Il Pd ha la vocazione del grande partito, abbandoni le coalizioni “contro”
di Enrico Morando , di Enrico MorandoAltro che astruserie ideologiche, estranee al confronto sulla politica e sulle politiche che dovrebbe animare l’imminente congresso del Pd: c’è un rapporto molto solido tra le scelte politiche che hanno condotto alla pesante sconfitta del 25 settembre e l’offensiva politico-culturale contro il Manifesto dei valori del Pd. Per metterlo in evidenza, prenderò in esame le tre componenti fondamentali dell’offerta politica avanzata dal Pd ai cittadini italiani nell’ultima campagna elettorale: 1) la coalizione non è programmatica, ma elettorale; 2) essa non ha un leader candidato alla presidenza del Consiglio, ma un front-man (qualsiasi cosa volesse dire); 3) il voto al Pd e alla sua coalizione è “utile” per impedire che lo schieramento di destra-centro abbia un numero di seggi pari o superiore ai due terzi dei parlamentari, e possa quindi disporre della Costituzione.Esaminiamole partitamente, mettendo ciascuna di queste p…
Altro che astruserie ideologiche, estranee al confronto sulla politica e sulle politiche che dovrebbe animare l’imminente congresso del Pd: c’è un rapporto molto solido tra le scelte politiche che hanno condotto alla pesante sconfitta del 25 settembre e l’offensiva politico-culturale contro il Manifesto dei valori del Pd. Per metterlo in evidenza, prenderò in esame le tre componenti fondamentali dell’offerta politica avanzata dal Pd ai cittadini italiani nell’ultima campagna elettorale: 1) la coalizione non è programmatica, ma elettorale; 2) essa non ha un leader candidato alla presidenza del Consiglio, ma un front-man (qualsiasi cosa volesse dire); 3) il voto al Pd e alla sua coalizione è “utile” per impedire che lo schieramento di destra-centro abbia un numero di seggi pari o superiore ai due terzi dei parlamentari, e possa quindi disporre della Costituzione.Esaminiamole partitamente, mettendo ciascuna di queste posizioni in relazione al Manifesto dei valori.
Coalizione elettorale e non programmatica.
Recita il Manifesto dei valori: «La vocazione maggioritaria del Pd, il suo proporsi come partito del Paese, come grande forza nazionale, si manifesta nel pensare se stesso, la propria identità e la propria politica, non già in termini di rappresentanza parziale di segmenti più o meno grandi della società, ma (…) in una visione più ampia dell’interesse generale e in una sintesi di governo». Nei venti giorni precedenti la presentazione delle liste elettorali molti dirigenti del Pd si sono affannati ad attribuire ai potenziali alleati la responsabilità della rottura. È certamente vero che anche le forze minori del centrosinistra portano pesanti responsabilità (infatti, condividono col Pd la sconfitta). Ma un elementare principio di realismo politico insegna che il mancato conseguimento di un rilevante obiettivo politico, per il partito a vocazione maggioritaria, è da attribuire - per definizione - ai propri limiti ed errori, da condividere solo proporzionalmente con forze politiche minori del proprio stesso campo.
La rapidità con cui ci si è “rassegnati” a prendere atto della impossibilità di avanzare una credibile proposta di governo al Paese - negando la stessa funzione politica che il Pd si è dato nascendo -, fa il paio con il tentativo che è stato messo in atto - subito dopo il voto- per una rapida “presa d’atto” del venir meno dell’aspirazione stessa al concreto esercizio della propria vocazione maggioritaria. È l’esito della vecchia idea secondo la quale le alleanze politiche - in particolare, quella “strategica” col M5S di Conte, nuovo “punto di riferimento del progressismo” - possono colmare i vuoti aperti dai limiti di rappresentatività, di radicamento sociale e territoriale, di cultura di governo e di forza della propria leadership.
Se la vocazione maggioritaria evapora per lasciare il posto alla centralità delle alleanze politiche, torna a farsi strada l’idea che il futuro da costruire sia alle spalle: identità politiche non incompatibili, organizzate in partiti diversi, ciascuno dei quali rappresenta uno “spicchio” di società, che si alleano nella logica della divisione del lavoro interna al centro-sinistra. L’esatto opposto di quello che prevede il Manifesto: «Nel Pd confluiscono grandi tradizioni, consapevoli della loro inadeguatezza, da sole, a costituire un nuovo quadro politico di riferimento per la società italiana». C’è chi si ostina a ritenere che la tradizione/cultura politica e l’ideologia democratica come tali risultino più deboli - e quindi meno capaci di scaldare le menti e i cuori degli uomini del nostro tempo - delle culture e tradizioni politiche confluite nel Pd. È paradossale che questo accada proprio mentre, nel mondo, la forza emancipatrice dell’ideologia democratica manifesta tutte le sue potenzialità, da Hong Kong all’Iran, dalla Cina all’Ucraina.
Questa mancata consapevolezza di sé, fino al sostanziale abbandono della propria funzione di perno del centrosinistra, spiega perché siamo andati al voto senza un candidato alla premiership. Eppure il Pd - uno dei pochi partiti non personali esistenti in Italia - nasce affermando la piena contendibilità di leadership e linea politica di fronte ai suoi elettori più attivi (le cosiddette primarie). Cioè, è il partito che per primo prende atto che visione sul futuro del Paese e programma di governo debbono incarnarsi in una leadership per il Paese. E che, proprio per questo, fa scegliere il leader di partito non ai soli iscritti, ma agli elettori.
Roba superata dall’evolversi delle cose? Tutt’altro. La riprova della fecondità di questo approccio ci viene dal destra-centro: non allarga i suoi consensi, ma avanza l’unica credibile proposta per la premiership. Chi propone addirittura di cambiare lo statuto del Pd per superare l’identificazione tra leader del partito e candidato alla leadership del Paese si appresta dunque a fare nuovi regali a Meloni (o a chi ci sarà dopo di lei).
Infine, voto “utile” per impedire che il destra-centro disponesse dei due terzi dei seggi. Recita il Manifesto: «Costruire un bipolarismo nuovo, non più fondato su coalizioni eterogenee, il cui solo obiettivo sia battere l’avversario». Le coalizioni “contro” qualche volta - molto raramente - possono vincere le elezioni, ma sono certamente destinate a perdere la prova del governo.
Prevengo un’obiezione: se le cose stanno così, basterà tornare al Pd del Lingotto per ripartire? Non sono così ingenuo. Ho solo cercato di chiarire perché penso che la radicale innovazione di linea politica, di leadership, di programma che dobbiamo realizzare debba svilupparsi sulle solide basi di tre idee costitutive: partito a vocazione maggioritaria, perno del centrosinistra; partito che riconosce la personalizzazione della politica e la democratizza; partito che elabora e propone un positivo progetto per il Paese, non limitandosi ad un’azione di interdizione nei confronti dell’avversario.
L’autore è stato senatore Pd e viceministro dell’Economia.