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Apocalittici o integrati ma comunque noiosi: gli effetti della pandemia sulla creatività

La Ragazza con l’orecchino di perla di Jan Vermeer ritratta da Banksy con la mascherina 

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Dal cinema alla letteratura passando per la musica i risultati sono banali. Con qualche eccezione. Quello che ci manca davvero è una nuova "Signora Dalloway"
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Se tanto ci dà tanto, bisognerebbe aspettarsi - almeno - un'altra Signora Dalloway. Era il '23, però del secolo scorso: Virginia Woolf pianta la sua tenda di geniale narratrice in una singola giornata di giugno di quell'anno. E racconta le turbolenze emotive di una donna cinquantenne che organizza una festa. Perché una festa? Il segreto di quel romanzo è tutto lì: gli amici criticano Clarissa per la mondanità frivola, i brindisi, i cappellini, l'eccitazione infantile. "A lei, semplicemente, piaceva la vita. "È per questo che lo faccio" disse, parlando a voce alta, alla vita".

Il dettaglio, spesso trascurato, è che la signora Dalloway è una sopravvissuta: alla guerra, sì. Ma anche o soprattutto all'influenza spagnola. Rientra a Londra con il marito per consultare dei medici. La gente le sembra diversa: "Erano tutti a cena fuori?". Occorre soffocare - in un brindisi -…

Se tanto ci dà tanto, bisognerebbe aspettarsi - almeno - un'altra Signora Dalloway. Era il '23, però del secolo scorso: Virginia Woolf pianta la sua tenda di geniale narratrice in una singola giornata di giugno di quell'anno. E racconta le turbolenze emotive di una donna cinquantenne che organizza una festa. Perché una festa? Il segreto di quel romanzo è tutto lì: gli amici criticano Clarissa per la mondanità frivola, i brindisi, i cappellini, l'eccitazione infantile. "A lei, semplicemente, piaceva la vita. "È per questo che lo faccio" disse, parlando a voce alta, alla vita".

Il dettaglio, spesso trascurato, è che la signora Dalloway è una sopravvissuta: alla guerra, sì. Ma anche o soprattutto all'influenza spagnola. Rientra a Londra con il marito per consultare dei medici. La gente le sembra diversa: "Erano tutti a cena fuori?". Occorre soffocare - in un brindisi - la sensazione che "vivere, anche un solo giorno, fosse molto, molto pericoloso". In questa luce, la letteratura dei ruggenti anni Venti può essere letta come una risposta al trauma di milioni di morti, tra i fronti di guerra e la Spagnola. Anche se i riferimenti espliciti alla pandemia - ha notato la giornalista scientifica Laura Spinney nel suo 1918. L'influenza spagnola (Marsilio) - sono meno numerosi, nelle opere letterarie e artistiche, di quanto ci si potrebbe aspettare: come se avesse inciso anche un processo di rimozione.

Chiederci nel nostro '23 quali siano stati gli effetti creativi della pandemia che abbiamo battezzato Covid 19 può risultare prematuro in termini di bilancio definitivo. Ma la domanda è stimolante: anche perché implica più livelli di indagine e fonti di prima mano: le dichiarazioni, più o meno attendibili, degli autori stessi. Costantemente interrogati su reazioni emotive in tempo di Covid-19, progetti da lockdown, strategie di recupero, lezioni apprese.


Forme e piattaforme
La prima lezione valida per tutti? Quella legata alla polverizzazione della dicotomia (novecentesca) reale/virtuale, presenza/remoto: anche oltre i condizionamenti delle misure restrittive della prima fase pandemica, streaming e sviluppo di ambienti digitali immersivi hanno spinto gli artisti a ripensare i contenuti in base alle forme. Cantanti pop come la ventenne Billie Eilish tanto quanto maestri della regia di teatro e d'opera (compresi i nostri Martone e Michieletto) si sono sforzati di lavorare sulle possibilità offerte dalla "smaterializzazione", sull'integrazione di formati, sul senso visivo di un'esperienza artistica, al di là della posizione specifica del fruitore. È una scia che non si disperde, un solco lungo cui si continua a sperimentare.

