Il mio Nobel è vendetta
di Annie Ernaux , di Annie ErnauxDa dove cominciare? questa domanda me la sono posta decine di volte davanti alla pagina bianca. Come se dovessi di trovare la frase, la sola, che mi permetterà di entrare della scrittura del libro e toglierà in un colpo solo tutti i dubbi. Una sorta di chiave. Oggi, per affrontare una situazione che, passato lo stupore dell'evento ("Sta davvero succedendo a me?"), la mia immaginazione mi presenta con uno sgomento crescente, mi sento invadere dalla stessa necessità. Trovare la frase che mi darà la libertà e la fermezza di parlare senza tremare, in questo posto dove mi avete invitata stasera.
Questa frase non ho bisogno di cercarla lontano. Emerge da sé. In tutta la sua nettezza, la sua violenza. Lapidaria. Inoppugnabile. È stata scritta sessant'anni fa nel mio diario personale. Scriverò per vendicare la mia razza. Faceva eco al grido di Rimbaud: "Sono di razza inferiore dall'eternità". Avevo…
Da dove cominciare? questa domanda me la sono posta decine di volte davanti alla pagina bianca. Come se dovessi di trovare la frase, la sola, che mi permetterà di entrare della scrittura del libro e toglierà in un colpo solo tutti i dubbi. Una sorta di chiave. Oggi, per affrontare una situazione che, passato lo stupore dell'evento ("Sta davvero succedendo a me?"), la mia immaginazione mi presenta con uno sgomento crescente, mi sento invadere dalla stessa necessità. Trovare la frase che mi darà la libertà e la fermezza di parlare senza tremare, in questo posto dove mi avete invitata stasera.
Questa frase non ho bisogno di cercarla lontano. Emerge da sé. In tutta la sua nettezza, la sua violenza. Lapidaria. Inoppugnabile. È stata scritta sessant'anni fa nel mio diario personale. Scriverò per vendicare la mia razza. Faceva eco al grido di Rimbaud: "Sono di razza inferiore dall'eternità". Avevo ventidue anni. Studiavo lettere in un'università di provincia, tra ragazze e ragazzi provenienti nella maggior parte dei casi dalla borghesia locale. Io pensavo, orgogliosamente e ingenuamente, che scrivere dei libri, diventare scrittrice venendo da una stirpe di contadini senza terra, operai e piccoli commercianti, di persone disprezzate per le loro maniere, il loro accento, la loro mancanza di cultura, sarebbe bastato a riparare l'ingiustizia sociale della nascita. Che una vittoria individuale potesse cancellare secoli di dominazioni e di povertà, in un'illusione che la Scuola aveva già coltivato in me con la mia riuscita negli studi. In che modo la mia realizzazione personale avrebbe potuto riscattare una qualunque delle umiliazioni e delle offese subite? Non mi ponevo la domanda. Avevo qualche giustificazione.
Da quando avevo imparato a leggere, i libri erano i miei compagni, la lettura la mia occupazione naturale al di fuori della scuola. Questo gusto era coltivato da una madre essa stessa grande lettrice di romanzi, fra un cliente e l'altro del suo negozio, una madre che preferiva vedermi leggere che cucire e ricamare. Il costo elevato dei libri, la diffidenza di cui erano oggetto nella mia scuola religiosa me li rendevano ancora più desiderabili. Don Chisciotte, I viaggi di Gulliver, Jane Eyre, le fiabe dei Grimm e di Andersen, David Copperfield, Via col vento, più tardi I miserabili, Furore, La nausea, Lo straniero: era il caso, più che le indicazioni che mi venivano dalla scuola, a guidare le mie letture.
La scelta di studiare lettere era stata la scelta di rimanere nella letteratura, diventata il valore superiore a tutti gli altri, un modo stesso di vivere che mi faceva proiettare in un romanzo di Flaubert o di Virginia Woolf e viverlo alla lettera. Una sorta di continente che contrapponevo inconsciamente al mio ambiente sociale. E concepivo la scrittura unicamente come la possibilità di trasfigurare la realtà.
