propria traduzione iconografica, si colloca lo splendido volume costruito a quattro mani da Alberto Manguel e Nicola Giuseppe Smerilli, Dante. Orizzonti dell’esilio (Olschki) che raccoglie una serie di testi dello scrittore argentino e le foto-pittura dedicate dall’artista abruzzese all’universo dantesco (una cui selezione è in mostra a Ravenna, agli Antichi Chiostri francescani, fino al 31 dicembre).


Singolare e innovativo è tuttavia il movimento concettuale e iconico in cui si articola il volume, che non si offre come una silloge illustrativa dei contenuti della Commedia, ma come una sorta di ricostruzione genealogica dei processi visivi registrati nel poema, mossa da una domanda tanto semplice quanto originale: che cosa ha visto Dante e come l’ha visto per arrivare a riversarlo nella sua opera come uno straordinario paesaggio metafisico che a distanza di secoli non ha perso nulla della sua freschezza di parola e di sensazione?


L’intuizione di fondo — straordinariamente convincente — è che Ravenna, con il complesso celestiale dei suoi mosaici, sia il motore primo della geografia mistica del Paradiso, e che il doloroso pellegrinaggio dell’esilio ventennale, un andirivieni estenuante tra Italia centrale e settentrionale, attraversamento di campagne invernali e paludi malariche, ripidi versanti appenninici e foreste casentinesi, paesini sperduti e chiese solitarie, sia l’orizzonte topologico in cui si tessono i paesaggi della Commedia, dando loro il sapore amaro e autentico della fatica fisica e dell’intimità corporea con lo spazio trasmessa dai lunghi spostamenti all’aperto.


Quello che le splendide foto-pittura di Smerilli pretendono comunicare non è perciò la riproduzione mimetica dei luoghi visitati dal poeta, ma la loro recezione estetica, nei lunghi viaggi e nella contemplazione estatica fruita negli spazi sacri ravennati. La bellezza commovente delle immagini non fa così velo all’impasto di dolore e trasfigurazione visionaria che è alla base della trascrizione letteraria della propria esperienza da parte di Dante: il marchio dell’esilio, come sottolineano Alberto Manguel e Carlo Ossola (autore di una nota al volume), è la ferita che ha aperto nella carne del poeta la potenza della differenza come fattore di autotrascendimento nel senso. L’esilio ha dislocato Dante da sé stesso, dalle proprie appartenenze politiche, familiari, esistenziali, ha messo in moto in lui quell’urgenza d’altrove che nell’impatto doloroso con cui castiga ogni autosufficienza si rivela figura di salvezza e matrice di parola.


Il viaggio è la sintassi della vita, così come il tetragramma dei quattro elementi fisici (acqua, aria, fuoco, terra) ne è la grammatica fisica, da semantizzare come avventura poetica che riscatta la vanità della materia nella permanenza del senso, e nella speranza della resurrezione. Il vedere, il percepire, che si imprime nell’uomo con la violenza irrefutabile della evidenza materiale e del suo stigma di corruttibilità, deve coniugarsi all’alterità dischiusa dal desiderio per dire, tutt’intera, la verità della condizione umana, della sua destinazione eterna.


La fedeltà al qui e ora si coniuga così con la fedeltà all’altrove e al non ancora: non per niente il poeta dichiara che alla sua opera hanno posto mano ugualmente cielo e terra (Par. XXV, 1-3). La verità ultima della percezione si dischiude solo nella consapevolezza della differenza che l’attraversa, appresa da Dante alla scuola dello spossessamento. L’esilio ha svelato al poeta la più profonda natura del desiderio: sete non di avere ma di essere quello per cui siamo nati, esseri chiamati alla vita che non passa, alla parola che non si spegne in non senso, ma dura per sempre nella verità che pronuncia.

L’autrice è docente presso la Facoltà di Teologia dell’Università Cattolica di Lisbona

Il libro. Alberto Manguel e Nicola Giuseppe Smerilli, Dante. Orizzonti dell’esilio (Olschki, pagg. 152, euro 60)