Sono socialista, ho guidato il Psi fino a quattro anni fa, sono preoccupato per il destino della sinistra italiana e seguo con attenzione quanto sta avvenendo nel Pd. La sorte dei democratici mi tocca, riguarda non solo gli iscritti a quel partito ma l’intera sinistra.
Quando il Pd nacque, quindici anni fa, l’Italia era diversa. La crisi economica non aveva ancora logorato il nostro sistema sociale, Berlusconi trionfava e soprattutto vigeva uno schema politico bipolare cancellato del tutto negli anni successivi. La prima domanda da porsi è se, in condizioni totalmente differenti, un partito con quelle caratteristiche possa essere considerato rappresentativo di una parte rilevante dell’identità nazionale. Io penso di no. Lo dimostrano i risultati elettorali dal 2013 al 2022 (unica eccezione le Europee 2014) e in particolare lo dimostra l’incapacità del Pd di rappresentare sia i ceti più colpiti dalla crisi che quanto di nuovo è…
Sono socialista, ho guidato il Psi fino a quattro anni fa, sono preoccupato per il destino della sinistra italiana e seguo con attenzione quanto sta avvenendo nel Pd. La sorte dei democratici mi tocca, riguarda non solo gli iscritti a quel partito ma l’intera sinistra.
Quando il Pd nacque, quindici anni fa, l’Italia era diversa. La crisi economica non aveva ancora logorato il nostro sistema sociale, Berlusconi trionfava e soprattutto vigeva uno schema politico bipolare cancellato del tutto negli anni successivi. La prima domanda da porsi è se, in condizioni totalmente differenti, un partito con quelle caratteristiche possa essere considerato rappresentativo di una parte rilevante dell’identità nazionale. Io penso di no. Lo dimostrano i risultati elettorali dal 2013 al 2022 (unica eccezione le Europee 2014) e in particolare lo dimostra l’incapacità del Pd di rappresentare sia i ceti più colpiti dalla crisi che quanto di nuovo è maturato nel decennio, da chi si occupa di sostenibilità ambientale fino a un mondo del lavoro inimmaginabile solo all’inizio del millennio.
Alla storia che vira di colpo e si arrampica lungo tornanti ignoti è necessario rispondere con audacia, non ripetendo formule inadeguate. Quanto meglio sarebbe stato allargare i confini, coinvolgere apolidi, fondazioni, associazioni, partiti, i tanti laici dispersi, insomma l’intero mondo del riformismo per costruire da capo un’emozione e una speranza che non sia pura illusione. Un grido barbarico.
A pari merito vengono i contenuti. Nella delegittimazione che ha investito il sistema politico, la destra di Giorgia Meloni si è scoperta umile e concreta, il contrario dell’arroganza intellettuale che regna a sinistra. Nel mio campo, la colpa è sempre degli altri. Di più. Si sono smarriti i due fattori fondanti della sinistra: quello di fine Ottocento, la difesa degli ultimi, e quello del secondo Novecento che contribuì alla nascita del compromesso socialdemocratico in Europa: allargare la torta della ricchezza, dividerla equamente, consentire ai più deboli una concreta scalata sociale.
Ancora di più. Nell’immaginario collettivo il Pd è stato vissuto come un partito arroccato al potere, sempre e comunque indipendentemente dall’esito del voto. Monocolori ovunque, nelle regioni, nelle città capoluogo, negli enti derivati, nei piccoli comuni. Non ha giovato nemmeno venir considerato il partito dei diritti civili “esclusivi”. Certo che la battaglia sui diritti è sacrosanta, tuttavia, quando è slegata dalle campagne sui diritti sociali, dalla difesa di chi viene ogni giorno bastonato come un mazzo di carte, l’impressione che si dà è che ci si preoccupa esclusivamente di chi ha già la tavola apparecchiata.
Classe media impoverita, giovani precari, lavoro femminile, diseguaglianze così aspre da aprire fratture profonde, questi sono i problemi di cui merita occuparsi. E siccome, nonostante i fondi del Pnrr, nella sfida tra Cina e Stati Uniti l’Europa rischia di essere abbandonata al suo destino o, tuttalpiù, invitata solo nel ruolo di partner, spingere perché la meta siano gli Stati Uniti d’Europa — una sola politica estera, un solo ministro delle Finanze, un esercito — è la strada giusta da battere.
Resta la questione nazionale. Nella globalizzazione cresce il peso delle radici, delle identità territoriali, si moltiplica il bisogno di riconoscersi. Abbandonare la parola “patria” alla destra è stato un errore. Lasciare che la destra declinasse quel termine in modo xenofobo un errore più grande. Riappropriarsene ancorandolo a valori universali è la cosa da fare.
Per tutti questi motivi continua ad avere un peso l’adagio: la soluzione è dove sta la paura. Sarebbe benvenuto un richiamo diretto alla parola “socialismo”, a quella cultura che ha avuto ragione nel corso del Novecento e che governa pezzi di Europa dopo essersi rinnovata profondamente. Prima di Gramsci, Filippo Turati e il suo riformismo radicale e umanitario incardinato nel parlamento e nei comuni. Da lì si riparte, rivisitando un pantheon che non può ospitare soltanto ex comunisti e cattolici. La fotografia parziale di un’Italia che non esiste da un pezzo e che non sempre ha avuto ragione.