Non fu il rifiuto di un primo romanzo da parte di due o tre editori (romanzo il cui solo merito era la ricerca di una forma nuova) ad abbattere il mio desiderio e il mio orgoglio. Furono certe situazioni della vita dove essere una donna pesava in modo ben diverso dall'essere un uomo, in una società dove i ruoli erano definiti in base al sesso, la contraccezione era proibita e l'interruzione di gravidanza era un reato. Sposata con due bambini, un mestiere di insegnante e il carico della famiglia da mandare avanti, mi allontanavo sempre di più ogni giorno che passava dalla scrittura e dalla promessa di vendicare la mia razza. Non riuscivo a leggere "La parabola della legge" nel Processo di Kafka senza vedervi raffigurato il mio destino: morire senza essere riuscita a varcare quella porta fatta apposta per me, il libro che solo io avrei potuto scrivere.
Ma non avevo tenuto conto del caso, privato e storico. La morte di un padre che passa a miglior vita tre giorni dopo il mio arrivo a casa sua per le vacanze, un posto da insegnante in classi i cui allievi provengono da ambienti popolari simili al mio, movimenti mondiali di contestazione: tutti elementi che mi riportavano, attraverso percorsi imprevisti e sensibili al mondo delle mie origini, alla mia "razza", e che davano al mio desiderio di scrivere un carattere d'urgenza segreto e assoluto. Questa volta non si trattava di abbandonarmi a quell'illusorio "scrivere su niente" dei miei vent'anni, ma di tuffarmi nell'indicibile di una memoria rimossa e di mettere in luce il modo di esistere della mia gente. Scrivere allo scopo di comprendere le ragioni, in me e fuori di me, che mi avevano allontanata dalle mie origini.
Nessuna forma di scrittura è ovvia ed evidente. Ma quelli, immigrati, che non parlano più la lingua dei loro genitori, e quelli, transfughi di classe sociale, che non hanno più interamente la stessa lingua, che pensano e si esprimono con altre parole, tutti loro si trovano di fronte a degli ostacoli supplementari. Un dilemma. Avvertono la difficoltà, per non dire proprio l'impossibilità, di scrivere nella lingua acquisita, dominante, che hanno imparato a padroneggiare e che ammirano nelle sue opere, tutto ciò che ha a che fare con il loro mondo di origine, quel mondo primo fatto di sensazioni, di parole che esprimono la vita quotidiana, il lavoro, il posto occupato nella società. Da un lato c'è la lingua in cui hanno imparato a dare un nome alle cose, con la sua brutalità, con i suoi silenzi, quello, per esempio, del faccia a faccia fra una madre e un figlio nel bellissimo testo di Albert Camus, "Tra sì e no". Dall'altro, ci sono i modelli delle opere ammirate, interiorizzate, quelle che hanno aperto quell'universo primo e a cui sentono di dovere la loro elevazione, che spesso considerano perfino la loro vera patria. Nella mia figuravano Flaubert, Proust, Virginia Woolf: al momento di riprendere la scrittura, non mi erano di alcun aiuto. Dovevo rompere con lo "scrivere bene", la bella frase, quella stessa che insegnavo ai miei alunni, per estirpare, esibire e comprendere la lacerazione che mi attraversava. Spontaneamente, è il fracasso di una lingua che veicolava collera e derisione, perfino volgarità, che è venuto fuori, una lingua dell'eccesso, ribelle, usata spesso dagli umiliati e offesi come unico modo per rispondere alla memoria del disprezzo, della vergogna e della vergogna della vergogna.
Mi è apparso evidente altrettanto presto, al punto di non riuscire a concepire altro punto di partenza, che dovevo ancorare il racconto della mia lacerazione sociale nella situazione che era stata la mia quando studiavo, quella, rivoltante, a cui lo Stato francese condannava sempre le donne, il ricorso all'aborto clandestino nelle mani di una mammana. E volevo descrivere tutto quello che è successo al mio corpo di ragazza, la scoperta del piacere, le regole. Così, in quel primo libro, pubblicato nel 1974, senza che allora ne fossi consapevole, si trovava definita l'aria in cui avrei collocato il mio lavoro di scrittura, un'aria al tempo stesso sociale e femminista. Vendicare la mia razza e vendicare il mio sesso da quel momento sarebbero stati tutt'uno.