Un frame del film Netflix White Noise tratto dal romanzo di Don DeLillo 


Ispirazione e clausura
I primi lockdown, condannando alla stasi, hanno indotto parecchi artisti (e parecchi dilettanti) a sfruttare il tempo improvvisamente vuoto per creare. Un'ispirazione forzata? Quando Elton John decide di intitolare un suo album The Lockdown Sessions richiama esplicitamente l'occasione e la proietta su un orizzonte di senso: e d'altra parte ha riflettuto in pubblico sull'impatto che la pandemia ha avuto sul suo processo creativo. Un drappello consistente di cantautori, mentre i colleghi passavano il tempo sui social, ha rivendicato anche sul piano contenutistico gli effetti dello sconcerto globale sul proprio lavoro: così McCartney, Björk, Roger Waters. Non solo una questione di tempo in esubero. Slanci meditativi, lampi di tristezza ma anche di follia.


Musica pandemica
È una specie di basso continuo, un "sottofondo" melanconico che può essere intuito anche dove non si rende del tutto manifesto. Il timbro che lascia sugli oggetti culturali di questi anni la pandemia, un long Covid creativo. Più interessante di quanto siano tutte le opere - letterarie, cinematografiche, artistiche - che chiamano in causa direttamente l'accaduto. L'onda di romanzi (così come dei saggi) sul virus, con tinte più o meno realistiche, non ha brillato né per originalità né per risultati di vendita: al punto da spingere un notista del New York Times a parlare di "apocalisse noiosa". Salvo qualche profeta scoperto in ritardo, autori di distopie grossolane, o il caso di un saggista-narratore d'eccezione come Quammen, lo spazio dell'invenzione narrativa ha bisogno di tempi più lunghi. O di sguardi sghembi: quelli di autori come Manuel Vilas, per esempio, sul coté elegiaco, o di un eccentrico americano come Gary Shteyngart, che nel romanzo La casa sulla collina immagina un Decameron contemporaneo, in forma di involontario reality show. I nuovi lavori di Louise Erdrich e di Ian McEwan, attesi a breve in italiano, sono entrambi sfiorati dalla crisi pandemica, ma funziona come una sorta di reagente chimico, che rende più netta la tensione psicologica o sociale.


È presumibile che vinca, alla lunga distanza, chi non guarda Medusa negli occhi, chi - come Woolf un secolo fa - cerca risonanze emotive leggibili al di là della deperibilità della cronaca. Così anche al cinema il soggetto Covid ha prodotto opere scialbe, talvolta ridicole (con qualche esperimento curioso di regia casalinga). Funziona meglio chi ha pescato, per interpretare il presente, suggestioni remote: il Moretti di Tre piani, dal romanzo di Nevo, ha indirettamente detto qualcosa sulle nostre reclusioni ("La vita è più grande di questo condominio!"). E il Cameron di Avatar 2 che c'entra? Pare induca stati d'animo depressivi in spettatori portati al confronto impietoso tra un mondo ideale e questo. Per il suo audace Babylon Damien Chazelle è andato a cercare proprio nell'orgia scintillante degli anni Venti risposte sul nostro desiderio (triste) di fare festa.


Un rumore bianco
Guardare indietro per capire l'oggi? Così ha fatto anche il regista Noah Baumbach scegliendo di portare sullo schermo (Netflix) Rumore bianco, il grande romanzo di Don DeLillo sull'America degli anni Ottanta che Einaudi rimanda ora in libreria in una nuova smagliante traduzione di Federica Aceto. Il luccichio ambiguo della civiltà consumista, le sue promesse non mantenute. E soprattutto: la paura della morte. "E se i sintomi fossero reali?": una nube tossica disintegra gli equilibri e le certezze di una comunità. Diversi recensori del film di Baumbach l'hanno letto come una satira post-Covid, ed è legittimo: forse perché, come ha scritto Dana Spiotta, Rumore bianco dice sui nostri anni quasi tutto quello che c'è da dire. Cercando di descrivere il rumore bianco che ci angoscia, una volta per tutte gli ha dato un nome.