Le poesie assenti di Lello Voce
di Nicola Signorile , di Nicola SignorileCe l’immaginiamo l’imbarazzo del libraio: «E questo ora dove lo metto? Nello scaffale della poesia o nel reparto romanzi? Oppure nella saggistica, fra i testi di critica?». Ecco, l’ultima fatica di Lello Voce, è un tiro mancino giocato ai travet della letteratura. Si intitola Razos (pagg. 116, 16 euro) e lo pubblica l’editore La Nave di Teseo. In copertina c’è un’opera di Emilio Isgrò che sembra fatta apposta per l’occasione: una manciata di versi con tutte le parole cancellate da tratti neri, come quelli della censura. Si salvano soltanto un paio di virgole, un punto esclamativo e una parentesi: segni gravidi di significato.
Il titolo rimanda alle introduzioni con cui i trovatori i poeti ambulanti provenzali accompagnavano le canzoni, spiegandone le ragioni, il senso, lo scopo. Diciamo, istruzioni per l’uso della poesia, rivolte al suo destinatario, lettore o ascoltatore che fosse. Il lavoro di Lello Vo…
Ce l’immaginiamo l’imbarazzo del libraio: «E questo ora dove lo metto? Nello scaffale della poesia o nel reparto romanzi? Oppure nella saggistica, fra i testi di critica?». Ecco, l’ultima fatica di Lello Voce, è un tiro mancino giocato ai travet della letteratura. Si intitola Razos (pagg. 116, 16 euro) e lo pubblica l’editore La Nave di Teseo. In copertina c’è un’opera di Emilio Isgrò che sembra fatta apposta per l’occasione: una manciata di versi con tutte le parole cancellate da tratti neri, come quelli della censura. Si salvano soltanto un paio di virgole, un punto esclamativo e una parentesi: segni gravidi di significato.
Il titolo rimanda alle introduzioni con cui i trovatori i poeti ambulanti provenzali accompagnavano le canzoni, spiegandone le ragioni, il senso, lo scopo. Diciamo, istruzioni per l’uso della poesia, rivolte al suo destinatario, lettore o ascoltatore che fosse. Il lavoro di Lello Voce, oggi, consiste proprio nella declinazione di diciassette razos per altrettante poesie che però sono assenti. Ed è questo, lo snodo essenziale della faccenda. Né ci si lasci ingannare da un numero uguale di madrigali posti in appendice. Diciassette madrigali «muti».
Diciassette è il numero di lati di un eptodecagono, figura geometrica la cui costruzione era un problema, finalmente risolto dal matematico Gauss alla fine del Settecento. In Razos si incontrano altri riferimenti al pensiero scientifico, dalla Costante di Boltzmann (entropia relativa) all’equazione di Dirac (quella «dell’amore», gettonatissima negli studi tattoo). Ma insomma, la scrittura di Lello Voce trova nella meccanica quantistica il suo spazio vitale. E dove altro la parola potrebbe permettersi di fare come il gatto di Schroedinger, vivo e morto al tempo stesso?
«Basterà che egli abbia comprato questo libro che ora ha tra le mani e la poesia svanirà». Assenza, afasia. Chi l’avrebbe mai detto che Lello Voce dovesse approdare a una poesia muta dopo essere stato importatore e maestro cerimoniere in Italia del poetry slam, laddove la parola è suono, decibel, frequenza acustica, amplificazione e distorsione. Una esperienza popolare, che è riuscita a fare breccia nelle discoteche. Tutto aveva avuto inizio con il libro-cd I segni i suoni le cose, pubblicato nel 1995 da Piero Manni, accolto con entusiasmo dall’allegra brigata della neo-neoavanguardia, quel Gruppo 93 coagulatosi sui sentieri tracciati dal Gruppo 63. Un gruppo e l’altro, riuniti nella avventura di Ricercare, il laboratorio di nuove scritture allestito per diverse edizioni negli anni Novanta a Reggio Emilia.
Una occasione unica, irripetuta, di comunità critica chiamata a confrontarsi su testi inediti, pronunciandosi all’impronto, appena dopo la lettura in pubblico. E Lello Voce non ha mancato un solo appuntamento. Ora non è un caso che il volume Razos sia dedicato a Nanni Balestrini, uno dei principali artefici del Ricercare emiliano. Risuonano, in queste istruzioni per l’uso della poesia, Le avventure della signorina Richmond che Balestrini affidò tra il 1972 e il 1989, alle pagine di Linus. Quelle “ballate” erano un confronto continuo con il pubblico della poesia. La Signorina era (svelò Antonio Porta) la Poesia stessa ma in assenza del Poeta. E così oggi è la poesia di Voce, per cui «l’autore, infatti, pur essendone l’artefice, non è in condizione di offrire alcuna garanzia».
La perdita dell’aura dell’autore, la scomparsa dello scrittore e la autonomia della scrittura sono i temi che emergono dalle pagine di Razos, dove si restituisce alla parola la dignità di materia, di cosa. Corpo vivo, virus o parassita, oggetto buono anche a frantumarsi, in schegge e brandelli, «trasformando la poesia nel balbettio di uno scarabocchio».
Porta alle estreme conseguenze ciò che aveva iniziato a fare aprendo al pubblico la propria officina creativa con il suo secondo romanzo, Cucarachas, pubblicato da Derive Approdi nel 2001, ma scritto in diretta su Internet. È passato del tempo, tuttavia: «Se articolando in glosse mascheriamo /per chi ci paga l’ultima menzogna: / siamo poeti vecchi e ci arrendiamo / all’evidenza che il verso sia vergogna».
E ammette infine, Lello Voce, che nell’algido e asettico laboratorio dell’avanguardia si combatte una battaglia così pericolosa da raggelare il sangue ai prolifici fratini della congregazione del Neosublime: «Leggere la poesia servirà a ricordare (…) come non bastino un’arma o una poesia, a fare una rivoluzione, mentre una rivoluzione darà sempre un senso a un’arma. E persino a una poesia».
Foto Dino Ignani