Come si fa a interrogarsi sulla vita senza interrogarsi anche sulla scrittura? Senza domandarsi se quest'ultima conforta o disturba le rappresentazioni ammesse, interiorizzate sugli esseri e sulle cose? La scrittura ribelle, con la sua violenza e la sua derisione, non rifletteva un atteggiamento da dominata? Quando il lettore era un privilegiato culturale, nei confronti del personaggio del libro conservava la stessa posizione soverchiante e condiscendente che aveva nella vita reale. In origine, dunque, fu per eludere quello sguardo che, rivolto su mio padre di cui volevo raccontare la vita sarebbe stato insostenibile e, a mio sentire, un tradimento, che adottai, a partire dal mio quarto libro, una scrittura neutra, oggettiva, "piatta" nel senso che non comportava né metafore né segni di emozione. La violenza non era più esibita, veniva dai fatti stessi e non dalla scrittura. Trovare le parole che contengono al tempo stesso la realtà e la sensazione procurata dalla realtà, sarebbe diventata, fino a oggi, la mia preoccupazione costante nello scrivere, non importa di cosa.
Continuare a dire "io" mi era necessario. La prima persona, quella attraverso cui, nella maggior parte delle lingue, esistiamo dal momento in cui impariamo a parlare, fino alla morte, è spesso considerata, nel suo uso letterario, come narcisistica nel momento in cui si riferisce all'autore invece che a un "io" presentato come fittizio. È il caso di ricordare che l'"io", fino a quel momento privilegio dei nobili che raccontavano grandi fatti d'armi nelle loro memorie, in Francia è una conquista democratica del XVIII secolo, l'affermazione dell'uguaglianza degli individui e del diritto a essere soggetto della propria storia, come rivendica Jean-Jacques Rousseau in quel primo preambolo delle Confessioni: "E che non mi si obbietti che essendo soltanto un uomo del popolo non avrei da dire nulla che meriti l'attenzione dei lettori. [...] In qualunque oscurità sia vissuto, se ho pensato più e meglio dei re, la storia della mia anima è più interessante della loro".
Non era quest'orgoglio plebeo a motivarmi (anche se...), bensì il desiderio di servirmi dell'"io", forma al tempo stesso maschile e femminile, come uno strumento esplorativo che capta le sensazioni, quelle che la memoria ha sotterrato, quelle che il mondo intorno non cessa di trasmetterci, ovunque e in continuazione. Questo preliminare della sensazione è diventato per me al contempo la guida e la garanzia dell'autenticità della mia ricerca. Ma a quali fini? Non si tratta per me di raccontare la storia della mia vita, né di liberarmi dei suoi segreti, ma di decifrare una situazione vissuta, un evento, una relazione amorosa e svelare in questo modo qualcosa che solo la scrittura può far esistere e passare, forse, in altre coscienze, in altre memorie. Chi potrebbe dire che l'amore, il dolore e il lutto, la vergogna, non sono universali? Victor Hugo ha scritto: "Nessuno di noi ha l'onore di avere una vita che sia sua". Ma poiché ogni cosa viene vissuta inesorabilmente in modalità individuale ("È a me che succede"), può essere letta nello stesso modo soltanto se l'"io" del libro diventa, in un certo modo, trasparente, e quello del lettore o della lettrice ne prende il posto. Se questo "io", insomma, diventa transpersonale, se il singolare assurge all'universale.
È così che ho concepito il mio impegno nella scrittura, che non consiste nello scrivere "per" una categoria di lettori, ma "partendo" dalla mia esperienza di donna e di immigrata interna, dalla mia memoria ormai sempre più lunga degli anni attraversati, dal presente, fornitore incessante di immagini e parole degli altri. Questo impegno come pegno di me stessa nella scrittura, e sostenuto dalla credenza, divenuta certezza, che un libro possa contribuire a cambiare la vita personale, a spezzare la solitudine delle cose subite e seppellite, a pensarsi in modo diverso. Quando l'indicibile viene alla luce, è politico.
