Ma quanto era global il mondo antico
di Simone Verde , di Simone Verde"Si spalancano le strade del mondo, muta la sede di ogni cosa. Si disseta l'indiano al gelido Aras, bevono i Persiani all'Elba e al Reno". Non sono parole di Racine né di Flaubert. Ma di Seneca, scritte al tempo di Nerone, quando Roma intratteneva relazioni dirette o indirette con numerose civiltà di Africa, Asia ed Europa. Contatti e scambi soprattutto commerciali di cui si avverte presenza nelle fonti, sempre crescenti man mano che il baricentro dell'Impero tende a spostarsi verso sud e verso est. L'apice iconico, possiamo dire, di questi rapporti fu Eliogabalo, giovane imperatore arabo dalla sessualità fluida, non per libertà gender, ma perché erede dei culti del Sole tipici della sua terra - la città di Emesa, l'odierna Homs - , dove i sacerdoti del sommo El-Gabal, in tributo alla fertilità e alla vita, si prostituivano ai fedeli in cambio di offerte. Pienamente asiatica era l'immagine di questo imp…
"Si spalancano le strade del mondo, muta la sede di ogni cosa. Si disseta l'indiano al gelido Aras, bevono i Persiani all'Elba e al Reno". Non sono parole di Racine né di Flaubert. Ma di Seneca, scritte al tempo di Nerone, quando Roma intratteneva relazioni dirette o indirette con numerose civiltà di Africa, Asia ed Europa. Contatti e scambi soprattutto commerciali di cui si avverte presenza nelle fonti, sempre crescenti man mano che il baricentro dell'Impero tende a spostarsi verso sud e verso est. L'apice iconico, possiamo dire, di questi rapporti fu Eliogabalo, giovane imperatore arabo dalla sessualità fluida, non per libertà gender, ma perché erede dei culti del Sole tipici della sua terra - la città di Emesa, l'odierna Homs - , dove i sacerdoti del sommo El-Gabal, in tributo alla fertilità e alla vita, si prostituivano ai fedeli in cambio di offerte. Pienamente asiatica era l'immagine di questo imperatore finito tragicamente, sempre vestito di seta e adorno di preziosi, alla moda dei preti fenici e persiani.
Dei reciproci rapporti tra i continenti affacciati sul Mediterraneo non mancano documenti che hanno alimentato una letteratura avventurosa, archeologica e di viaggio. Oltre all'eredità dei regni greco-indiani e gli empori romani dell'India - primo tra tutto quello di Poduke, scoperto nel 1937 nei pressi di Pondicherry - hanno impressionato il pubblico i ritrovamenti di monete imperiali in Cina e persino in Giappone. Nell'ottobre del 1938 destò scalpore la scoperta della cosiddetta Lakshmi pompeiana, una bellissima statuetta in avorio della dea della fertilità e della bellezza venerata dai primi induisti, buddisti, giansenisti. Ritrovamenti di manufatti cinesi avvennero tra Otto e Novecento sull'Esquilino, a Roma, a Ostia Antica, mentre più lontano a noi è noto un brandello di seta emerso dalle sabbie di Palmira, laddove il prezioso tessuto era rilavorato da maestranze locali per poter essere immesso nel mercato del lusso imperiale. Oltre queste tracce suggestive, però, quale fu la realtà degli scambi tra il Mediterraneo antico, il Nord, il Sud e l'Oriente?
In un saggio dotato di esattezza quanto un manuale di chirurgia (La nave di Palmira, Einaudi), l'archeologo francese Maurice Sartre districa una matassa intricatissima fatta di fonti ambigue e spesso iperboliche, dati archeologici, suggestioni letterarie. E tenta un bilancio delle relazioni tra i popoli del mondo antico, servendosi delle categorie della "storia connessa". L'autore, che ripartisce il suo volume per aree geografiche, comincia dall'Europa settentrionale e ci restituisce un quadro per molti versi inatteso. Come dimostra la rara eco delle esplorazioni antiche (prima tra tutte quella pionieristica, nel IV secolo a.C., del marsigliese Pitea), malgrado la regolarità degli scambi, assai confusa era la conoscenza di quelle aree. Dell'Africa, le esplorazioni più famose furono quella commissionata nel VII secolo a.C. dal faraone Necao II (lo stesso che tentò l'apertura di un primo canale di Suez) e, tre secoli dopo, del cartaginese Annone. Anche qui, le fonti ci riferiscono missioni visionarie che non mutano il panorama di commerci e di rapporti non esistenziali, spesso affidati a un numero imprecisato di intermediazioni.
Parzialmente diversa la situazione nell'Arabia Felix, lo Yemen di oggi, dove già nel 25 a.C. i Romani, con la spedizione del prefetto d'Egitto, Gaio Elio Gallo, riuscirono a piegare i Sabei e a garantirsi la fedeltà degli Himyariti, loro successori nel controllo dei traffici. Se esiste un'area remota con cui il Mediterraneo intrattenne sistematicamente scambi (almeno fino al III secolo), fu quindi l'India. I rapporti, come si sa, cominciarono presto, con le spedizioni di Alessandro Magno e la nascita dei celebri regni indo-greci a opera di suoi generali rimasti nelle regioni di Pakistan e Afghanistan. I contatti si estesero, poi, con o senza mediatori, sulle piste desertiche dominate dai palmireni o lungo le coste del mar Rosso, diretti ai già citati empori della penisola indiana dove giungevano beni di lusso, metallo, spezie. Come non citare la grotta di Hoq, nel mezzo dell'Oceano Indiano, sull'isola di Socotra, in cui un unico divino, sincretico e cosmopolita, veniva adorato da commercianti greci, yemeniti, indiani?
Malgrado questi dati, Sartre tende a ridimensionare il volume degli scambi e, al netto delle ambascerie, basandosi anche sull'asimmetria delle fonti - per cui i mediterranei riportano molto degli altri popoli ma non il contrario - , stabilisce che per il mondo antico non di "storia globale" si possa parlare ma solo "connessa". Costellata di punti di contatto, cioè, e animata da fantasiose curiosità sull'altro, ma sul fondo di un sostanziale disinteresse antropologico. Priva, dunque, di una strutturale interrelazione. Anche se la sua idea della "storia globale" risulta per molti versi riduttiva, dacché dimentica del comparativismo e degli strumenti delle scienze umane e sociali che la caratterizza, lo storico ha agio nel coronare la sua tesi con i confusi rapporti tra Romani e Cinesi. I quali, indicati nella letteratura antica come Seri, sarebbero in realtà i mediatori commerciali stanziati nell'Asia Centrale, su una via della seta discontinua e asistematica degli scambi, invenzione orientalista di fine ottocento. Per una "storia globale", conclude perciò Sartre, bisognerebbe affidarsi alla preveggenza di Seneca che, ancora nella sua Medea, indica il "giorno, in secoli lontani, in cui Oceano sciolga le catene delle cose ed immensa si riveli una terra". Bisognerebbe attendere, cioè, la scoperta dell'America.
Il libro - La nave di Palmira di Maurice Sartre (Einaudi, traduzione di Daria Cavallini, pagg. VIII, 232, euro 28)