Capodanno nel mondo, la storia di una festa che ci fa sognare un futuro migliore
di Marino Niola , di Marino Niola“Con l’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice”. Con questa frase inspiegabilmente ottimistica Giacomo Leopardi nel Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere, apre di fatto un dibattito sul Capodanno. In realtà per l’autore delle Operette morali l’anno nuovo è meglio di quello vecchio semplicemente perché non conosciamo ancora quel che ci riserva. Ma la maggior parte degli uomini pensa invece che sia in nostro potere “principiare la vita felice”. A condizione, però, di liberare il calendario dagli influssi negativi e dalle potenze del male.
Ecco perché i riti di Capodanno hanno tanta importanza in tutte le società umane. Perché rappresentano un modo per redimere il tempo da sé stesso e darsi, ad ogni giro di boa dell’anno, l’illusione di voltare pagina, di ricomincia…
“Con l’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice”. Con questa frase inspiegabilmente ottimistica Giacomo Leopardi nel Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere, apre di fatto un dibattito sul Capodanno. In realtà per l’autore delle Operette morali l’anno nuovo è meglio di quello vecchio semplicemente perché non conosciamo ancora quel che ci riserva. Ma la maggior parte degli uomini pensa invece che sia in nostro potere “principiare la vita felice”. A condizione, però, di liberare il calendario dagli influssi negativi e dalle potenze del male.
Ecco perché i riti di Capodanno hanno tanta importanza in tutte le società umane. Perché rappresentano un modo per redimere il tempo da sé stesso e darsi, ad ogni giro di boa dell’anno, l’illusione di voltare pagina, di ricominciare a scrivere un nuovo capitolo della storia individuale e collettiva. In questo senso i riti di passaggio annuale sono un esorcismo pubblico. Una guerra contro la malasorte combattuta senza esclusione di colpi.
Ma anche dell’allegria sfrenata e della frenesia esagerata. In fondo il divertimento obbligato dei nostri veglioni è l’erede del comandamento di produrre caos per spaventare i demoni e indurli a sloggiare. Mentre la luce vivida dei falò, le fiaccolate sfolgoranti, le candele luccicanti servono a illuminare il cammino dell’anno nuovo e farlo andare per il verso giusto. E con il passo giusto. Per questo il ballo era ed è una componente essenziale dei riti, perché il ritmo della danza serve a velocizzare e a regolarizzare l’andatura del tempo. Quasi che saltare tutti insieme, esattamente come facciamo nei concertoni che trasformano le piazze in discoteche, fosse una sorta di ortopedia simbolica, uno scongiuro contro l’aritmia del tempo, contro le irregolarità del calendario. Perciò le danze claudicanti della Cina antica, i saltellamenti rituali della tradizione talmudica, fino ai salterelli, alle tarantelle, alle polke, alle quadriglie, alle gighe dell’Europa moderna, scongiuravano il pericolo di un passo irregolare dell’anno attraverso un esorcismo ritmico.
Poi l’invenzione dei fuochi pirotecnici ha sincronizzato suono e visione e ottimizzato il rapporto tra clamore e splendore. E i botti sono diventati il simbolo stesso dell’esultanza, la voce tonante della festa. Così la scaramuccia annuale con le forze del male è diventata una vera e propria guerra. Che ogni primo gennaio presenta il suo drammatico bollettino degli infortuni.
Ma non tutte le società pensano che per propiziarsi i favori del calendario sia necessario fare tanto rumore per nulla. Molti pensano che la strategia migliore sia quella di dileguarsi e di far perdere le proprie tracce alle potenze malefiche. È la scuola del silenzio. Che conta molti proseliti in Asia ed ha il suo esempio più celebre a Bali, l’isola degli dèi. In quella parte dell’arcipelago indonesiano a Capodanno tutto tace per 24 ore. È il momento del Nyepi, che significa appunto silenzio. E serve a purificarsi, non a divertirsi. Lo chiamano anche la festa dei quattro divieti. Niente luci accese e nemmeno i fornelli.
Né cenoni, né veglioni. E nemmeno semplici riunioni. Molti balinesi osservano i precetti con estremo rigore e per le 24 ore del Nyepi non aprono letteralmente la bocca, né per parlare né per mangiare. L’intera isola entra in un time out della vita che ha lo scopo di nascondersi, di non farsi trovare dai demoni. Insomma, i balinesi si negano ai cattivi spiriti.
E se facessimo anche noi la stessa cosa? Visto che fra Covid, guerra e crisi energetica negli anni scorsi la festa ha impazzato senza risultati, proviamo a depistare la sfiga. Forse, visto che sparare non funziona allora è il caso di sparire.