Serve un nuovo vocabolario della Terra e dell'ambiente
di Antonio Politano , di Antonio PolitanoChe relazione c'è tra la conservazione della natura e il colonialismo? Che implicazioni hanno termini come wilderness, concetti come viaggiatori/nomadi? Ne offre una spiegazione la Guida per decolonizzare il linguaggio nella conservazione lanciata nelle scorse settimane da Survival International, movimento mondiale che si batte per i diritti dei popoli indigeni.
Tanto più utile in questi giorni perché una delle questioni al centro del dibattito alla Cop15 sulla biodiversità, in corso a Montréal, è il cosiddetto target 30x30 che dietro un valore (rendere area protetta il 30% del pianeta entro il 2030) nasconde un pericolo (espulsione delle comunità indigene che abitano quelle terre e le usano per la propria sussistenza).
Ne abbiamo parlato con Fiore Longo, ricercatrice e antropologa, responsabile della campagna di Survival per decolonizzare la conservazione. Di seguito le sue risposte, organizzate per voci.
Wilderness
"L'i…
Che relazione c'è tra la conservazione della natura e il colonialismo? Che implicazioni hanno termini come wilderness, concetti come viaggiatori/nomadi? Ne offre una spiegazione la Guida per decolonizzare il linguaggio nella conservazione lanciata nelle scorse settimane da Survival International, movimento mondiale che si batte per i diritti dei popoli indigeni.
Tanto più utile in questi giorni perché una delle questioni al centro del dibattito alla Cop15 sulla biodiversità, in corso a Montréal, è il cosiddetto target 30x30 che dietro un valore (rendere area protetta il 30% del pianeta entro il 2030) nasconde un pericolo (espulsione delle comunità indigene che abitano quelle terre e le usano per la propria sussistenza).
Ne abbiamo parlato con Fiore Longo, ricercatrice e antropologa, responsabile della campagna di Survival per decolonizzare la conservazione. Di seguito le sue risposte, organizzate per voci.
Wilderness
"L'idea di una natura selvaggia, vergine, non intaccata dagli esseri umani, non è neutrale e neppure scientifica. È un mito coloniale, costruito a spese di altri, quegli altri che abbiamo sacrificato per dar vita ai nostri sogni di turisti. Gli ambienti naturali più famosi al mondo - come lo Yellowstone, l'Amazzonia e il Serengeti - sono le terre ancestrali di milioni di indigeni che per millenni li hanno plasmati, alimentati, protetti e ne sono stati dipendenti. L'idea di wilderness ha le sue radici negli Stati Uniti di fine '800. L'abilità dei Nativi Americani nel creare paesaggi biodiversi fu rimpiazzata dalla convinzione che sia stata la natura (e Dio) a creare le terre che i coloni bianchi erano ora chiamati a proteggere. Seguendo questo modello, molte altre terre indigene in Africa e in Asia furono ritratte come vuote in modo da potersene appropriare".
Conservazione fortezza
"È il modello di protezione della natura più comune e dominante, soprattutto in Africa e in Asia, giustificato in base al principio che gli esseri umani - ma, in verità, si intendono i locali - costituiscano una minaccia per l'ambiente e che qualsiasi attività umana sia incompatibile con la protezione della natura. Si basa sulla violenza e sull'esclusione dei popoli indigeni e di altre comunità locali dalle loro terre ancestrali. Non crea una fortezza attorno alla natura, per tutti indistintamente; solo per alcuni soggetti considerati "indesiderabili". Una volta istituiti un parco nazionale o una riserva faunistica, quegli stessi gruppi governativi o della conservazione che hanno sfrattato la popolazione locale vi incoraggiano il turismo, facilitano la caccia sportiva da trofeo, permettono il taglio del legname, le attività minerarie e altre estrazioni di risorse. Si continuano a trattare i custodi originari della terra come un fastidio da affrontare, invece che come esperti di biodiversità locale e partner cruciali nella tutela della natura".
Viaggiatori vs. nomadi
"Spesso, per esempio in Africa orientale, la parola viaggiatori è utilizzata in senso positivo per descrivere persone, abitualmente turisti bianchi, con la libertà e il diritto di andare ovunque. Nomade, al contrario, è quasi sempre usato in senso dispregiativo. I pastori Masai che vivono da generazioni in Kenya e Tanzania sono in un certo senso nomadi, perché si spostano lungo enormi distese di terre per far pascolare il bestiame. Ma quella su cui si spostano è la loro terra, il luogo a cui appartengono. Quindi perché definirli nomadi? Molti programmi di conservazione mirano a sfrattare i pastori e i cacciatori-raccoglitori dalle riserve e a sedentarizzarli in qualche altro luogo. In questo modo vengono costretti a forme più intensive di agricoltura e allevamento e, perdendo la possibilità vitale di muoversi stagionalmente a seconda delle piogge, vedono ridotta la loro sicurezza alimentare e resilienza economica e climatica".
Sovrappopolazione
"Alla COP15 Inger Andersen, direttrice esecutiva del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente, ha dichiarato che più persone ci sono, più mettiamo la Terra sotto forte pressione. Questo concetto di sovrappopolazione è ideologicamente e fondamentalmente razzista, quasi sempre utilizzato in relazione alla crescita demografica della popolazione di colore in Africa e Asia e non a quella della popolazione bianca. Usato per allontanare la colpa da chi è maggiormente responsabile della crisi climatica e criminalizzare chi vi contribuisce di meno e tuttavia ne soffre più crudelmente le conseguenze. La vera causa della perdita di biodiversità, dell'inquinamento e dei cambiamenti climatici non è il numero crescente di persone nel Sud globale, ma lo sfruttamento delle risorse per profitto, le emissioni di carbonio e il sovra-consumo crescenti trainati dal Nord".
Trasferimenti
"La maggior parte dei cosiddetti trasferimenti volontari dalle Aree Protette sono sfratti imposti alle persone con minacce, persecuzioni o strumenti di corruzione per costringerle ad accettare di andarsene, spesso senza informarle del loro diritto di dire no. In molti casi i popoli indigeni acconsentono a trasferirsi perché i conservazionisti, i guardiaparco violenti e i governi rendono loro la vita impossibile: non possono cacciare, raccogliere i frutti della foresta, costruire le loro case o andare a scuola, e vengono picchiati, abusati e incarcerati se cercano di farlo. Non c'è nulla di volontario in tutto questo".
Popoli indigeni
"Sono, senza alcun dubbio, i migliori "conservazionisti". Le straordinarie conoscenze degli ambienti, i modi di vita sostenibili, basati sul rispetto della natura e sulla reciprocità, sono il motivo per cui gli ecosistemi in cui vivono sono ricchi di biodiversità, l'80% di quella del pianeta. I Baka, per fare un esempio, cacciatori-raccoglitori del Bacino del Congo, lasciano nel terreno parte della radice dell'igname selvatico, uno dei cibi preferiti di elefanti e cinghiali. I dati sono chiari: riconoscendo i territori indigeni si raggiungono gli obiettivi di conservazione meglio che con le Aree Protette. Cosa aspettiamo a lottare insieme a loro per il riconoscimento del diritto alla terra?".