«L'allievo ufficiale in congedo Fëdor Dostoevskij, di ventisette anni. Per essere implicato in discorsi criminali, per aver divulgato una lettera personale piena di espressioni insolenti contro la Chiesa ortodossa e il potere supremo, e per aver tentato di diffondere tramite una tipografia privata opere antigovernative \[…\] È condannato ad essere passato per le armi».
L’aria densa vibra al minimo suono. Nella piazza d’armi Semënovskij, nei dintorni di San Pietroburgo, i membri del circolo fourierista Michail Petra?evskij salgono i gradini ghiacciati e scivolosi che portano al patibolo, coperto da un panno nero. Baciano la croce che il prete in paramenti funebri porge loro, poi si infilano ampie vesti di tela bianca, con i cappucci a punta e maniche lunghe fino a terra. Rullo di tamburi. In ginocchio. I boia spezzano le sciabole limate sopra le loro teste. I condannati sono allineati a tre a tre; quelli davanti, con le corde intorno …
«L'allievo ufficiale in congedo Fëdor Dostoevskij, di ventisette anni. Per essere implicato in discorsi criminali, per aver divulgato una lettera personale piena di espressioni insolenti contro la Chiesa ortodossa e il potere supremo, e per aver tentato di diffondere tramite una tipografia privata opere antigovernative \[…\] È condannato ad essere passato per le armi».
L’aria densa vibra al minimo suono. Nella piazza d’armi Semënovskij, nei dintorni di San Pietroburgo, i membri del circolo fourierista Michail Petra?evskij salgono i gradini ghiacciati e scivolosi che portano al patibolo, coperto da un panno nero. Baciano la croce che il prete in paramenti funebri porge loro, poi si infilano ampie vesti di tela bianca, con i cappucci a punta e maniche lunghe fino a terra. Rullo di tamburi. In ginocchio. I boia spezzano le sciabole limate sopra le loro teste. I condannati sono allineati a tre a tre; quelli davanti, con le corde intorno alle mani, sono legati a un palo. Dostoevskij attende il proprio turno, in seconda fila.
«Abbassate i cappucci fino agli occhi!».
«Puntate!».
Passa qualche secondo… un minuto… due… I fucili non sparano.
Fëdor ha sempre fissato la morte come se fosse il sole. Paralizzato dalla paura; smarrendo sé stesso fuori di sé, sfinito, a corpo morto, urla e tremiti… E ancora una volta, quello spossante rimbombo sonoro che afferra le parole, conversazioni e racconti, richieste e risposte. La vita persiste, e ritorna nelle voci, un flusso verbale irrefragabile, un colloquio infinito, spasmodico, energico, asfissiante, di abbagliante voluttà: «La testa vive e lavora intensamente, violentemente, con la violenza di una macchina in moto \[…\]. E poi, appena cominciate a raccontare, voi cessate di essere filosofo» (L’idiota, 1868). La vita piena è un rimbombare di voci, di romanzi. Dal momento in cui si racconta, non si è né morti né filosofi: finalmente si esiste.
\[…\] Il condannato sente la pallottola penetrargli il cranio, i neuroni s’incendiano, le sue creature, i suoi doppi, le sue marionette scappano, tra smorfie e ghigni… In fin dei conti, sono sempre stati ridicoli, a forza di frugarsi addosso, di torturar(si), di compenetrarsi. Ma in questo istante fatale, alle soglie del castigo finale, il narratore stesso si unisce alla sarabanda, finisce per scoppiare a ridere… Rullo di tamburi.
La grazia imperiale viene portata da un aiutante di campo, su un cavallo al galoppo.
«Sua Maestà ha preso lettura di una supplica… commuta la pena di morte… privati di ogni loro diritto… inviati alla colonia penale… durata indeterminata…».
Quella sera stessa, dalla fortezza di Pietro e Paolo, il sopravvissuto scrive a suo fratello Michail: «On voit le soleil!», in francese.
Il forzato conosce a memoria il suo Victor Hugo de L’ultimo giorno di un condannato (1829). Omaggio orgoglioso all’Immortale della scrittura. Ostinate speranze e piaceri di soffrire, amare e ricordare. Ascensione e resurrezione cristica nel sole-padre del mondo visibile.
Ma non solo. L’imminenza della morte evitata, ri-comincio quindi a esistere! Nelle scintille tumefatte della neve congelata, l’illuminazione folgorante non chiede che di ripresentarsi, sebbene la «testa» delle idee si sia ormai «staccata» dalle spalle, e una idea faccia il suo ingresso nel caos e nel sangue del graziato: «la vita». «La vita è vita ovunque, la vita è dentro di noi, non al di fuori. Intorno a me ci saranno altri uomini, ed essere un uomo tra gli uomini e rimanerlo per sempre, qualunque disgrazia capiti, senza lamentarsi, non perdersi d’animo, – ecco in che cosa consiste la vita, qual è il suo scopo. \[…\] Quest’idea si è fatta carne e sangue. È la verità! Quella testa che creava si nutriva della vita superiore dell’arte \[…\], quella testa si è ormai staccata dalle mie spalle. Ne è rimasto il ricordo e le immagini create, ma rimaste ancora senza forma» (lettera al fratello Michail, 22 dicembre 1849).
Le voci dei suoi racconti presentano al sopravvissuto una realtà aumentata, lingue e immagini che si fondono, pienezza smisurata dei sensi, scissione-combustione nucleare di neuroni, cellule e fibre. L’esaltazione suprema rasenta l’aura epilettica, il tempo si dilata, prima che l’elettroshock della crisi frantumi il linguaggio, lo spirito, la respirazione, lo scheletro. E percuota la morte, questo limite del godimento, con un nuovo racconto incarnato della «vita in noi». Pulsazione infinita di ri-cominciamenti, di ri-nascite.
"Il demone di Dostoevskij" di Julia Kristeva (Donzelli, pagg. 296, euro 32). In libreria dal 21 dicembre