Cultura

Santo Stefano, la storia del protomartire che subì la stessa sorte di Gesù. E che si celebra il 26 dicembre

Santo Stefano protomartire - Giotto (1320-25)
Santo Stefano protomartire - Giotto (1320-25) 
Considerato un pericoloso predicatore, fu lapidato sulla pubblica piazza a Gerusalemme. Ma lui porse l’altra guancia e chiese a Dio di perdonare i suoi aguzzini
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Le cose belle durano da Natale a Santo Stefano. Lo dice un antico proverbio per sottolineare che tra la festa della nascita di Cristo e quella di Santo Stefano c’è una distanza impalpabile, praticamente un battito di ciglia del calendario.

In realtà la seconda solennità segue quasi automaticamente alla prima. Perché la Chiesa ha piazzato subito dopo la ricorrenza della venuta al mondo di Gesù, quella dei cosiddetti “Comites Christi”, i compagni di Cristo, vale a dire quelli che lo hanno seguito o preceduto da vicino, sia nella vita che nella morte. Tant’è vero che il 26 dicembre è stato fin da subito il giorno di Stefano. Mentre il 27 c’è San Giovanni Evangelista, il discepolo prediletto del Messia e il 28 si ricordano i Santi Innocenti, ovvero i bambini vittime della Strage ordinata da Erode nel tentativo fallito di impedire la nascita del Nazareno. 

Quest’ordine è dovuto al fatto che Stefano è il primo in assoluto a subire la stessa sorte di Cristo e in una maniera molto simile. Per questo ha l’appellativo di Protomartire, da protos che in greco significa primo. Anche lui, a immagine e somiglianza del Maestro, compie miracoli che suscitano il sospetto delle autorità. Gli Atti degli Apostoli lo descrivono come un formidabile predicatore in grado di convertire ogni giorno schiere di fedeli. Ben presto le autorità di Gerusalemme lo ritengono un pericolo pubblico e lo accusano di sovvertire la legge di Mosè.

Trascinato davanti al Sinedrio, il supremo consiglio della Palestina, che lo invita a discolparsi, Stefano ribalta le imputazioni e pronuncia un discorso incendiario in cui accusa i giudici di insensibilità e durezza di cuore. Il Sinedrio non lo condanna, perché non è nei suoi poteri, ma un gruppo di facinorosi lo preleva di forza, lo trascina sulla pubblica piazza e lo lapida. E lui porge l’altra guancia, arrivando addirittura a chiedere a Dio di perdonare i suoi aguzzini perché non sanno quello che fanno. Il parallelismo con il martirio di Cristo non potrebbe essere più perfetto. 

E se gli Atti degli Apostoli riferiscono con rigore l’accaduto, la leggenda popolare si spinge molto più in là, facendo della pietra non solo lo strumento della morte del santo ma anche quello della sua nascita. Nelle tradizioni popolari italiane si racconta, infatti, che alla venuta al mondo del Bambin Gesù, una giovane donna di nome Stefania vuole far visita a Maria. Ma non la fanno passare, perché solo le donne con figli sono ammesse al cospetto della Vergine madre. Allora l’astuta ragazza si mette in grembo una pietra avvolta in uno scialle, fingendo di avere in braccio un neonato. Dopo l’incontro, la pietra si mette miracolosamente a starnutire, poi si anima e diventa il piccolo Stefano. Vera o non vera, la storia è molto ben pensata.  Tanto che il doppio legame fra il martire e le pietre è arrivato fino a noi, visto che Stefano è patrono dei muratori e dei tagliapietre. E viene invocato per guarire dai calcoli. Insomma, pietra scaccia pietra. Una logica decisamente omeopatica. 

Ma d’altra parte, la vita dei santi è spesso ai confini del possibile, Perché senza miracoli la santità non esiste. E di prodezze miracolose il curriculum di Stefano è pieno, anche dopo la morte. Quando le sue reliquie, richiestissime, crescono a ritmo esponenziale. Tanto da alimentare un fiorentissimo mercato dei falsi. A un certo momento la Chiesa stessa non sa più quali siano quelle vere e quelle taroccate. E si limita a constatare che ci sono pezzi del suo corpo a Venezia, Costantinopoli, Ancona, Ravenna e in Francia. Ma soprattutto a Roma dove nel Settecento si venerava il suo cranio nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, un braccio a San Luigi dei Francesi, un altro braccio a Sant’Ivo alla Sapienza. E un terzo braccio a Santa Cecilia. E come se non bastasse, un corpo intero faceva bella mostra di sé a San Lorenzo fuori le Mura. 

Ma il vero capolavoro Santo Stefano lo fa nel 1659 a Napoli, nella chiesa di Santa Maria ad Agnone dove è custodita una reliquia di sangue senza nome. I canonici hanno l’idea a suo modo geniale di cantare, una dopo l’altra, tutte le antifone dei santi sperando che qualcuno di loro dia un segno. Dopo vari e vani tentativi è il turno di quella di Santo Stefano. Il canonico non fa nemmeno in tempo a intonare la prima strofa che il sangue rappreso si scioglie in gloria. Adesso la fiala prodigiosa è custodita nella basilica di Santa Chiara, dove si scioglie il 3 agosto e il 25 dicembre. Ma pochi lo sanno. Anche perché in fatto di prodigi di sangue il primo martire a Napoli è solo secondo.