Arata Isozaki è morto. La sua architettura unì Oriente e Occidente
di Dario Pappalardo , di Dario PappalardoE' stato il primo architetto globale e locale insieme, un ponte - con le sue opere - tra Oriente e Occidente. Ma in Italia rischierà di essere ricordato per la querelle ventennale sulla Loggia degli Uffizi, finanziata e bloccata. Arata Isozaki, morto ieri a Tokyo, all'età di 91 anni, ha costruito soprattutto strade virtuali: incroci di civiltà. Tra la grazia e la linearità del suo Giappone e la lezione europea. "Ogni edificio dovrebbe rappresentare un'esperienza metafisica unica", sosteneva. Soltanto nel 2019 fu premiato con il Pritzker, il Nobel del suo campo.
La storia per lui, nato a Oita (sull'isola di Kyushu) il 23 luglio 1931 era il punto di partenza: "Volevo vedere il mondo attraverso i miei occhi, così ho viaggiato per il mondo almeno dieci volte prima di compiere trent'anni. Volevo sentire la vita delle persone in luoghi diversi e ho visitato in lungo e in largo il Giappone, ma anche il mondo islamic…
E' stato il primo architetto globale e locale insieme, un ponte - con le sue opere - tra Oriente e Occidente. Ma in Italia rischierà di essere ricordato per la querelle ventennale sulla Loggia degli Uffizi, finanziata e bloccata. Arata Isozaki, morto ieri a Tokyo, all'età di 91 anni, ha costruito soprattutto strade virtuali: incroci di civiltà. Tra la grazia e la linearità del suo Giappone e la lezione europea. "Ogni edificio dovrebbe rappresentare un'esperienza metafisica unica", sosteneva. Soltanto nel 2019 fu premiato con il Pritzker, il Nobel del suo campo.
La storia per lui, nato a Oita (sull'isola di Kyushu) il 23 luglio 1931 era il punto di partenza: "Volevo vedere il mondo attraverso i miei occhi, così ho viaggiato per il mondo almeno dieci volte prima di compiere trent'anni. Volevo sentire la vita delle persone in luoghi diversi e ho visitato in lungo e in largo il Giappone, ma anche il mondo islamico, i villaggi delle montagne della Cina, il sud-est asiatico e le città metropolitane degli Stati Uniti. Stavo cercando di trovare opportunità per farlo e, attraverso questo, continuavo a chiedermi "cos'è l'architettura?"". Amava ricordare di quando a Parigi, giovane e spiantato, trovò in una libreria all'École des Beaux-Arts la raccolta completa di Claude-Nicolas Ledoux, urbanista vissuto a cavallo tra Settecento e Ottocento. I volumi costavano più delle spese di viaggio. Per lui che veniva dall'impero del sole distrutto dalla guerra era l'incontro con una lezione lontanissima.
Dopo gli studi universitari, inizia a lavorare con Kenzo Tange: partecipa allo studio Urtec e al piano Tokyo 1960. Attraverso quella che sarà indicata come la corrente metabolista, il Giappone si rialza dalle macerie e comincia a immaginare le città del futuro: utopie possibili. Eppure Isozaki guarda sospettoso la fiducia nel progressismo dell'architettura del suo Paese. Nel 1963, poco più che trentenne, fonda il suo atelier e si dedica soprattutto all'edilizia pubblica. Del 1966 è la Fukuoka Mutual Bank. Due anni dopo, presenterà alla Triennale di Milano il Labirinto elettrico: un'opera esperienziale dedicata a Hiroshima.
Cubi, cilindri, sinusoidi sono le sue forme caratteristiche. Ma presto non c'è soltanto il Giappone sulla strada di Isozaki. Firmando il Museum of Contemporary Art a Los Angeles realizza una sintesi di linguaggi: dallo yin e lo yang alla sezione aurea. Replica con il Palau Sant Jordi di Barcellona, inaugurato in tempo per le Olimpiadi del 1992. Ripetibilità e unicità sono il suo mantra, la base della sua progettazione. Archistar sì, ma non troppo. La sua architettura non rinuncia mai alla funzionalità: "È impossibile ridurre l'architettura alla scultura: gli edifici devono soddisfare sempre i requisiti di funzionalità".
Con l'Italia intreccia una relazione importante, ma controversa. L'elenco è lungo: la Torre Allianz a Citylife si impone sullo skyline di Milano, svettando con i suoi 209 metri per 53 mila metri quadri totali. Nel 2005 apre nella stessa città lo studio Arata Isozaki & Andrea Maffei Associati, responsabile di progetti di riqualificazione urbana dall'area Pirelli (2001) alla Fiera campionaria, passando anche a Torino per il Palahockey olimpico (2002-06). Ma è il progetto della Loggia degli Uffizi che tiene banco sulle cronache italiane per più di vent'anni. Ovvero la costruzione di una nuova uscita in acciaio e pietra sul retro del museo di Firenze. Nel 2001 viene firmata la convenzione con il ministero dei Beni culturali. Già tre anni dopo, però, il Comune chiede di rivedere il piano. Le perplessità e le voci contrarie bloccano di fatto la partita nel 2007. La costruzione della Loggia Isozaki è stata rifinanziata con 12 milioni di euro nel 2020 dal ministro Dario Franceschini. Ma nelle scorse settimane si sono riaccese le polemiche con il sottosegretario Vittorio Sgarbi che definisce senza mezzi termini il progetto "una porcheria".
Il direttore degli Uffizi Eike Schmidt, intanto, preferisce "un'opinione ferma a un'indecisione". Ieri ha ricordato l'architetto giapponese definendone i legami con la maniera italiana: "Il suo linguaggio astratto e limpido era in parte ispirato dalla sua profonda conoscenza dell'architettura rinascimentale". Alla fine, Isozaki, studiando i suoi predecessori puntava a entrare nella storia. Volando alto sulle polemiche - a cui non sembrava troppo interessato - c'è riuscito.