Lo vediamo oggi con la rivolta di quelle donne che hanno trovato le parole per scompaginare il potere maschile e si sono sollevate, come in Iran, contro la sua forma più violenta e più arcaica. Scrivendo in un Paese democratico, continuo a interrogarmi, tuttavia, sul posto occupato dalle donne, anche in campo letterario. La loro legittimità a produrre opere non è ancora acquisita. In Francia e in tutto il mondo ci sono intellettuali maschi per cui i libri scritti dalle donne semplicemente non esistono, non li citano mai. Il riconoscimento del mio lavoro da parte dell'Accademia di Svezia rappresenta un segnale di giustizia e di speranza per tutte le scrittrici.
Portando alla luce l'indicibile sociale, questa interiorizzazione dei rapporti di dominazione di classe e/o di razza, di sesso anche, che viene percepita soltanto da coloro che ne sono oggetto, si crea la possibilità di un'emancipazione individuale ma anche collettiva. Decifrare il mondo reale spogliandolo delle visioni e dei valori di cui la lingua, ogni lingua, è portatrice, vuol dire sconvolgere l'ordine costituito, scompaginarne le gerarchie.
Ma non confondo questa azione politica della scrittura letteraria, sottoposta alla ricezione da parte del lettore o della lettrice, con le prese di posizioni che mi sento tenuta a prendere rispetto agli avvenimenti, ai conflitti e alle idee. Sono cresciuta nella generazione del dopoguerra, dov'era dato per scontato che scrittori e intellettuali prendessero posizione rispetto alla politica della Francia e prendessero parte alle lotte sociali. Nessuno oggi è in grado di dire se le cose sarebbero andate diversamente senza la loro parola e il loro coinvolgimento. Nel mondo attuale, dove la molteplicità delle fonti di informazione, la rapidità con cui le immagini vengono sostituite da altre immagini, l'assuefazione a una forma di indifferenza, si è tentati di concentrarsi sulla propria arte. Ma allo stesso tempo c'è in Europa, ancora mascherata dalla violenza di una guerra imperialista condotta dal dittatore a capo della Russia, l'ascesa di un'ideologia di ripiegamento e di fermezza, che si diffonde e guadagna continuamente terreno in Paesi fin qui democratici. Fondata sull'esclusione degli stranieri e degli immigrati, l'abbandono delle persone economicamente deboli, la sorveglianza del corpo delle donne, impone a me come a tutti coloro per cui ogni essere umano ha lo stesso valore, sempre e ovunque, un dovere di vigilanza. Quanto al peso del salvataggio del pianeta, distrutto in gran parte dall'appetito delle potenze economiche, non può gravare su chi è già svantaggiato. Il silenzio, in certi momenti della storia, non è accettabile.
Accordandomi la più alta onorificenza letteraria che esista, sono un lavoro di scrittura e una ricerca personale condotti nella solitudine e nel dubbio che si trovano a essere sotto i riflettori. Non mi lascio abbagliare. Non considero l'attribuzione del premio Nobel che mi è stata fatta come una vittoria individuale. Non è né orgoglio né modestia pensare che sia, in un certo modo, una vittoria collettiva. Ne condivido la fierezza con tutti coloro e tutte coloro che in un modo o nell'altro auspicano più libertà, più uguaglianza e più dignità per tutti gli esseri umani, qualunque sia il loro sesso e il loro genere, la loro pelle e la loro cultura. Gli uomini e le donne che pensano alle generazioni a venire, alla salvaguardia di una Terra che la fame di profitto di un piccolo numero di individui continua a rendere sempre meno vivibile per l'insieme delle popolazioni.
Se ripenso alla promessa fatta a vent'anni di vendicare la mia razza, non saprei dire se l'abbia realizzata. È da quella razza, dai miei antenati, uomini e donne avvezzi a fatiche che li hanno fatti morire presto, che ho ricevuto abbastanza forza e abbastanza collera per avere il desiderio e l'ambizione di ritagliare loro un posto nella letteratura, in questo insieme di voci molteplici che mi ha accompagnata fin da giovanissima, dandomi accesso ad altri mondi e ad altri pensieri, compreso quello di ribellarmi contro di essa e di volerla modificare. Per iscrivere la mia voce di donna e di transfuga sociale in quel luogo che si presenta sempre come un luogo di emancipazione: la letteratura.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
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