Annie Ernaux al Nobel: "Scrivo per vendicare le ingiustizie"
di Raffaella De Santis , di Raffaella De SantisEmozionata ma ferma, Annie Ernaux ha pronunciato nella sede dell'Accademia svedese un discorso limpido che è una dichiarazione sul valore politico della letteratura: scrivere per vendicare le ingiustizie, scrivere per emanciparsi. Parole che dette oggi, nell'epoca dell'intrattenimento come fede esistenziale, suonano come una musica nuova, una sveglia.
Una scrittura sociale e femminista, in cui le istanze di classe e quelle legate al sesso e al gender fanno parte della stessa idea di fondo: la scrittura come spazio di emancipazione, luogo dell'accoglienza. E allora meglio dimenticarsi di coccolare la bellezza e affondare, sviscerare la verità, farsi aspra, piatta, incolore se serve a cercare di capire l'indicibile che si ha dentro: "Ho dovuto rompere con lo 'scrivere bene' e con le belle frasi". Di nuovo la scrittura come atto politico: "Quando l'indicibile viene portato alla luce è un fatto politico". E&nbs…
Emozionata ma ferma, Annie Ernaux ha pronunciato nella sede dell'Accademia svedese un discorso limpido che è una dichiarazione sul valore politico della letteratura: scrivere per vendicare le ingiustizie, scrivere per emanciparsi. Parole che dette oggi, nell'epoca dell'intrattenimento come fede esistenziale, suonano come una musica nuova, una sveglia.
Una scrittura sociale e femminista, in cui le istanze di classe e quelle legate al sesso e al gender fanno parte della stessa idea di fondo: la scrittura come spazio di emancipazione, luogo dell'accoglienza. E allora meglio dimenticarsi di coccolare la bellezza e affondare, sviscerare la verità, farsi aspra, piatta, incolore se serve a cercare di capire l'indicibile che si ha dentro: "Ho dovuto rompere con lo 'scrivere bene' e con le belle frasi". Di nuovo la scrittura come atto politico: "Quando l'indicibile viene portato alla luce è un fatto politico". E viene in mente un'immagine di un'altra scrittice Nobel, Olga Tokarczuk, che parlando di sé si è paragonata a un macellaio con il coltello in mano: immagine pazzesca che spazza via ogni idea romantica di ispirazione.
Ernaux va oltre, salta l'ostacolo tra diritti sociali e civili: la scrittura serve a comprendere la doppia frattura, quella della classe sociale di provenienza (una famiglia modesta della Normandia) e quella di lei come donna. Va indietro per spiegare, torna al tempo in cui era studentessa e se si voleva interrompere la gravidanza bisognava ricorrere ad aborti clandestini. Non cita il suo romanzo L'evento (L'Evénement nel 1999, pubblicato nel 2000 da Gallimard) in cui racconta il suo aborto clandestino ma il suo primo libro Gli Armadi vuoti, che già conteneva un accenno a quella vicenda: "E così, senza essere consapevole all'epoca, quel primo libro pubblicato nel 1974, ha tracciato l'ambito in cui avrei collocato la mia scrittura, un ambito sia sociale che femminista".
Poi racconta così l'esperienza sofferta della maternità: "Sposata, con due figli, un lavoro da insegnante e la piena responsabilità nelle faccende domestiche ogni giorno mi allontanavo sempre più dalla promessa di vendicare il mio popolo. Non potevo leggere la parabola Davanti alla legge del Processo di Kafka senza vedere il mio destino: morire senza aver mai varcato il cancello costruito apposta per me, il libro che solo io potevo scrivere".
Una citazione apre il discorso gentile e feroce della scrittrice. Una frase secca: "Scriverò per vendicare la mia razza, jécrirai pour venger ma race". Lapidaria. Chiara e violenta, dice Ernaux. Una frase che fa eco a quella di Rimbaud: "Sono di razza inferiore dall'eternità". Da quella frase parte la storia di una giovane che sognava di fare la scrittrice non per trastullare il suo Io ma per senso di giustizia. Chapeau.
Nata a Lillebone nel 1940 in una famiglia popolare la giovane Ernaux legge e trova nei libri la strada per cambiare la sua condizione. Elenca i libri che divorava: Don Chisciotte, David Copperfield, I viaggi di Gulliver, Jane Eyre, le favole dei Grimm e di Andersen, Via col vento, I miserabili, la Nausea, Lo Straniero, Furore. E poi i suoi numi tutelari, Flaubert e Virginia Woolf: "La letteratura era una sorta di continente nel quale io inconsciamente sedevo in opposizione al mio ambiente sociale".
Ultimo passaggio, quello sull'Io. Si è scritto molto sull'uso della prima persona di Ernaux, il suo io plurale che travalica l'esperienza personale. Davanti agli accademici svedesi, guardando la platea nella quale sedeva ad applaudirla anche il Nobel dello scorso anno, Abdulrazak Gurnah, la scrittrice ha rivendicato la prima persona difendendola delle accuse di narcisismo. Ha difeso il suo Io, "una forma sia maschile che femminile", "uno strumento esplorativo che cattura le sensazioni". Qui la citazione è da Victor Hugo: "Nessuno di noi ha l'onore di vivere una vita che è soltanto sua". L'io come conquista democratica del secolo dei lumi, affermazione contro il privilegio dei nobili ad essere rappresentati, come diritto alla libertà di espressione e di parola. Ci sono anche io, dice Ernaux.
Nel discorso non mancano naturalmente riferimenti all'attualità. Se la letteratura è politica, se scrivere è l'arma degli oppressi, Ernaux non poteva non citare le donne iraniane che "hanno trovato le parole per scompaginare il potere maschile" e l'oscurantismo della Russia di Putin, un'ideologia fondata "sull'esclusione degli stranieri e degli immigrati, sull'abbandono delle persone economicamente più deboli, sulla sorveglianza del corpo delle donne".
La conclusione è ancora su quella promessa giovanile: vendicare quelli come me. Per farlo ci vuole forza, rabbia, desiderio, per "dare un posto nella storia". La letteratura altro non è che questo "spazio di emancipazione".